Il lavoro di Francesca Astrei si muove in una zona fragile e scoperta, dove il desiderio di appartenere al mondo si scontra con una sensazione persistente di estraneità e, allo stesso tempo, di radicamento. Il riferimento a Sylvia Plath non è solo evocativo ma strutturale: attraversa la scena come un’eco profonda, una ferita mai del tutto rimarginata. “I am vertical/but I would rather be horizontal”: in questa tensione si condensa l’intero spettro emotivo dello spettacolo, sospeso tra resistenza e abbandono.
La scena è abitata da un corpo che resiste e vacilla, che si espone senza protezioni, attraversato da impulsi contrastanti. Ogni gesto sembra nascere da una necessità interna, quasi fisica, e si carica di una vulnerabilità che diventa immediatamente condivisa. La parola affiora a tratti, come un tentativo di nominare ciò che continuamente ci sfugge, e proprio in questa inadeguatezza trova la sua forza, aprendo spazi di risonanza più che di comprensione.
La costruzione è essenziale, quasi scarnificata, e proprio per questo capace di amplificare ogni minima variazione emotiva, ogni gesto, ogni cedimento. “Io sono verticale” non offre appigli, ma lascia una traccia profonda, quasi fisica. E quando si esce, resta addosso quella stessa tensione: il bisogno di restare in piedi, anche quando tutto, dentro, spingerebbe a lasciarsi cadere, a restare sdraiati per sempre.
Written by Andrea Di Corrado