Giù le mani da San Siro

Il Meazza è uno stadio pubblico, e pubblico deve restare

Written by Lucia Tozzi, Simone Muzza il 18 September 2019
Aggiornato il 19 September 2019

Ma siamo pazzi? Dovremmo tremare di fronte al ricatto di Milan e Inter di costruire un nuovo stadio a Sesto San Giovanni o dove garantiscono loro più cubature? Dovremmo preoccuparci perché siccome non staccano più abbastanza biglietti i loro profitti non sono abbastanza elevati? E per quale motivo toccherebbe a noi farci carico del loro desiderio di aprire centri commerciali e ristoranti?

Da mesi e anni i titoli dei giornali sempre più perentori prospettano uno stadio a Santa Giulia, uno a Rho, due diversi, uno solo a San Siro ma cento metri più in là. Annunci che riportano le parole di presidenti e AD delle società come se fossero la bibbia, dichiarazioni il cui tono non lascia trapelare il minimo dubbio sull’effettiva legittimità a decidere del destino di uno spazio – secondo alcuni di un monumento – che a tutti gli effetti è di proprietà pubblica comunale, appartiene ai cittadini tutti e neppure solo ai tifosi. Negli stadi infatti possono succedere una quantità di cose oltre alle partite di calcio: concerti, feste, matrimoni collettivi, comizi, possono persino essere utili in caso di emergenze territoriali.

Le due società sportive che lo usano, evidentemente, dopo tanti anni si sono convinte di essere anche proprietarie di tutto il quartiere e di poterne fare ciò che meglio gli aggrada

Che i privati desiderino arricchirsi è legittimo, certo, ma è un problema loro. Qui, come dice Fabrizio Bottini, “Succede che si verifichi un nuovo balzo logico con l’idea di «usucapione urbanistica» per lo Stadio Meazza, quella che viene considerata in tutto il mondo la Scala del Calcio. Le due società sportive che lo usano, evidentemente, dopo tanti anni si sono convinte di essere anche proprietarie di tutto il quartiere e di poterne fare ciò che meglio gli aggrada, studiando progettoni, incaricando studi di architettura internazionali, gestendo in tutta autonomia concorsi di idee e annunciando a pezzi e bocconi sulle pagine di cronaca locale «il futuro della città»”.

Le risposte pubbliche però non recano traccia alcuna dell’autorevolezza del proprietario. Il sindaco dialoga, ribadisce ogni giorno il “dovere di ascolatare le società”, rilancia con una proposta di vendita da 70 milioni di euro (meno di un calciatore tipo l’ultimo acquisto dell’Inter, Romelu Lukaku), ma non ha mai detto: col cazzo che fate fuori uno stadio in buono stato, recentemente restaurato, che peraltro mi serve per le Olimpiadi appena vinte. Che buttate giù 150.000 tonnellate di cemento e ferro, miste ad amianto, creando una processione di 11.000 camion da 30 tonnellate verso la discarica, consumando altro suolo per il nuovo edificio e producendo una devastazione ambientale mostruosa proprio mentre io sfilo con i bambini e i giovani di Fridays for Future, dichiaro l’emergenza climatica (ma poi appunto festeggio la vittoria delle Olimpiadi, un grande evento che in quanto tale aggrava l’emergenza climatica), promuovo convegni sull’economia circolare e lancio l’idea dei 3 milioni di alberi.

Cara Inter, caro Milan, costruitevi il vostro stadio se volete e se potete, pagando tutti gli oneri urbanistici e ambientali (capirai), ma non costringeteci a buttare giù il Meazza

Ma le due società calcistiche di Milano rifiutano con sdegno la proposta di sola ristrutturazione messa sul piatto dal Comune, vogliono un impianto nuovo tutto marketing, sul classico modello dell’intrattenimento all’americana (centro commerciale con ristoranti e negozi, giochi per bambini e famiglie, foto e hashtag assortiti, ricchi premi e cotillon); inoltre la nuova struttura dovrebbe avere una capienza molto più bassa (si parla di circa 60.000 spettatori), il che provocherà un aumento del prezzo dei biglietti e degli abbonamenti (come successo allo Juventus Stadium, pardon “Allianz”), rendendo di fatto di nicchia uno sport aperto da sempre alla cultura popolare. La cosa più patetica è che il progetto di un ennesimo centro commerciale viene giustificato da un’esigenza sociale, quella di “rivitalizzare un’area che altrimenti si popola solo un giorno a settimana”: come se l’unica forma di vita urbana concepibile fosse il consumo, of course circondato da sterminati parcheggi.

Benissimo: cara Inter, caro Milan, costruitevi il vostro stadio dove volete, pagando tutti gli oneri urbanistici e ambientali (capirai), ma non costringeteci a buttare giù il Meazza: come ha detto l’indimenticabile centravanti nerazzurro Spillo Altobelli, siamo pronti a incatenarci.
Lo stadio di proprietà è un modello di business che in Inghilterra ha portato molte entrate alle società calcistiche, così come alla Juventus, ma nei loro bellissimi rendering e master plan le due società milanesi sembrano aver (volutamente) dimenticato che il nuovo impianto sarebbe il primo condiviso, tant’è che la precedente proprietà rossonera aveva intenzione di costruirsene uno stadio privato. Lungi da noi volere due nuovi impianti, ma la domanda è legittima: siamo sicuri che lo stadio condiviso porti gli stessi vantaggi economici? In ogni caso cazzi loro, ma cazzi nostri se il prezzo da pagare è la svendita o, peggio, la distruzione del Meazza.

In un delirante articolo del Corriere della Sera sul nuovo impianto, ci è capitato di leggere frasi come “Dovrà riflettere il sofisticato gusto architettonico della città che mette insieme i grattacieli di Porta Nuova e le case di ringhiera e quel pizzico di esibizionismo che colpisce molti dei tifosi vip quando arrivano allo stadio” (TIFOSI VIP???) e “Così come ci dovrà essere flessibilità per i posti premium, quelli più ambiti e più cari. (…). In caso di derby i posti corporate salgono a 12.500” (CORPORATE!!!): tutto chiaro, tutto legittimo, ma fatelo nei vostri stadi privati, non certo nel tempio di Meazza, dei derby nella nebbia, dei casciavìt contro i baùscia, della Grande Inter, del Gre-No-Li, del Milan degli Invincibili, del Triplete, di François Omam Biyick, di Bob Marley, di Vasco, di Bruce Springsteen, del Cardinale Tettamanzi, di Papa Francesco e di tutti quelli che l’hanno reso immortale, e dunque non demolibile.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-10-01