Una personale dell’artista cinese.
Nella pittura di Jiayi Guo il rosa è il colore della libertà. Per l’artista, nata a Xi’an, significa soprattutto libero arbitrio, possibilità di scegliere e di affermare la propria identità oltre le convenzioni di una società patriarcale, nella quale ha avvertito i limiti imposti all’autonomia femminile. È anche il colore della consapevolezza di sé e di una forza interiore che si conquista attraverso l’esperienza. Non sorprende dunque che ritorni con insistenza nelle sue opere, talvolta nei particolari degli abiti e degli arredi, altre volte estendendosi all’intera composizione.
A questo sentimento si accompagna l’esperienza della libertà conosciuta in Occidente. Jiayi racconta di poter finalmente «respirare la città», espressione che suggerisce quanto lo spazio urbano possa essere percepito come un luogo di emancipazione. Ma nei suoi dipinti la libertà convive con un altro tema ricorrente: la distanza tra le persone, che non dipende necessariamente dalla separazione fisica. Si può essere vicini e rimanere differenti, condividere uno spazio senza conoscere davvero l’altro. La pittura diventa così il luogo nel quale esplorare incontri, attese, desideri e possibilità di comprensione reciproca.
Le opere riunite in mostra si sviluppano lungo due principali direzioni, destinate tuttavia a incontrarsi. La prima guarda alla storia della Cina, soprattutto alla dinastia Song (960-1279), che Jiayi considera una stagione di straordinaria fioritura culturale e di innovazione. Fu un’epoca di grande sviluppo economico e urbano, durante la quale si perfezionarono tecniche di stampa e strumenti di navigazione, si diffuse la carta moneta e raggiunsero altissimi risultati la poesia, la calligrafia, la ceramica e la pittura di paesaggio. Per l’artista il richiamo a quel periodo esprime una fascinazione estetica, ma anche il desiderio di mantenere un legame con la propria terra, recuperando un patrimonio di immagini e conoscenze che la progressiva omologazione culturale rischia di appiattire.
La seconda direzione si rivolge invece a un immaginario più recente, alimentato dal cinema e dalle atmosfere rétro dei film sentimentali e noir. Jiayi non ricostruisce però né la Cina antica né un Occidente storicamente determinato. Preleva figure, architetture e oggetti da epoche differenti e li combina con grande libertà, costruendo scene verosimili nelle quali la memoria personale incontra quella collettiva. (dal testo critico di Carmen Lorenzetti)
Written by LR