Ci sono testi che non sembrano appartenere al passato, ma a una zona più profonda e più oscura della nostra memoria. “Le Baccanti” sono uno di questi. Ogni volta che ritorna in scena, non porta con sé soltanto il mito di Dioniso e Penteo, ma qualcosa che ci riguarda da vicino: il bisogno di perdere il controllo, la paura del desiderio, l’attrazione per ciò che non sappiamo governare.
A Ostia Antica, Theodoros Terzopoulos incontra Euripide attraverso la lingua potente di Edoardo Sanguineti. E il luogo, qui, non è solo cornice. Le pietre antiche, la notte, l’aria aperta, la memoria del teatro romano sembrano diventare parte stessa del rito. È come se la tragedia tornasse nel punto esatto da cui proviene: non per essere spiegata, ma per essere vissuta.
Dioniso arriva sempre così: come uno straniero, come una ferita, come una forza che scompiglia l’ordine naturale delle cose. Non chiede permesso. Entra nella città, nei corpi, nelle famiglie, nelle regole, e porta alla luce ciò che è sempre stato nascosto. Penteo prova a resistere, a controllare, a dare un nome al caos. Ma il mito ci insegna che ciò che viene represso non scompare: attende, cresce, esplode. Così l’intera Tebe guarda lo straniero come una minaccia, eppure è proprio attraverso di lui che la città scopre la propria paura, la propria violenza, la propria incapacità di accogliere ciò che non può controllare.
Nella visione di Terzopoulos “Le Baccanti” non sono soltanto il racconto di una punizione divina, ma una domanda bruciante sulla nostra fragilità. Quanto possiamo negare di noi stessi prima di spezzarci? Quanto ordine serve per vivere, e quanto disordine per non morire dentro? A Ostia Antica, tra buio e pietra, Euripide sembra tornare a parlarci con una voce antichissima e insieme presente. Ci ricorda che dentro ogni città razionale pulsa ancora un cuore selvatico. E che Dioniso, prima o poi, torna sempre: per far tremare le certezze, per restituirci alla parte più viva e inquieta di noi.
Written by Andrea Di Corrado