Ad could not be loaded.

Ballare per difendere: in avanti.

A tu per tu con Andrea Lai, fresco autore del libro Un pubblico meraviglioso, in cui si ripercorre l'epopea dalla serata Agatha, del Brancaleone e della trasformazione della club culture in Italia. L'ultima prima della sua fine?

Written by Nicola Gerundino il 4 May 2026
Aggiornato il 8 May 2026

La storia di Agatha, serata di culto a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, che ha messo Roma (e il Brancaleone), sulla mappa del clubbing europeo, è raccontata perfettamente nel libro “Un pubblico meraviglioso”, scritto da Andrea Lai e uscito lo scorso aprile per Milieu Edizioni. Non c’era bisogno di una nuova intervista per ripercorrerla, così come non c’era bisogno di nuove domande per raccontare di Riccardo Petitti, sodale di Andrea, dj raffinatissimo, che amava chiudere tutte le serate proprio con la frase che dà il titolo al volume: “Un pubblico meraviglioso!”. Anche quella è tutta nelle pagine del libro. Forse, specialmente per chi ha qualche anno in meno di chi scrive, c’è da ricordare che Riccardo ci ha lasciati prematuramente già da tanti anni, e il suo vuoto, musicale e personale, ha segnato la scena di Roma tanto quando la sua presenza costante in consolle. È stato invece molto interessante – anche perché ero sicuro che Andrea non si sarebbe sottratto – cercare di parlare di tutto quello che quello che è successo tra la fine del libro e oggi. E forse succederà domani. Anche perché questo volume, per ammissione stessa dell’autore, non vuole essere un semplice revival o un elogio del tempo passato all’insegna del più classico “sti stava meglio quando si stava peggio”. Può, anzi, vuole essere invece una testimonianza da consegnare a chi ora ha in mano il presente: un vademecum per sapere cosa fare, dove voler andare e quali errori non commettere. E nello scenario di oggi ci sono tanti nuovi mostri da combattere: città senza spazi e iper-economicizzate, piattaforme musicali dal potere sempre più stringente, brand che non sanno più flirtare con l’underground ma sono in cerca vorace di soli numeri, ricerca musicale sempre più piatta negli ascolti, nelle produzioni e nelle riproduzioni nei club. Ballando però ci si può ancora difendere e andare in avanti. Forward, proprio come un vecchio claim di Agatha.

 

Una volta finito il libro, l'idea che mi sono fatto è che Agatha sia praticamente nata da un errore di sistema diffuso: un centro sociale che aveva le maglie larghe; dei ritmi spezzati che non erano il 4/4 techno classico; una radio, Radio Città Futura, che non funzionava da un punto di vista finanziario e si è messa a fare serate, e così via.

Adesso che mi ci fai pensare sì, è stato così. Che poi è la condizione in cui sono nate tante altre cose: il rap, il grunge, che ne so, i Public Enemy. Sono tutti glitch volendo. Oltretutto è proprio negli anni di Agatha che il concetto di glitch iniziava a farsi strada, nella musica e anche nei video: sia al Bluecheese che al Brancaleone i video ci lavoravano molto. Sì, ci vogliono i glitch per far nascere le cose, ma mi chiedo anche se il glitch non sia altro che un momento di rottura dopo un lungo momento di accumulo. E nei Novanta si era accumulata tanta roba, ne parla anche Valerio Mattioli nel suo ultimo libro (“Novanta”, Einaudi Editore 2025, nda). A Roma in particolare c’era stata la Pantera, c’era il punk, c’era il reggae, ma c’era anche il rap con le posse. Ed è proprio nel momento in cui arriva il rap che si inizia a ballare un po’ nei centri sociali. Anche al Brancaleone non si ballava, ma c’erano i concerti di Cervello a Sonagli. Ci avevo suonato anche io con il mio gruppo, figurati. Poi, dopo pochissimo tempo, mi ci sono ritrovato a mettere i dischi. La consolle che all’inizio non era sul palco, ma dietro, in fondo, dove ci sarebbe stata poi la regia, ed era piccolissima, un metro per due, ci entrava una persona a malapena: non esisteva questa cosa dei dj che stavano sopra e di fonte al pubblico. Anche per il Branca passare dai concerti ai dj set è stato un bel glitch. Per il Branca e per i centri sociali in generale. In quegli anni poi il digitale si stava facendo velocemente strada nella vita comune, quindi l’idea di glitch era già organica. Glitchava tutto e continuamente: stampanti, computer, le prime reti internet. Comunque sì, la frattura, la rottura, l’imprevisto, sono tutti terreni fertili. È bello che tu abbia tirato fuori questo concetto!

Se vogliamo, anche la città nel suo complesso in quegli anni era un errore di sistema, come Berlino o la New York anni Settanta, ovviamente con le sue specificità e con le dovute proporzioni. Era il frutto uno sviluppo urbano disorganizzato e totalmente senza una visione sistemica (o turistica se vogliamo), con un passato industriale, piccolo ma comunque significativo, che aveva lasciato parecchi edifici e spazi abbandonati a se stessi. E chi voleva prenderseli spesso ci riusciva.

Sì, mi capita spesso di parlarne con i ragazzi più giovani. All’epoca in città c’erano molte opportunità: c’erano i centro sociali come il Brancaleone – che poi alla fine era diventato anche un posto assegnato, per cui pagavano un affitto regolare – ma c’erano tanto altri spazi che venivano presi per fare feste punto e basta. Il Bluecheese non era un centro sociale. Uno dei motivi per cui ho scritto il libro è anche questo: lasciare una sorta di vademecum che sia utile per chi prova a fare qualcosa oggi. Un raccolta in cui si trova tutto il buono che è stato fatto, ma anche gli errori da non ripetere più. Ovviamente so che il mondo è cambiato e io non sono tra quelli che pensa che prima era più facile o si stava meglio. Adesso ci sono più mezzi e tante opportunità. Fare un’etichetta musicale, per esempio, ai miei tempi era complicatissimo, ora ci metti una settimana. Ecco, il libro non vuole essere assolutamente un esaltazione del passato a scapito del presente. Secondo me ci sono un sacco di possibilità anche ora. Certo, contro molti più mostri, però si può fare.

Roma è diventata un bel mostro quindi.

Eh, sì abbastanza. Anche Roma alla fine è diventata una città dove l’economia si fa sentire. Rimane sempre assurda per tante cose eh. L’altro giorno sono andato all’anagrafe ed è un posto rimasto agli anni Quaranta. Non c’è veramente modo che la tecnologia abbia definitivamente la meglio su Roma, quindi da quel punto di vista possiamo stare tranquilli! Scherzi a parte, Roma è diventata molto più economicizzata e si è complicato tutto: gli spazi vengono meno, aumenta al divario tra chi ha tanto e chi ha poco e quella fascia media, che poi più o meno era la working class che andava a ballare, soffre di più.

Quindi che ci sia un tema sociale nella cultura lo hai notato anche tu.

Certo, chi suona e fa le serate fa parte anche della scena in cui vive. Quando ero dentro Agatha io comunque lavoravo, e vedevo che il pubblico era bene o male come me: working class. Ora quella fetta si è rimpicciolita: i ragazzi lavorano meno, hanno meno soldi. Poi il clubbing è cambiato tanto e penso che paragonare quegli anni là a oggi sia come paragonare i Public Enemy a Kendrick Lamar: semplicemente non si può fare. È inutile dirsi che si stava meglio quando si stava peggio. Io non lo penso minimamente, infatti ho cercato di scriverlo nel libro: negli anni di Agatha al Governo c’era Berlusconi, ci sono state le Torri Gemelle, i casini del G8 a Genova, la guerra in Afghanistan e in Iraq, tantissima corruzione, l’economia che andava ugualmente su e giù. Insomma, erano anni molto complicati e occupare un posto non era mai una passeggiata. Il Branca ha avuto tanti casini, non è stata una storia sempre liscia e facile la sua, né tantomeno era liscio e facile fare una serata come quella: era la mia vita intera, la mia e quella di Riccardo. Dalla mattina alla sera eravamo lì a sbatterci. Comunque, i periodi è sempre difficili paragonarli, si può fare tesoro delle esperienze, quella è l’unica cosa. Poi ci possono essere delle dinamiche e dei linguaggi che si possono (ri)attivare e portare nel presente, molti sono ancora validi devo dire. C’è soprattutto da ricostruire ex novo una parte di cultura underground, perché la contro-cultura è stata mangiata dall’economia e dai brand.

Ecco, questo "flirt" dei brand con la cultura underground e il mondo dei centro sociali di cui parli nel libro è molto interessante. Come è cambiato lo scenario?

In quegli anni i brand annusavano il contenuto e capivano che c’era del potenziale anche per loro. Adesso vogliono solo una cosa: numeri, numeri, numeri, numeri. Anche noi annusavamo loro, non sapevamo al 100% quello che facevamo, andavamo a vista. E comunque il fatto che quei legami ci permettessero di mantenere la porta a € 5 per noi era un successo e mantenere quel tipo di accessibilità una missione. Poi c’è stato il backlash, il rinculo. Già Naomi Klein in “No Logo” scriveva che prima o poi i brand si sarebbero fatti i loro eventi e non avrebbero più sponsorizzato l’artista x o la serata y. Così è arrivata la Music Academy della Redbull e tanti altri esempi di brand giganti che hanno fatto le cose in proprio, bypassando completamente gli artisti. Se il brand diventa il creativo, lo step successivo è che vuole i numeri del creativo, prenderseli e passare poi ad altro. Il mercato, il Capitale, questo fa: è cannibale, animale, arriva e mangia quello che può. Oggi, a un livello creativo, i brand sono spesso superiori gli artisti, che invece non raccontano nessun immaginario, non raccontano niente, sono profili vuoti, specialmente i dj. Quindi la nuova frontiera non è la creatività dell’artista, ma i suoi numeri. C’è da dire che in questo momento vedo un po’ di disillusione nei confronti dei brand, stiamo un po’ tornando a quegli anni là, ai Novanta, quando i brand erano in crisi e hanno avuto bisogno di creare uno storytelling, trasformandosi da marchi in lifestyle. E il lifestyle aveva bisogno dei contenuti. Però questo storytelling è diventato faticoso e la gente un po’ più disillusa. Per questo vogliono i numeri. Il marketing stesso è cambiato, non è sul brand ma sul prodotto, sul negozio e il retail. Gli eventi adesso sono tutti di questo tipo: portami la gente in negozio, clienti o persone che fanno video, ricondividono e mi fanno fare numeri. Prima invece era un marketing molto più raffinato, intellettuale: si cercava di accomunare le caratteristiche di un brand a quelle di un artista in modo che i fan di entrambe costruissero un immaginario più ampio. Quindi non era solo la maglietta, ma tutto un lifestyle. Ora il marketing è centrato tutto sul prodotto, sul negozio: c’è una scarpa nuova, vattela a comprare. Punto. Il negozio è l’ultima frontiera degli eventi dal vivo. Poi c’è tutto un discorso sulle vendite online, ma lì i livelli sono ancora più basici. Sono cambiate anche le figure. Come racconto nel libro, negli uffici marketing ho incontrato persone di cui sono tutt’ora amico. Persone come me, che capivano quello che facevo, così come io capivo quello che facevano loro. C’era veramente uno scambio. Ora non si parte più da intuizioni, dall’annusare l’aria. Ti chiedono subito: “Quanto fai? che numeri hai?”.

E questo che ricaduta ha sulla creatività e sugli artisti?

Io penso che gli artisti ora dovrebbero staccarsi dai brand, ma staccarsi davvero. Ovviamente non parlo del pop, ma di livelli più underground. I budget adesso sono bassi, non svoltano la vita a nessuno e i brand non entrano più in punta di piedi: vogliono starci ed esserci. Le collaborazioni sanamente organiche ci sono, ma ne vedo poche. Al massimo devono essere gli artisti a inglobare i brand, devono essere loro a fargli capire che hanno un determinato colore, che giocano in un determinato modo con il loro pubblico, non il contrario. I pop-up ipercolorati, che si basano sull’idea che più è grossa la bottiglia in allestimento più vendo birra, non servono a nessuno. Sono fasi eh, ma in questo momento per me il rifiuto è l’atteggiamento più salutare per salvaguardare la scena.

Però la scena poi ha un altro problema: nel momento in cui si vuole staccare non ha posti dove andare. E gli spazi che ci sono, sono piccoli e non danno economia.

Sì, è vero. Però attenzione, non è che non si riescono a fare economie solo perché i club sono piccoli e non riescono a mettere mille persone fronte palco con un dj che suona. È molto più importante creare un qualcosa di cui si parli, che sia sulla bocca di tutti: è importante fare comunità. Non community social, ma comunità, la propria idea di stare insieme. E ci possono essere infinti modelli di stare insieme che possono essere reciprocamente nutrienti. Però, ripeto, si tratta di creare comunità veramente, non solo attraverso le parole, ma anche fisicamente. Bisogna metterci il corpo, muoversi, che è un altra cosa: è un gesto attivo, complicatissimo, che non si innesca dicendo “noi siamo una comunità sui social”. Noi ogni giorno ascoltavamo veramente la città e partivamo da lì per organizzare tutto. Oggi invece si parte da qua e basta (indica il telefono, nda).

Questa riflessione mi porta anche a un altro tema: la modalità di circolazione della musica. Nel libro descrivi una catena che aveva un senso: label piccole o grandi che andavano dai rivenditori locali, che poi mettevano qualcosa da parte per chi si guadagnava rispetto e credibilità o semplicemente suscitava simpatia.

Quello dei dischi non era un mondo democratico. Come nemmeno il processo creativo è democratico e non deve esserlo secondo me. I dischi in quel periodo erano per chi aveva qualcosa in più: per chi era più bravo, più sveglio, più simpatico, più intelligente. Ma i dischi migliori non erano per tutti. Per me il gatekeeping è sempre stato fondamentale, anche perché l’idea di “no gatekeeping” è quella che ha dato vita alle piattaforme di oggi. Che è una cazzata totale, un’illusione: non ci sono più le label, non ci sono più le major, la piattaforma è a tua disposizione, pubblica e vedrai che la vita ti svolta. La più basica delle illusioni capitaliste: se vuoi, puoi. Non è vero! Anzi, le piattaforme hanno un potere di gatekeeping ancora più forte. Questa roba qua è passata molto nella musica, specialmente nell’elettronica e nella dance. I filtri invece servono e anche molto. Poi ecco, è vero che ci sono stati artisti fantastici che non hanno avuto un futuro perché non sono stati in grado di superare il filtro – quindi i filtri non eliminano i torti – ma non credo che la creatività e la musica abbiano a che fare con la giustizia. Sono più un glitch, tanto per tornare al discorso di prima. Magari un disco ti veniva pubblicato perché la sera prima ti eri drogato in bagno per caso con la persona giusta o perché avevi detto una frase a caso che ti a reso simpatico.

Un'altra conseguenza delle piattaforme poi, è che tutto è a disposizione di tutti: è saltato un po' il banco e diventa difficilissimo distinguersi come immaginario e come suono.

Sì, è così. Una volta stavo suonando al Fabric a Londra, sarà stata la seconda o terza volta. Poco dopo l’inizio del set vedo una persona che corre dal fondo della sala, sale su un muretto vicino la consolle e mi dice “Lo sapevo che eri tu! Ti ho riconosciuto dal secondo disco, grande!”. In quegli anni andavo in onda anche su una radio inglese e lui ne era un ascoltatore. Lo stile conta nel suonare, mentre ora è quasi impossibile riconoscere i dj solo dal suono. C’è poca identità, poco coraggio, poca ricerca sul suono. Di recente mi sono rimesso ad ascoltare qualche vecchio disco 2step per un set su vinile che mi avevano chiesto di fare: beh sono tuti dischi diversi, ogni vinile ha una cassa diversa, un basso diverso, un rullante diverso, un volume sballato, un campione un po’ storto. Tutta musica con un io e una spinta egoica molto forte: io faccio questa roba qua, perché secondo me il suono deve andare qua. Poi magari esce fuori un altro disco che ti dice: no, il suono deve andare da un’altra parte ancora. E così la musica va avanti, si evolve. Ritornando al discorso della musica online, è vero che avere a disposizione tutto per tutti appiattisce la scena, ma la possibilità di distinguersi c’è; quando faccio set con produzioni nuove la gente mi chiede spesso che dischi sono, io gli rispondo che è tutta roba on-line, non c’è niente di “segreto”. La differenza la fa l’ascolto e la ricerca verso i propri suoni. Tanti pezzi che senti ora sono proprio “in your face”: è tutto molto chiaro quello che succede, non si gioca con riverberi, delay, rimbalzi, piatti che entrano a sinistra, mentre nel frattempo a destra entra un’altra cosa ancora. C’è molta semplificazione, appunto perché tutti devono suonare tutto e tutto quindi deve essere molto semplice e immediato: trenta secondi, break, un minuto/due minuti, break, un minuto, fine. Tutto è molto più “mercatizzato” e “meccanizzato”, ma sono allo stesso modo convinto che i ragazzi di adesso hanno tutti i mezzi per rompere questo ingranaggio: c’è molto più know-how diffuso, molta più tecnologia che ti permette di fare cose bellissime a livello di suono, se sei creativo.

La struttura dei pezzi mi rimanda a un altro fattore che ha modificato molto il clubbing: i video veicolati dai social. Il drop è diventato il momento fondamentale, perché gira che ti rigira quello che posti è il momento di fomento quando calano i mega bassi.

C’è un pezzo di cui parlo nel libro che è “Too Fast” di Santos (remix di Meat Katie & Elite Force), che è un brano senza break. Sante (il vero nome di Santos è Sante Pucello, nda) era famoso per i break, ne faceva sempre di assurdi, ma per quel pezzo mi disse con estrema tranquillità: “No, Andre’, non c’è break”. Faceva parte della varietà di input che avevi continuamente quando suonavi: i brani potevano cambiare improvvisamente senza che lo prevedessi, quindi dovevi stare sempre su con le mani sui piatti, non c’era tempo, non avevi il time code, era tutto molto più attivato. Però, ripeto, era così una volta, ma può essere assolutamente così anche adesso. Sia che si tratti di serate, di creazione di comunità, di ascolto e produzione musicale. Mi sembra che ci sia sempre una barriera, un muro, che però non esiste davvero. Sento che sta tutto là dietro ed è anche facile arrivarci: basterebbe solo sporgersi un po’ di più per capire che si può fare tutt’altro. Insomma, noi facevamo i flyer! Andavamo a dare a mano 5.000 flyer e con quelli racimolavamo 1.000/1.500 persone ogni volta. E la gente nemmeno sapeva bene chi veniva a sentire. Adesso devi mettere i soldi su Meta, spingere come un pazzo e fare arricchire pure Zuckerberg! E non va bene neanche creare hype o schermarsi con il divieto di portare i telefoni nei locali. Quello che si dovrebbe cercare di fare invece, è creare un ambiente, un’esperienza per cui a nessuno venga in mente di tirare il fuori il telefono perché si sta annoiando e ha bisogno di distrarsi. Cerchiamo di fare di più, non di vietare. Bisogna fare comunità, sul serio, non community, l’alternativa non deve essere una postura, ma un qualcosa che vuole essere veramente diverso da quello che c’è. Pochi giorni fa, durante una presentazione a Milano, ho avuto una conversazione in cui mi è stato detto: “per noi la parola d’ordine è piccolo”. Piccoli posti, piccoli club, piccole scene. Io non so quale movimento artistico – quando parlo di arte, parlo sempre di musica – nella storia sia stato così selettivo da non voler condividere con altri quello che faceva. Anzi, di norma le cose fatte in cento poi sono state fatte da mille, diecimila, da un milione di persone perché sono state capaci di contagiare. Rinunciare in partenza vuol dire abdicare al ruolo che l’arte e la musica hanno sempre avuto nella storia. Se rimani sempre nel tuo oltretutto, va a finire che ti inaridisci e quello che hai creato muore con te. Se non ti espandi a livello di ego – che non vuol dire diventare egoisti: io non volevo diventare famoso e Riccardo neanche, ma per noi era un obbligo cercare di cambiare le cose – se non rischi, se non ti metti in discussione, magari continuerai a stare bene nel tuo, ma non cambi niente, non impatti. E se non hai un confronto creativo a livello più ampio, dopo un po’ ti spegni.

Mi domando spesso se il clubbing, appunto, non sia diventato una postura in generale, un codice rigido, un'aspettativa. Comunque è qualcosa che esiste da, non so, cinquant'anni almeno, sempre con il dj da una parte e il dancefloor dall'altra.

Sì, esatto. Esiste da tanto e sicuramente da cultura sonora è diventata cultura visuale. Le persone non vanno a sentire, ma a vedere il dj, a riprenderlo e riprendersi. E questo è un grosso problema, perché la musica è fatta di suono, non di altro. Il suono però adesso è diventato video, proprio nel senso latino del termine: io video, non ascolto più, ma vedo, guardo. Diciamo che ora è un momento di stanca e andare a vedere un super dj con il telefonino è la cosa più uncool del mondo. Ora che sta scemando la trap qualcos’altro arriverà.

Anche la relazione tra trap e clubbing mi ha fatto molto riflettere, perché la trap è stato un fenomeno musicale massivo a livello giovanile, ma poi di serate ne ha prodotte veramente poche, non ha creato un vero e proprio movimento notturno con gli stessi numeri.

La trap ha avuto a che fare molto con il clubbing, è un genere comunque da ballo e tanti ragazzini delle nuove generazioni sono finiti a ballare per la prima volta grazie a quella musica là: per loro il clubbuing è quello. Dall’altra però ha portato definitivamente l’estetica nei locali: lo swag, le catene, etc. E ovviamente sono arrivati in massa i telefoni per riprendere tutto questo. Anche se è comunque musica da club, musica elettronica, che ha il club nei suoi testi e nel suo immaginario, è già una musica da social, una musica da video più che da suono. E poi comunque è stata molto pop da subito, non ha creato troppo quel fervore da underground.

Al clubbing attuale manca l'idea di essere l'avanguardia? Di essere quella parte della cultura o della società che, musicalmente ma anche come immaginario, è già nel futuro o comunque si posiziona là? Non mi sembra che in generale ci sia questa tensione, ogni tanto c'è un escapismo "spirtual-naturista" che in realtà è "ibizenco-alto borghese", altre volte c'è la rivendicazione di una dimensione politica, di corpi liberi e di spazio-tempo libero dalla produttività, ma c'è anche tanta neutralità, nel senso che si balla ma non si sa neanche perché. Di futuro non se ne parla proprio. Non c'è più una città nuova che scorre sotto quella vecchia. 

Provo a sviluppare una teoria, visto che ormai ne abbiamo messe sul piatto diverse in questa intervista. Secondo me, una a cosa a cui non pensiamo tanto è che la musica nera – anche il jazz volendo, ma partiamo dalla disco – aveva molto a che fare con questa proiezione verso il futuro: nei nomi delle formazioni, nei titoli degli album, nelle copertine, c’erano viaggi spaziali, razzi, astronauti, la dance cosmica; poi è arrivata l’house e la techno con l’hackeraggio della tecnologia per la costruzione del futuro. Insomma, c’era un’idea di futuro migliore, nel quale starò meglio di adesso che, se mi dice bene, sono un reietto nei quartieri poveri di New York, Chicago, Detroit etc. C’era una “futuribilità” endemica nella musica nera, che è stata quella che ha sempre fatto fare dei balzi in avanti. Se a questa dinamica, che era stata un crescendo in tutto il Novecento, ci aggiungi l’idea della fine del millennio, è chiaro come ci fosse un’attrazione magnetica verso il futuro, che la spinta in avanti fosse clamorosa. Poi, per una serie di motivi complicatissimi, si è fatta invece largo quella che Zygmunt Bauman chiama “retrotopia”, cioè immaginare un tempo passato come migliore del presente, con l’utopia che a poco a poco è scomparsa dagli orizzonti. E questo è sbagliato perché bisogna sempre mettere in discussione quello che c’era prima e rompere con la generazione precedente. Io quando vedo un ragazzetto che mette disco o anche drum’n’bass degli anni Novanta rabbrividisco, perché ci vedo un attualizzazione del passato senza critica. Il tuo compito, di te rappresentante di una nuova generazione, è nutrire il presente, non andare a cercare il passato. I motivi comqunque sono tanti, anche sociologici. Diciamo che è evidente che c’è stato uno “sbiancamento” enorme del clubbing e la cultura bianca è generalmente più aggressiva e più nostalgica rispetto alla cultura nera che, paradossalmente, nasce dal disagio, ma è molto più speranzosa nel futuro. Il bianco ha paura di perdere il suo benessere, il nero ha voglia di vincere. Un altro fattore che secondo me è interessante è che negli ultimi anni si è passati dallo scatto generazionale all’amore generazionale: tra genitori e figli non c’è più tensione, ma comunanza di intenti. L’abbigliamento è simile, parlano uguale, hanno il telefono entrambi: cinquantenni e ventenni stanno sulle stesse piattaforme. C’è una cancellazione della prospettiva, che è stata sostituita con un passato che è continuamente presente. Tutto questo, compresa la musica tutta on-line e sempre disponibile, ha a che fare in qualche modo con il consumo: non c’è scontro, la rabbia generazionale è esaurita, genitori e figli stanno tutti fermi nel presente e consumano in maniera condivisa. Bisogna ricominciare a guardare oltre il muro, perché se le cose hanno ancora un senso, è sicuramente là che si trova.

Tornando al presente o comunque a un futuro molto prossimo. Il 7 maggio ci sarà da Fischio un appuntamento molto importante per la presentazione di una cassetta realizzata da FERRO/CROMO.

La cassetta raccoglie un set del 2003 che abbiamo fatto con Carhartt per i cinque anni di Agatha, che era nata nel ’98. Quattro cassette raccolte in una scatola, che abbiamo regalato in quattro serate di fila, ogni venerdì. Due mixate da me, due da Riccardo. Diciamo che abbiamo immaginato una serata dall’inizio alla fine: quindi prima suoni super chill, poi i ritmi che salgono, poi un parte bass, infine una parte break finale. Le cassette le abbiamo registrate a casa di Riccardo e quella che viene ripubblicata è un super viaggione iniziale e spaziale, fatto di tante sovrapposizioni. Potrebbe essere benissimo uno dei tanti set ambient che si sentono oggi, quindi è un mixato super attuale. Non c’è tracklist, per cui bisogna divertirsi con Shazam per ritrovare le singole tracce. Sarà stampata in cento copie ed è bello che arrivi dopo la seconda della serie Ferrocromo, che è stata firmata da Dozzy, anche lui legato al Branca di quegli anni.

Invece a settembre ci sarà un appuntamento al Romaeuropa.

Sì, è stata una cosa un po’ magica perché è successa mentre stavo scrivendo il libro e nessuno sapeva che lo stessi scrivendo. Con il Romaeuropa ci siamo subito trovati d’accordo nel fare qualcosa insieme con il nome di Agatha, ma assolutamente fuori dal revival. Ho chiamato un po’ di realtà che portano avanti un discorso simile: Reveries con VSC, Frenetik & Orang3, il collettivo Lobo di Milano, Bluemarina. Ci sarà anche una mostra fotografica curata da Mirko Ostuni e un talk con Toby Heys, un professore della della School of Digital Art di Manchester che ha scritto tre libri per il MIT sulla politica dei sound system. Un talk in inglese, bello tosto e politico, appunto. Sono molto contento che si faccia questo evento, così come della nuvoletta di amore  che c’è intorno al libro e di tutti i riscontri che sto ricevendo.