Nat Geo Night: Germania

Una selezione di documentari legati al mondo della notte e della musica elettronica made in Deutschland

Written by Raffaele Paria il 22 April 2020

Dorian Gray

Kling Klang. Din Don, in italiano: un’onomatopea semplice semplice. Così due studenti del conservatorio di Düsseldorf, Ralf Hütter e Florian Schneider, chiamano lo stanzone che hanno appena affittato al numero 16 di Mintropstraße, al lato della stazione dei treni cittadina. L’esterno dell’edificio è rivestito di piastrelle gialle: un grande apertura nella facciata conduce a un cortile chiuso. I piani superiori del palazzo sono occupati da una società di installazioni elettriche e il cortile è adibito al carico e scarico di merci. Al piano basso, sulla destra, tramite una piccola porta e un’anticamera si entra in quello che poco alla volta verrà adibito a studio e sala prove, con una ricca dotazione di oscillatori, registratori, microfoni, amplificatori e strumenti elettronici tra i più disparati. Tra queste pareti Florian e Ralf, coadiuvati da un pugno di giovani musicisti, spenderanno – da buoni “operai musicali” – dieci ore al giorno al lavoro. Certo non lo immaginano, ma i neonati “Kraftwerk” stanno gettando le basi della musica del futuro.

La personalissima selezione di documentari qui sotto fornisce una traccia del contributo tedesco alla complessità ed eterogeneità della musica elettronica odierna.

1. We Call it Techno!

Un documentario del 2008 che racconta con dovizia di aneddoti, interviste e immagini dell’epoca la scena e la cultura techno tedesca. Si parte con il mitologico Dorian Gray, club nato nel 1978 e curiosamente situato nella Hall C dell’edificio del Terminal 1 dell’aeroporto di Francoforte: di notte, con gli aerei a terra, la musica elettronica decollava nella discoteca a cui si accedeva tramite una piccola porta verde con scritto “Get into magic”. Sven Väth ci racconta come dj Talla 2XLC con la sua serata “Technoclub”, prima al No Name Club poi al Dorian Gray sia stato l’originatore della scena tedesca e, in assoluto, della definizione “techno”. Pare infatti avesse coniato il termine techno come nome di genere per la musica dance elettronica strumentale nel negozio di dischi City Music di Francoforte, quando iniziò a classificare alcuni brani di artisti come New Order, Heaven 17 e Front 242. Imperdibile il video della prima Love Parade, il primo Luglio 1989: tra lo sbigottimento dei passanti sullo Kurfürstendamm, un manipolo di giovani pacifisti e sorridenti marcia e balla dietro un VW Transporter riempito di speaker caricati ad acid house. È l’inizio di un movimento che nel 1997 dovrà trasferirsi al Tiergarten per ospitare il milione di partecipanti. Tra le altre chicche nel documentario, i racconti di Sven sulle notti pazze all’Omen di Francoforte, il dancefloor – per dirla con un eufemismo- variegato del Front di Amburgo, i ricordi di dj Hell quando era un commesso da Hardwax, e molte altre curiosità.

Se siete interessati alla storia dell’Omen, l’emittente tedesca Viva nel 1998 (anno di chiusura del club, culminato con un rave party improvvisato nelle strade adiacenti) dedicò alla discoteca un documentario eccezionale (in tedesco).
Per una panoramica comprensiva dei club tedeschi, dal pionieristico WMF al Bunker, club inadeguato ai claustrofobici, trionfo di hard techno ed edonismo gay (e prima che Christian Boros ci allestisse la sua magnifica collezione d’arte), rimandiamo a questo articolo di Electronic Beats.

2. Don’t Forget to Go Home (Feiern)

Più che un documentario trattasi di un racconto corale del 2006 diretto da Maja Classen sulla scena elettronica berlinese. Sono anni frenetici in cui la città cambia pelle. Da un lato l’esplosione dell’offerta culturale e del divertimento, grazie anche all’afflusso di una miriade di giovani expat, dall’altro si intravede il rovescio della medaglia: speculazione immobiliare, aumento degli affitti tradizionalmente calmierati, turismo mordi e fuggi. La scena elettronica è in fermento: la liberale, permissiva e relativamente economica Berlino diviene la città di adozione di centinaia di produttori e dj, vengono fondate nuove label, i club stanno aperti per 72 ore di fila e ne nascono in continuazione di nuovi. La fama del Berghain si sta consolidando, così come quella del Watergate, del Maria e del Bar25 tra i tanti. Le numerose interviste combinano candore, nostalgia, racconti senza filtro su droga, edonismo e vita vissuta. Interessanti le parole di un giovane Luciano con l’amico Ricardo e la colonna sonora, da Seelenluft a Plastikman. Sicuramente Hannes Stöhr ha prelevato da qui qualche spunto per il suo “Berlin Calling”, girato due anni più tardi.

3. Berliner Trance

Berlino, 1993: in questo breve documentario il regista Ben Hardyment esplora le origini della scena trance tedesca, coadiuvato da quel pazzoide di Mark Reeder, boss dell’etichetta MFS, abbigliato con giacche militari extralarge o con tenuta da pilota di caccia. Ci sono le interviste a Dr. Motte, Laurent Garnier in studio, Paul van Dijk (qui un giovanissimo dj berlinese che proprio Reeder ha da poco scoperto e prodotto), la Love Parade del 1991 (nata nel 1989 con 150 partecipanti, due anni dopo siamo già sui 5000), ampi tratti di muro, il Tresor e l’E-Werk, i due club che hanno plasmato la scena elettronica della città a partire dai primi anni 90.

4. Sub Berlin – The Story of Tresor

Dopo la breve esperienza dell’Ufo Club e i rave techno itineranti (la speaker radiofonica Monika Dietl forniva indizi su luogo e parola d’accesso via radio il sabato sera su Radio 4U), nel 1991, in Leipziger Straße, nei vecchi spazi sotterranei di un grande magazzino, apriva i battenti il Tresor. Chi c’è stato lo ricorda bene: l’ambiente industriale, il dancefloor compatto, il soffitto basso, le grate metalliche, i muri scrostati, il logo – un cerchio, un mirino, un occhio?, mi sono sempre chiesto – onnipresente, l’impianto potente che spingeva hard techno, industrial e trance dalla sera alla mattina per più giorni a settimana. Non stupisce che i dj di Detroit amassero il Tresor: Jeff Mills, Juan Atkins, Blake Baxter ci sentivano aria di casa, come ovviamente una pletora di dj berlinesi e tedeschi che qui si sono formati, compreso Dixon che, giovanissimo, addolciva di deep house le notti techno insonni dei clubber. Il documentario è diretto da Tilmann Künzel ed è una cronistoria del Tresor dalla nascita alla chiusura nel 2005. Tra le tante testimonianze, quelle di Sven Väth, Chris Liebing, Josh Wink, Juan Atkins, Monika Kruse e Dimitri Hegemann, l’originatore e proprietario. Si chiude con il video della demolizione del locale in un funereo filtro color seppia, l’intervista al gioviale impresario edile che ha rilevato gli spazi per edificare un immenso e anonimo immobile di pregio.

5. Denk ich an Deutschland in der Nacht

Cinque dj/musicisti al lavoro in studio, nel club, sul palco, e riflessioni sparse sul mondo della musica elettronica. E ancora: immagini di locali vuoti alla luce del giorno, piste da ballo piene di notte, i dintorni degli studi in cui viene creata la musica che trasforma la notte in giorno. Dopo la “Club land trilogy”, composta da 196 BPM, del 2003, Between The Devil And The Wide Blue Sea (2005) e Villalobos (2009), il regista tedesco Romuald Karmakar continua a indagare nel mondo della notte. Lo fa con i sodali Ricardo Villalobos, Roman Flügel, Sonja Moonear, David Moufang (aka Move D) e Ata (dj, vulcanico label manager e proprietario del Robert-Johnson). I film completi di Karmakar sono purtroppo introvabili in rete, ed è un peccato considerando la loro valenza documentaristica oltre che artistica.

Se ti sei perso le prime puntate di Nat Geo Night qui trovi i link:
Nat Geo Night: Italia
Nat Geo Night: America
Nat Geo Night: Regno Unito