Immaginate che Dio decida finalmente di tornare sulla Terra per annunciare l’Apocalisse. Niente nuvole squarciate, trombe celesti o folle terrorizzate. Compare in un supermercato della periferia romana e, soprattutto, quasi nessuno sembra interessato ad ascoltarlo. È da questa folgorante premessa che nasce “Apocalisse tascabile”, un atto unico di circa settanta minuti nel quale la fine del mondo smette presto di essere la minaccia più preoccupante. Perché forse, suggerisce lo spettacolo, abbiamo già imparato a estinguerci quotidianamente senza bisogno di alcun intervento divino.
A prendere sul serio la profezia è un ragazzo sfibrato, senza particolari talenti né prospettive, improvvisamente nominato profeta e accompagnato da un altrettanto svogliato angelo dell’Apocalisse. Comincia così un pellegrinaggio dentro una Roma periferica, consumistica e disillusa, popolata da esseri umani apparentemente troppo occupati a sopravvivere per preoccuparsi della fine del genere umano. Ed è qui che Fettarappa colpisce più forte: si ride moltissimo, ma la risata non salva nessuno.
La lingua corre velocissima, mescolando gergo romano, poesia, teologia, slogan pubblicitari e parole prese in prestito dal lessico della produttività. Possiamo immergerci fino in fondo nel ritratto di una generazione under 30 «spenta e inibita», costretta a cercare nell’autoironia una forma di sopravvivenza. Il carrello della spesa diventa allora qualcosa di più di un oggetto scenico: è quasi l’altare di una nuova religione, quella del consumo, mentre jingle, fidelity card e promesse di felicità commerciale si sovrappongono alle aspettative naufragate di una generazione cresciuta sentendosi ripetere che avrebbe avuto tutto davanti, che l’impegno e il sacrificio ripagano sempre di tutti gli sforzi.
Le domande lasciate aperte dallo spettacolo sono tanto semplici quanto brutali: perché continuiamo ad abituarci a tutto: precarietà, isolamento, ansia, consumo, assenza di prospettive? Forse è questa l’Apocalisse più inquietante immaginata da Fettarappa e Guerrieri: non la distruzione improvvisa del mondo, ma la possibilità di smettere lentamente di accorgerci che qualcosa ci sta distruggendo.
Written by Andrea Di Corrado