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La famiglia International Anthem in Italia!

Scenasonica, AQUAVITAE e Pentagon Booking dedicano un focus di due giorni esclusivamente ad artisti dell'etichetta americana. Ne abbiamo parlato con il curatore Claudio Scircoli

Written by Giulio Pecci il 16 June 2026
Aggiornato il 8 July 2026

Undici ore e quaranta di viaggio secondo Google Maps. È il tempo di percorrenza tra Chicago – la più grande città dell’Illinois, la più grande metropoli dell’entroterra americano e la terza degli Stati Uniti per popolazione dopo New York e Los Angeles, quasi tre milioni di abitanti – e il piccolo comune di Precenicco in provincia di Udine, vicino al confine con la Slovenia, quasi mille e cinquecento abitanti. Incredibile ma vero, le due città il 17 e 18 Luglio prossimi si incontrano per un’occasione più unica che rara: due giorni di musica esclusivamente targata International Anthem, etichetta di Chicago che negli ultimi dodici anni si è affermata globalmente come tra le più interessanti fucine musicali della musica creativa contemporanea.

Dietro l’operazione c’è Scenasonica, progetto che dal 2012 porta avanguardie musicali internazionali a Pordenone e dintorni. Claudio Scircoli, curatore e organizzatore degli eventi, racconta di come sia “il risultato di anni di ascolti, concerti, viaggi e di una curiosità che non si è mai esaurita.” E di risposta, come sempre nel caso di questo tipo di iniziative, ad un vuoto culturale. “All’epoca avevamo la sensazione che mancasse un luogo capace non solo di ospitare concerti, ma anche di creare nuovo interesse intorno alla musica.” Così dall’unione di intenti di vari professionisti e appassionati nasce questa esperienza che fin dall’inizio non si imbriglia in generi o approcci, ma sceglie la libertà come filo rosso.

“Questa impostazione nasce anche dalla mia storia personale. Alla fine degli anni Settanta sono entrato nel nucleo del The Great Complotto di Pordenone, il movimento che trasformò la città in uno dei laboratori più originali del punk e della new wave italiana. Ero tastierista in alcune band, cofondatore dei Mess. Quell’esperienza mi ha lasciato un modo di intendere la cultura che porto ancora con me: indipendenza, curiosità e libertà creativa. Scenasonica nasce da questa eredità. Non abbiamo mai voluto costruire un festival di jazz, di elettronica o di musica sperimentale. Cerchiamo artisti con una voce personale, indipendentemente dal linguaggio che utilizzano. Negli anni questo approccio è diventato la nostra identità. Oggi molti spettatori acquistano un biglietto senza conoscere tutti gli artisti in programma, semplicemente perché si fidano del percorso che proponiamo. È probabilmente il riconoscimento più bello che potessimo ricevere.”

Così il territorio diventa il punto di partenza. Tramite collaborazioni istituzionali e non, locali e non. Un approccio che pone delle sfide soprattutto nel farsi capire dal territorio stesso che, per natura delle provincie può risultare spesso autoreferenziale e un po’ fuori dalle dinamiche che non siano quelle ultralocali. Ma che proprio per questo premia chi è abbastanza attento da empatizzare e da addentrarsi. “Una città di 50.000 abitanti che si fa casa, e ospita e propone ogni mese per 15 anni consecutivi artisti e gruppi di ricerca e avanguardia musicale è davvero cosa rara.”

Negli anni Claudio e Scenasonica hanno lavorato in sordina ma con una costanza rarissima nel mondo della curatela Italiana indipendente. Così oggi ci troviamo di fronte a un pedigree impressionante. Tra i nomi ad aver lasciato una traccia importante ci sono Dowdeline, Waq Waq Kingdom, Joasinho, Crack Cloud, Kassa Overall, Masma Dream World, Mouse on Mars, Nova Materia, Forest Swords, Tom Skinner. “Se devo sceglierne uno, penso al live di AYA all’Ex Convento di San Francesco. Arrivava da un periodo straordinario, con il riconoscimento di The Wire come miglior album dell’anno, ma quello che ricordo non è tanto il prestigio dell’artista quanto l’atmosfera che si è creata quella sera. C’era una concentrazione quasi fisica, la sensazione condivisa di assistere a qualcosa di irripetibile. Ciò che rimane sono quei concerti in cui artista e pubblico sembrano respirare insieme, momenti rari e imprevedibili, è per cercare di farli accadere che continuiamo a fare questo lavoro.”

Alla base del lavoro di Claudio c’è un’etica forgiata negli anni in cui essere indipendente aveva un significato reale e radicale. “Diffido del mainstream quando diventa un linguaggio imposto più che una libera scelta del pubblico e penso che l’intreccio tra grandi eventi, logiche di mercato ed esigenze di visibilità politica contribuisca a un progressivo impoverimento culturale.” Il fenomeno The Great Complotto non solo era indipendente dal mainstream, ma lo era perfino dalle altre scene indipendenti dell’epoca. “Quell’esperienza mi ha insegnato che la musica può essere uno strumento per leggere il presente, mettere in discussione le convenzioni e creare relazioni tra persone molto diverse. È un insegnamento che non mi ha più abbandonato. Credo che il compito di un curatore non sia confermare ciò che il mercato ha già legittimato, ma assumersi la responsabilità delle proprie scelte. La curiosità resta il principio che guida tutto: continuo ad ascoltare molta musica, a confrontarmi con persone che ne sanno più di me, a frequentare festival, a leggere e a lasciarmi sorprendere. Se Scenasonica ha costruito una propria identità, credo dipenda soprattutto da questo metodo.”

E questo metodo si sposa in modo perfetto con quello di International Anthem, un’etichetta che della capacità di tessere rete globalmente ha fatto la sua cifra stilistica, seconda solo alla strepitosa musica che pubblica. “Li seguiamo praticamente dagli inizi e ci siamo riconosciuti fin da subito. Quello che ci affascina è che, pur pubblicando artisti molto diversi tra loro, riescono a mantenere una visione estremamente coerente. Jazz, elettronica, folk, improvvisazione, musica contemporanea e molte altre influenze, senza che tutto questo venga mai vissuto come un esercizio di stile. C’è una forte attenzione alla ricerca, ma anche un desiderio costante di comunicare ed emozionare.”

 

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Come si diceva all’inizio l’occasione di un festival verticale su un fenomeno del genere è qualcosa che in Italia si vede raramente, anzi, forse non si vede proprio. “Oggi molti festival costruiscono i loro cartelloni sommando nomi provenienti da contesti molto diversi. Noi abbiamo scelto la strada opposta: rallentare, entrare nell’universo di una sola etichetta e provare a raccontarne la visione. Pensiamo che, oltre ai singoli artisti, esistano realtà capaci di influenzare profondamente il modo in cui la musica viene immaginata, prodotta e ascoltata. International Anthem è una di queste, e dedicarle un festival significa riconoscere il valore di un’idea di cultura fondata sulla libertà, sulla curiosità e sulla costruzione di relazioni durature tra gli artisti.”

Insomma, 17 e 18 Luglio potremmo godere in primis del Ben Lamar Gay Ensemble, forse l’artista più iconico, creativo e istrionico del catalogo a cui le definizioni non si appiccicano e che dal vivo lascia semplicemente sbalorditi e con le lacrime agli occhi. Con lui anche la full band del folletto inglese Alabaster De Plume con il suo jazz-punk-post hippy teatrale; la new entry Kalia Vandever che già promette di affermarsi come nuova next big thing della scena sperimentale americana; la chitarra creativa di Gregory Uhlman, autore di uno degli album più apprezzati dell’anno e parte degli SML; il psych-jazz in full band dell’italiana adottata inglese Ruth Goller; l’avant-jazz mescolato alle tradizioni latinoamericane di Ibelisse Guardia Ferragutti. Più selezioni musicali ad hoc e probabili altre sorprese.

Date le difficoltà organizzative (leggi: economiche) che affrontano i curatori e i promoter italiani siamo spesso considerati il fanalino di coda dei tour, quelli che si devono prendere quello che rimane, spesso costretti a rinunciare a grandi occasioni finendo per piangerci addosso e mangiarci le mani. Ecco, due giorni del genere sono una di quelle strane e meravigliose congiunzioni astrali che rimettono un po’ apposto le cose. Difficile lasciarsi sfuggire l’occasione di godere di così tanta musica incredibile per quarantotto ore di fila. Biglietti qui.

 

PROGRAMMA:

Venerdì 17 Luglio

Alabaster DePlume (full band)

Kalia Vanderver (solo)

Ibelisse Guardia Ferragutti (solo)

Sabato 18 Luglio

Ben Lamar Gay Ensemble

Ruth Goller (full band)

Greg Uhlmann (solo)