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Il libro che racconta la storia del Maffia

Written by Salvatore Papa il 18 May 2026

Per capire cos’è stato il Maffia bisogna partire da una cosa che oggi sembra quasi difficile da immaginare: a metà anni Novanta, dentro un ex capannone industriale vicino alla stazione di Reggio Emilia, prende forma uno dei luoghi più importanti della club culture italiana. Non una discoteca tradizionale, non un centro sociale, non semplicemente una sala concerti, ma uno spazio dove si mescolavano jungle, trip hop, dub, drum’n’bass, hip hop, grafica sperimentale, cinema di serie B, radio, cyberpunk e una quantità notevole di persone convinte che dalla provincia si potesse comunque parlare col resto del mondo.

Tutte le mani del Maffia, pubblicato da Rizosfera, racconta questa storia. Il libro – oltre 300 pagine tra fotografie, flyer, grafiche, testimonianze e materiali d’archivio – ricostruisce la nascita e l’evoluzione del club aperto nel 1995 in viale Ramazzini 33, cercando di spiegare come sia riuscito, nel giro di pochi anni, a entrare stabilmente nel circuito internazionale della musica elettronica e delle culture underground.

Il Maffia non nasce dal nulla. Dietro al progetto c’è già una rete di persone che arriva dall’esperienza del Red’ko e del collettivo Kom-Fut Manifesto: dj, grafici, musicisti, speaker radiofonici e organizzatori che nei primi anni Novanta iniziano a costruire eventi legati all’elettronica, all’industrial, al dub, all’hip hop e alle controculture.

Il libro segue proprio questo passaggio, spostandosi da una scena quasi artigianale a una struttura sempre più organizzata. Nella prima stagione del Maffia passano già nomi come DJ Food, Herbaliser, Coldcut, DJ Vadim e Funki Porcini, artisti legati all’universo Ninja Tune e a quel momento in cui trip hop, breakbeat, dub, jazz ed elettronica iniziano a mescolarsi in modo nuovo. Parallelamente nascono il Maffia Sound System e l’Institute of Dubbology, struttura interna che permetterà al club di organizzare booking e tour in autonomia, creando collegamenti diretti con etichette e scene inglesi.

Uno degli episodi raccontati nel libro riassume bene il clima di quegli anni. Nell’estate del 1996 Paolo Davoli e Luca “DJ Rocca” Roccatagliati – due delle figure centrali del Maffia – sono a Londra ed entrano in un negozio di dischi a Soho dicendo di essere “della Maffia”. Il proprietario, Keiron B di Atlas Records, pensa inizialmente alla mafia vera. Quando capisce che stanno parlando di un club underground di Reggio Emilia, la sua risposta è: “Ma dove cazzo è Reggio Emilia?”. Da quell’incontro nascerà una collaborazione stabile con Atlas.

Ma accanto a Londra, nei racconti del libro ci sono anche Bristol, Berlino, Tokyo o New York, città connesse a Reggio Emilia con scambi continui tra etichette, radio e scene underground.

Negli anni successivi al Maffia passano Goldie, Amon Tobin, DJ Krush, Talvin Singh, Howie B, Fatboy Slim, Peshay, Photek e A Guy Called Gerald. Alcune delle pagine più interessanti del libro sono dedicate proprio alle Ninja Tune nights e alla scena drum’n’bass inglese, raccontate da chi le ha organizzate e vissute.

C’è poi un altro elemento che oggi sembra lontanissimo: tra il 1997 e il 1999 Rai Radio 2 trasmette quasi ogni sabato notte in diretta dal Maffia. In un periodo precedente allo streaming e ai social, quelle dirette diventano uno dei pochi modi per ascoltare in Italia certi dj set e certe sonorità che fino a quel momento circolavano quasi esclusivamente attraverso negozi di dischi, mixtape e riviste specializzate.

Molto spazio è dedicato anche all’identità visiva del club. La grafica di Gabriele Fantuzzi – flyer, poster, impaginazioni, logo della mano col cuore – documenta un momento in cui desktop publishing, cultura rave, typography sperimentale e collage digitale stavano cambiando contemporaneamente sia la comunicazione visiva sia la musica elettronica.

Nonostante tutto, però, il libro cerca evitare la nostalgia facile. Damir Ivic, nell’introduzione, lo scrive subito: «Il passato non torna più. A scanso di equivoci: non torna più». E poco dopo aggiunge quello che forse era davvero il centro del Maffia: «Il Maffia prima di tutto era un posto dove c’era sete di futuro».

Più che trasformare il club in una reliquia, Tutte le mani del Maffia prova quindi a ricostruire il funzionamento di una scena: come nasce, come si organizza, come riesce a collegare una città di provincia a un circuito internazionale e come certe esperienze culturali riescano, anche per pochi anni, a produrre un immaginario molto più grande del luogo in cui nascono.