Nel quadrante nord-ovest di Milano, tra capannoni riconvertiti e nuove geometrie urbane del Certosa District, Abba occupa lo spazio di un ex pennellificio con la naturalezza delle cose destinate a trovare forma. La scelta di Certosa è curiosa: quasi un gesto di ricerca di un luogo di defaticamento urbano, lontano dal centro saturo, più rarefatto, dove il tempo sembra distendersi. Grandi vetrate, toni di sabbia e terra, legno che scalda senza appesantire: la sala è luminosa, ariosa, quasi sospesa. Di sera le luci si abbassano e tutto diventa più intimo, come se il ristorante respirasse a un ritmo diverso.
Abba è il progetto più compiuto di Fabio Abbattista. Non un punto di arrivo, ma la sintesi coerente di un percorso lungo e stratificato. Dalla Puglia delle origini alle cucine romane, dagli anni londinesi nelle grandi brigate stellate fino al ritorno a Milano: ogni tappa ha lasciato una traccia precisa, mai ostentata. Qui tutto torna, con una chiarezza che non ha bisogno di effetti speciali.
La sua è una cucina che lavora per sottrazione. Delicata ma non fragile, rigorosa ma non rigida. Il vegetale è il centro gravitazionale attorno a cui si muove ogni piatto: ortaggi colti nel punto esatto della loro maturazione, trattati con rispetto quasi contemplativo. I colori guidano la composizione, come se il piatto fosse una tela attraversata da luce e ombra. Pieni e vuoti si alternano con equilibrio, sapori nitidi emergono e si ritirano con grazia.
C’è una dimensione quasi atmosferica nell’esperienza da Abba: un cielo attraversato da nuvole leggere che improvvisamente si aprono lasciando filtrare fasci di luce.
C’è una dimensione quasi atmosferica nell’esperienza da Abba: un cielo attraversato da nuvole leggere che improvvisamente si aprono lasciando filtrare fasci di luce. Così sono i contrasti nei piatti — una nota acida che illumina, una consistenza più profonda che fa da contrappunto, una sfumatura amara che resta in sottofondo. Nulla è gridato. Tutto è misurato.
La coerenza è il vero lusso di questo luogo. Dalla selezione delle materie prime — affidata a piccoli produttori etici — alla cantina costruita con rigore, tra etichette biologiche, naturali e Champagne di nicchia; fino alle ceramiche realizzate a mano da Barbara Arcieri, pensate insieme allo chef per accogliere ogni preparazione come un paesaggio da abitare. Ogni elemento dialoga con l’altro.
Abba non rincorre la spettacolarità. Cerca piuttosto una forma di armonia contemporanea, in cui tecnica e memoria, radici pugliesi e apertura internazionale convivono senza attriti. È una cucina che parla sottovoce ma lascia un segno netto, come certe luci d’inverno che non scaldano, ma illuminano tutto con precisione.
In una Milano che cambia pelle, Abba sceglie la via della profondità. E trova, nella misura e nella coerenza, la propria cifra più luminosa.







