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Fanculo la cultura

Written by Andrea Ruggeri il 20 April 2026

L’arte è indisciplinata, alterata, ostile, illegale, disturbata, eversiva, selvaggia e stronza, se così non è non c’è arte ma artrosi.
Bologna ha questo lascito nella cultura contemporanea, quello dei suoi disturbatissimi rioters, e non dei sindaci o funzionari di partito. Deve essere chiaro. Questo flusso lungo 50 anni è annegato in un marketing tossico e unidimensionale in vista di una città gentrificata, sfrattatrice di giovani, arruolatrice di ricchi, fattrice di un culturismo pompato pacificato e innocuo.

E qui entra in gioco la finta democrazia culturale.
Ecco un po’ di regole per farsi un’idea.

1. Regola del Supermarket
Evitare la politica culturale dell’elemosina a pioggia per pura ingordigia di consenso. La finta democrazia è “molto partecipativa”, giammai rifiuterà qualunque proposta “culturale”. L’indistinto obolo a chiunque diffonde paludismo e conformismo stagnante.
Questa promozione da scaffale non va confusa con la pluralità, è asfissia.

2. Regola dei Numeri Primi
Quelli bravi fanno la differenza, tutti gli altri fanno numero.
Niente confusioni tra politica culturale e regimi consociativi che appiattiscono verso il basso l’offerta culturale. Mettere tutto e tutti assieme è il niente nel nulla.

3. Regola della New Addiction
La cultura pubblica non deve dipendere dal mktg territoriale. Non è un’attività di promozione dell’attrattività per fare numeri con grandi eventi, turisti, fiere, feste e food. Il mktg è dipendenza tossica dal consumo di sostanze industriali con filiera sospetta. Diversamente non occuparsi di incremento del pubblico è la condizione per occuparsi di eccellenze che non dipendono dai numeri ma che sono l’unicità che distingue il dna di una città dal panorama culturale generalista.

4. Regola di Debord
Individuare con cura le comunità culturali che hanno un curriculum solido sul territorio e sono aperte ai circuiti internazionali. L’accessibilità del pubblico alla cultura è guidata dalla selettività e dal differenziare l’offerta. Qualità dell’offerta non visibilità, non pensare all’incasso ma inventare pubblici diversi indipendentemente dal numero di fruitori. Una strategia culturale pubblica non si confonde con l’intrattenimento da offerta lancio.

5. Regola di Majakovskij
La cultura pubblica decide l’indirizzo culturale, non il privato.
Il privato bada al profitto, agli incassi, al successo di pubblico, è nella sua natura essere mainstream.
La cultura pubblica ha un’altra missione: è la chiave di lettura che esalta la pluralità, sostiene le punte, stimola tutto ciò che rompe gli schemi, mantiene vitale il vivaio contemporaneo di una città.

6. Regola di Darwin
Selezione della specie. Pluralità e qualità sono indipendenti dalla monocultura unidimensionale e dal suo calendario. La politica culturale pubblica difende le differenze e le specie autoctone. E’ decisione autonoma su contenuti, linguaggi, artisti. Zero omologazione. Zero propaganda.

7. Regola di Alcatraz
Il recinto mainstream dove ammassare il gregge è costruito per impedire evasioni dal conformismo narcotico e invasioni di utopie fuorilegge. Il recinto è il compimento “progressista” di un urbanesimo privatistico a uso di immigrati ricchi impauriti dai botti di vita.

8. Regola della Piena
La cultura non deve stare dentro gli argini ma romperli (cit.)
Di nuovi contenitori ce ne sono già troppi, mentre i contenuti di valore scarseggiano. I nuovi musei sono parte integrante del recinto, è la devitalizzazione del magnifico canino che ha sempre il nervo scoperto. La musealizzazione continua della città è normalizzazione necrologica.

9. Regola dei Magnifici 7
Per 50 anni e 7 sindaci: tutti adottano una punizione ininterrotta contro le culture autonome. Bologna ha il più alto numero di persecuzioni e sgomberi di centri sociali e occupazioni di spazi d’Italia, ma questo vuol anche dire che è la città con il più alto tasso di vitalità culturale e sociale per abitante. Un modello fenomenale di resistenza ed esuberanza per città molto più grandi come Milano e Roma.

10. Regola Generale
L’ “avanguardia alternativa” è ancora affamata? Vai a saperlo. Però vale la pena prendersi il compito radicale di garantire indipendenza dai venditori di intrattenimento un tot al kilo. Questo sta a dire che la strategia culturale pubblica fa un altro mestiere, che peraltro deve mettere in conto anche una quota di tolleranza all’ “illegalità” se questa elettrifica energie un pochino selvagge. Diversamente vince qualcun altro che toglie la corrente: quello che espelle avamposti creativi per far posto alla gentrificazione a zero amperaggio. La nuova centrale acquisti è la speculazione immobiliare, nemica giurata di ogni spazio incontrollato manda in necrosi il tessuto umano da cui una città attinge la sua preziosa alterità. L’invasivo immobiliare è ostile a ogni forma di sana radicalità culturale in nome del sano profitto. Pacificazione forzata e normalizzazione del quadro conflittuale sono le pre-condizioni per edificare la sostituzione antropologica che muta la popolazione in zombie straricchi e zombie strapoveri. Fine: la necrosi privatistica si mangia la città vitale. E va detto, ormai non si può vincere questa battaglia, non resta che abbandonare tutte le posizioni e ricostruirsi altrove. Dove e come è la sfida.