C’è una domanda che probabilmente non ti è mai capitato di porti, anche perché non hai mai avuto motivo di farlo: cosa significa dormire accanto a estranei, non per necessità ma per scelta? Decidere volontariamente di abbassare la guardia più totale che esista, quella del sonno, in presenza di persone che non hai mai visto prima e probabilmente non rivedrai più. Questo il punto di partenza di uno sleep concert, e il punto è evidentemente non soltanto musicale.
La sua fenomenologia è questa: ci si presenta a mezzanotte nel luogo del concerto, sacco a pelo e cuscino sottobraccio, e ci si sdraia per terra insieme a tutte le altre persone. Ad una certa la o il musicista in questione inizia a suonare, ma con un obiettivo diverso da quello di un concerto normale: non tenere svegli, anzi. Nell’arco di circa sette ore, la durata solita che è all’incirca quella di un ciclo di sonno, il volume scende progressivamente, le sonorità si fanno sempre più sfumate e indefinite, fino ad accompagnare il pubblico ad un sonno senza scossoni. Poi lentamente la musica risale in un crescendo soft studiato per riportare tutti alla veglia. Un esperimento da spa di lusso? Una experience come si suol dire? Non lo è, o almeno non per come è stato concepito.
Bisogna tornare al 1982, ai dormitori dell’università di Stanford, dove Robert Rich, un musicista poco più che ventenne, organizza quello che potrebbe essere il primo sleep concert della storia: nove ore, dalle 11 di sera alle 8 del mattino, con un sintetizzatore modulare, due mangianastri, un eco a nastro e una manciata di amici studenti come pubblico. Terry Riley negli anni ’70 aveva già fatto concerti che duravano un’intera notte, quindi il ragazzo non si è inventato niente, ma ci aggiunge qualcosa di più specifico: l’interesse per gli stati di confine tra sonno e veglia, alimentato dalle letture sui sogni lucidi di Stephen LaBerge e dal fascino per i rituali di trance di culture lontane dalla sua.

L’obiettivo, per Rich, era creare le condizioni perché il cervello accentuasse quello che fa ogni notte: entrare in un ambiente naturalmente allucinogeno e costruire mondi, ma in modo più consapevole. Non musica per dormire meglio, ma un modo per osservare da vicino qualcosa che facciamo ogni notte senza guardarlo mai.
C’è poi un secondo livello nel pensiero di Rich: quello per cui il sonno non è solo materiale interessante, ma quasi un terreno di resistenza.
C’è poi un secondo livello nel pensiero di Rich: quello per cui il sonno non è solo materiale interessante, ma quasi un terreno di resistenza. Stando ai suoi racconti, durante il suo periodo in Silicon Valley si è trovato circondato da persone che si vantano delle settimane lavorative da 60 ore, in una cultura che misura tutto in termini di produttività e ha perso il contatto con qualsiasi forma di vita interiore, che viene quasi negata. Impressionante, se si pensa al valore ancestrale del condividere le proprie attività oniriche come modalità di indagine di sè e di conoscenza reciproca.
Se questa retorica oggi è accostabile ad un post di LinkedIn sul burnout, a metà anni ’80 da uno che passava le notti a far dormire la gente con un sintetizzatore suona più come una piccola rivolta silenziosa. Ma restando all’epoca contemporanea del post sul workhaolism, con l’idea dello sleep concert ancora lì radicata e più che invecchiata bene quasi ringiovanita, emerge chiaramente come la questione oggi interessa meno come format musicale e più come dispositivo sociale: la differenza con un concerto normale non è solo la durata, ma la struttura stessa dell’esperienza. Un concerto tradizionale ha un’architettura sociale evidente: arrivi, condividi uno spazio per un paio d’ore, guardi una performance, torni a casa. Il contatto con gli altri è laterale, quasi incidentale, sicuramente performativo.
Uno sleep concert ribalta questo schema. Passare un’intera notte nello stesso spazio, attraversare insieme momenti di veglia e di sonno e condividere la vulnerabilità del riposo, produce una socialità diversa: meno orientata a qualsiasi forma di consumo, più vicina a un’esperienza temporanea di convivenza. Non stai guardando qualcosa insieme ad altri: stai esistendo insieme ad altri, in uno stato che normalmente riserviamo solo a chi conosciamo intimamente.
Non a caso in molte versioni recenti di questo formato compare anche la letteratura, e non come riempitivo. Il riferimento naturale è Il libro del sonno di Haytham el-Wardany, scrittore egiziano che da anni lavora sul sonno come materiale letterario e politico insieme: il suo libro, scritto nella primavera del 2013 mentre il governo di Mohamed Morsi stava collassando sotto la pressione delle proteste, mescola memoria e distorsione onirica, favole sufi e parabole capitaliste per arrivare a una domanda tutt’altro che ovvia: cosa diventiamo, quando dormiamo? E cosa succede al nostro “io” sveglio in quelle ore? El-Wardany parte da uno stato, il tempo morto e improduttivo del sonno, che la cultura occidentale considera quasi uno scarto, per restituirgli il valore di territorio da esplorare, non troppo diversamente da quello che Rich provava a fare con il suono trent’anni prima.
Una precisazione in particolare per tutte le persone appartenenti a un certo nord italia/Europa che purtroppo hanno dovuto incontrare il concetto di soft clubbing o al tramonto di un certo tipo di idea di clubbing, nel declino lento e inesorabile di determinate forme di socialità frenetiche: niente a che vedere con una risposta derivativa da tutto questo, o al costante bisogno di generare intrattenimenti. Qui si parla di una cosa antica quanto costantemente sorprendente: prendersi lo spazio politico di una condivisione notturna collettiva vulnerabile, e non doversi chiudere in una stanza per non performare.
La notte di mezzo di Spellbound!, il festival del collettivo sabaudo Almare, dopo la scorsa edizione con Invernomuto sarà proprio uno sleep concert all’interno dell’esoterica cornice del Parco Arte Vivente guidato dalla visionaria producer e ricercatrice Nkisi, con Desert Songs, che porta questa retorica da un’altra angolazione. Il progetto nasce dentro una ricerca più ampia che si concentra su fenomeni sonori che non si lasciano catturare del tutto ma una volta ascoltati, restano, sfuggenti, più vicini a una condizione che a un’informazione.
Desert Songs parte da un’osservazione storica curiosa: per secoli, i viaggiatori che attraversavano i deserti raccontavano di sentire voci, ritmi, segnali che il vento portava senza fonti visibili, in un paesaggio dove la vista da sola non basta a orientarsi, e che per questo diventava prima di tutto un’esperienza acustica. Questa è la soglia su cui lavora la producer: non cerca di spiegare quei fenomeni né di renderli rassicuranti, ma li lascia parzialmente oscuri, “in eccesso di significato”.
Anche qui torna la domanda di partenza: cosa succede quando smettiamo di voler controllare completamente ciò che ascoltiamo (o sogniamo) e accettiamo di restare dentro qualcosa che non possiamo del tutto afferrare? Tra il dormiveglia di Robert Rich e il miraggio acustico di Nkisi, forse la risposta è che non tutto deve essere risolto e compreso per essere vissuto.

