Non è un archivio, o almeno non nel senso in cui siamo abituati a pensarlo. A Nomadic School è una piattaforma digitale che prova a trattenere qualcosa che, per sua natura, tende a sfuggire: un’esperienza fatta di corpi, altitudine, tempo condiviso e pratiche che si spostano. Nasce come estensione della Scuola Nomadica ideata da Filippo Andreatta insieme a Office for Human Theatre, e ne conserva non tanto i risultati quanto le tracce.
Dal 2020, attorno alla roulotte di Little Fun Palace, la scuola si muove in quota — oltre i 2000 metri, in Trentino-Alto Adige — costruendo ogni anno una comunità temporanea fatta di partecipanti e mentor. Qui le arti performative escono dagli spazi istituzionali e si mescolano con il paesaggio, con la meteorologia, con la fatica. Il nomadismo non è solo geografico: è un metodo, una postura.
La piattaforma, sviluppata con Studio Folder e sostenuta da Fondazione Caritro insieme a MUSE Museo della Scienza e TSM-STEP Scuola per il governo del territorio e del paesaggio, funziona allo stesso modo: niente linearità, niente racconto unico. Piuttosto frammenti, immagini, appunti, memorie. Anche quelle minori, quelle che di solito restano fuori.
Dentro c’è la documentazione fotografica di Giacomo Bianco, ma soprattutto c’è un sistema aperto che permette di attraversare i materiali per associazioni, per derive, per salti. Un archivio che non conserva per fissare, ma per riattivare. Che mette in tensione la memoria con il suo contrario.
Si presenta il 30 marzo a Rovereto, nello studio di OHT, con A Nomadic Reading Group: una lettura collettiva che è già dichiarazione di metodo. Anche qui, più che spiegare, si attraversa.
Written by LR