Lo spettacolo di Adriano Popolo Rubbio si radica in un’immagine semplice e potentissima: una stanza afosa d’estate, densa di immobilità e di attese, in cui il passato ritorna senza essere evocato. “Amàru”, parola siciliana che significa amaro, custodisce già in sé questa ambivalenza: una dolce malinconia che oscilla tra gioia e perdita, tra ciò che è stato e ciò che continua a bruciare sotto la pelle.
In scena, gli adulti si ritrovano a maneggiare frammenti della propria infanzia come oggetti fragili. C’è un bambino che indossa i vestiti della madre, gesto insieme ludico e profondamente identitario; c’è un rapporto fraterno fatto di attrito e fusione, dove il desiderio di essere l’altro si mescola all’urgenza di distinguersi. I giochi diventano allora atti di trasformazione: il quotidiano si deforma, scivola nella fantasia, apre fenditure in cui il reale si lascia contaminare dal sogno.
Le musiche – un intreccio di tradizione mediterranea e composizione contemporanea – non accompagnano, ma guidano. Sono come correnti sotterranee che attraversano i corpi e li spingono verso una danza che è insieme ricordo e invenzione. Affiorano echi di canti popolari, lontani eppure familiari, che si intrecciano a gesti concreti, quasi tattili: il mare evocato nei movimenti, la casa come spazio emotivo prima ancora che fisico, la pelle come archivio sensibile del tempo.
Il lavoro si muove così su una linea sottile, dove tutto è in bilico: antico e presente, reale e immaginato, identità e trasformazione. E proprio in questo equilibrio instabile trova la sua forza. Amaru diventa allora un viaggio fisico ed emotivo dentro la fragilità del tempo e la persistenza dei legami. Un rito sommesso in cui la memoria non è mai racconto, ma movimento; non è mai passato, ma qualcosa che continua ad accadere. E quando finisce, resta addosso quella sensazione sottile e difficile da nominare: come un sapore dolceamaro, che non si lascia dimenticare.
Written by Andrea DI Corrado