Pochi posti sanno darti quel senso di casa come il Vogue Bar. Una tavola calda vecchia scuola abitata da personaggi rubicondi e rumorosi, con camerieri che si urlano le comande da un lato all’altro della sala. A pranzo arriva l’orda degli uffici: cravatte allentate, badge al collo, gente che occupa i tavoli con la velocità di un blitz e riempie l’aria di chiacchiere su attualità, gossip e finanza.
Ma la vera macchina del tempo è l’odore. Appena entri ti prende a schiaffi quella fragranza di mensa scolastica — burro caldo, brodo, scaloppine e pasta al pomodoro — e per un attimo il cervello va in tilt. Ti ritrovi catapultato indietro di vent’anni: vassoi di plastica, tovagliette unte, qualcuno che urla che hanno finito le crocchette. Solo che qui la maestra non c’è: al suo posto ci sono impiegati in pausa pranzo e camerieri che lanciano i piatti sul tavolo con la sicurezza di chi ha visto tutto.
Nel seminterrato si radunano le creature più fedeli del posto: clienti storici che mangiano in silenzio, come animali territoriali

E poi c’è il livello segreto. Quando sopra è pieno come un vagone della metro, il Vogue Bar apre il suo sottosuolo. Scendi le scale e ti ritrovi in una stanza che sembra progettata da un discobar anni ’80 dopo tre Negroni: specchi fumé, neon rossi, poltroncine imbottite. Negli angoli, un torso e un busto di Beethoven osservano la scena come due buttafuori.
Nel seminterrato si radunano le creature più fedeli del posto: clienti storici che mangiano in silenzio, come animali territoriali, e tra una scaloppina al limone e una pasta scotta alzano la testa per controllare chi entra nel loro habitat. Anche l’impiattamento arriva direttamente da un’altra epoca: così fuori moda che ormai ha fatto il giro completo ed è diventato quasi punk.