Lo spettacolo del collettivo Sotterraneo è un’esperienza che non si limita a farsi guardare, ma chiede di essere attraversata. È un congegno teatrale che mette in moto pensieri, dubbi, vertigini. Il titolo richiama l’immagine potente di Walter Benjamin (ispirata dall’”Angelus Novus” di Paul Klee): un angelo sospeso, lo sguardo rivolto alle macerie del passato, mentre una forza irresistibile lo spinge verso il futuro.
La scena diventa un luogo fragile, in cui il tempo si incrina e si moltiplica. Non c’è una narrazione lineare, ma un susseguirsi di frammenti, immagini, parole che si accendono e si spengono, lasciando nello spettatore una sensazione continua di smarrimento. Il ritmo è incalzante, a tratti spiazzante, e obbliga chi guarda a non restare passivo. Si ha la sensazione di essere trascinati dentro qualcosa che ci riguarda, anche quando non siamo pronti.
Eppure, sotto questa apparente frammentazione, scorre una domanda che si fa sempre più urgente: che cosa significa davvero raccontare la storia? Chi decide cosa resta e cosa scompare? Chi ha il diritto di nominare il passato? Ma è forse nella sua visione della storia che L’angelo della storia colpisce più a fondo, restano un accumulo di rovine, di errori, di omissioni.
E noi siamo lì, dentro quel movimento, sospesi tra il desiderio di capire e l’impossibilità di farlo fino in fondo. Lo spettacolo non offre risposte. Lascia piuttosto una traccia inquieta, una domanda che continua a lavorare anche dopo gli applausi finali: se davvero siamo spinti in avanti senza poter smettere di guardare indietro, quanto siamo disposti a riconoscere — e a portare — del peso di ciò che chiamiamo storia?
Written by La Redazione