La storia di Fermento e il rapporto con la Bolognina: intervista a Davide Cobbe

quartiere Bolognina

Written by Salvatore Papa il 27 July 2020

Come già successo per altre zone (vedi ad esempio l’area attorno al Mercato delle Erbe) solo le persone e l’attività privata riescono ad avviare in maniera decisiva un processo di trasformazione. Così anche nella meticcia Bolognina. I moderni edifici a vetro, insomma, non bastano a sconfiggere insicurezza e disagio sociale. La riqualificazione deve partire dalla gente e da luoghi in grado di cambiare anche solo una strada come Fermento. I proprietari sono i fratelli Cobbe, di origine tarantina, non a caso da tempo vicini ai movimenti sociali e culturali del quartiere, come il coordinamento migranti e il collettivo On The Move (che organizza eventi legati alla cultura di strada e all’hip hop). Insieme a un amico di vecchia data hanno dato vita a quello che in poco tempo è diventato il locale “più” della zona.

Ne abbiamo parlato con Davide.

 

Ciao Davide, quando sei arrivato in Bolognina e perché hai deciso di vivere in questa parte di città?

La Bolognina è stato il primo territorio, quartiere, che mi ha ospitato e accolto, poiché è stato il luogo dove ho affittato insieme ad altri ragazzi il mio primo appartamento universitario in quel di via Ferrarese. In questa casa ci sono stato due anni. I primi anni da studente universitario sono anni particolari poiché inizi a interfacciarti con un mondo nuovo, e la città è il luogo che ti apre tanti nuovi immaginari, portandoti a fare esperienze che ti segnano. La Bolognina ha rappresentato per me in quegli anni il luogo del ritorno, della casa, della mia nuova famiglia, il luogo della cura. Ho scelto la Bolognina per caso, il primo appartamento disponibile era lì e ci siamo fiondati. In quegli anni c’erano tante case universitarie disponibili ma “il centro” non potevamo permettercelo e i prezzi in Bolognina erano meno cari un tempo e ci siamo accontentati. Dico accontentati perché, non so ora, ma ai miei tempi vivere in centro era il sogno di ogni universitario, e parlo di circa 15 anni fa. Durante il mio percorso universitario ho cambiato 8 appartamenti. Di questi otto, cinque sono stati in Bolognina.

Prima di aprire Fermento, qual era la tua attività nel quartiere?

Prima di aprire Fermento la mia attività era legata all’associazione “on the move” prima e “Map” dopo. Realtà che successivamente ha fatto nascere la cooperativa sociale Baumhaus. Come associazione on the move abbiamo costruito un laboratorio hip hop per ragazzi/e del quartiere nel centro sociale XM24, abbiamo organizzato insieme al coordinamento migranti di Bologna tornei di basket antirazzisti in Piazza dell’Unità “Schiaccia il razzismo”. Il laboratorio è durato circa 10 anni dentro XM24. Successivamente abbiamo partecipato ad un bando che ci ha dato la possibilità di avere una nostra sede anche per altre attività a Corte 3 sempre in Bolognina. Tutte queste esperienze sono cresciute in Bolognina permettendoci di costruire un legame molto stretto con il territorio. Il mio ruolo all’interno di queste realtà è stato ed è quello di organizzatore di eventi, di costruire laboratori per adolescenti e seguire la direzione artistica e organizzativa del Festival BAUM (che inizialmente era l’anagramma di “Bolognina arti urbane in movimento”).

Poi perché hai deciso di aprire un bar proprio lì? Era un periodo in cui non c’era ancora tutto quel “fermento” che c’è oggi.

Come dicevo prima il legame con il territorio era profondo, radicato a tal punto che i miei ultimi anni universitari facevo davvero fatica ad attraversare il ponte Matteotti. La mia vita sociale era in Bolognina, molti miei amici vivevano in quartiere e il territorio ti dava ampio respiro di manovra e di scelte. Da buon universitario ero un frequentatore di bar, ma ogni volta per bere “decentemente”, secondo il nostro modo di vedere, dovevi sempre attraversare il ponte. Con i miei attuali soci di Fermento, tutti abitanti della Bolognina, abbiamo detto “ecco cosa manca in quartiere” un luogo dove si beve bene, così da nutrire ancor di più la nostra pigrizia e avere davvero tutto per non allontanarsi mai dalla Bolognina. Ovviamente non ci interessava solo costruire un luogo che miscelasse prodotti qualitativamente differenti, ma come dice il nome del locale ci piaceva immaginare uno spazio che creasse del Fermento, dove la vita sociale, lo scambio di linguaggi, di generazioni, di classi, di provenienze creasse fermentazioni spontanee.

Ogni volta che passo di lì vedo quel cratere che avete di fronte. Che cosa di sarà di quel vuoto?

Quel cratere è così dal 1998, dopo varie avventure, ma soprattutto disavventure (appalti assegnati e poi ritirati o abbandonati) finalmente qualcosa si sta muovendo. Per ora la nuova ditta di costruzioni sta procedendo nella costruzione di una casa popolare Acer. Non ti nego che in tanti avremmo voluto vedere un piccolo parco, del verde in mezzo ai palazzi, ma d’altra parte l’emergenza abitativa a Bologna è significativa e finché si costruiscono case per le persone che ne hanno bisogno va bene. Temiamo di più la speculazione edilizia che c’è altrove in quartiere. Dopo tanti anni comunque qualcosa si muove e il cratere che ormai aveva assunto un aspetto molto affascinante nella sua fatiscenza sta prendendo forma.

Com'è cambiata la zona e il quartiere da quando hai aperto il locale?

La Bolognina è un quartiere in trasformazione da più di 10 anni. In molti aspetti le nuove opere (stazione alta velocità, nuova sede del comune etc..) hanno fatto cambiare, in parte, il volto al territorio. Da quartiere frequentato perlopiù da anziani, migranti e studenti si sono aggiunte nuove figure come quella del turista e delle nuove famiglie di un ceto medio, che chiamarlo medio ormai è un eufemismo – lo chiamerei piuttosto ceto precario. È diventato un territorio che molti artisti vogliono vivere e frequentare. Come ogni trasformazione o passaggio ci sono i pro e i contro ,ma affrontare questo tema richiederebbe una domanda e una risposta specifica.
Dopo l’apertura di Fermento, via Luigi Serra ha cambiato colore. C’è da dire che in quella via, per me bellissima, c’erano già l’hotel Guercino e la Trattoria di via Serra che da sempre si sono impegnate per tenere viva e accogliente sia la stessa via che le vie circostanti. Dopo il nostro arrivo qualcosa di magico è accaduto. Molti hanno avuto la voglia di scommettere in un territorio per certi aspetti difficile, hanno dato vita a nuovi luoghi che continuano ad arricchire la Bolognina. Noi siamo felici di questo, non ci prendiamo nessun merito, ma siamo felici di aver contribuito a dare nuovi colori in vie buie.

Qual è la vostra clientela durante il giorno?

Nel pre covid la clientela era mista. Si andava dall’anziano, allo studente, al ragazzo con la partita IVA che ha bisogno di una connessione per lavorare, ai lavoratori che passano per un caffè o per la pausa pranzo, ai giovani che riempiono l’aperitivo. Non abbiamo mai avuto molti studenti universitari, vista la zona, ma avendo scuole vicine come il Sabin, ad esempio, passano anche i liceali.
Post covid la situazione è un pò cambiata poiché anche noi abbiamo dovuto modificare orari di apertura del bar. La mattina presto era frequentata spesso da anziani e lavoratori delle aziende circostanti. Molti di questi lavoratori sono in smart working e per questo abbiamo deciso di aprire più tardi perdendoci, purtroppo, un po’ di quelle “figure di esperienza” del territorio.

Quali sono invece i tuoi posti preferiti della Bolognina?

Questa è una domanda che onestamente mi mette in difficoltà. Nonostante abbia superato i miei 15 anni nel territorio continuo a scoprire nuovi luoghi che mi conquistano. Questa è la bellezza della Bolognina, bisogna perdersi parecchie volte per conoscerla a fondo. In passato ti avrei indicato sicuramente Piazza dell’Unità come uno dei miei luoghi preferiti, non tanto per una questione estetica, ma per un legame affettivo. In quella piazza ho fatto e vissuto tantissime esperienze politiche, sportive, sociali e culturali. Ora invece preferisco di più luoghi e spazi “intimi”. Mi piace passeggiare tra le casette alberate di via Barbieri, e Procaccini, o sostare a bere una birra al parco dei “donatori di sangue”, fare una bella passeggiata domenicale lungo il Navile. Luoghi, insomma, dove c’è un po’ più di silenzio rispetto al trambusto e alla vivacità di alcuni luoghi o piazze che caratterizzano la Bolognina. Infine ci sono i luoghi storici come il DLF in via Serlio e il Mercato Albani.

Se dovessi scegliere un simbolo del quartiere quale sarebbe?

È una bella lotta tra piazza dell’Unità, per i motivi sopra indicati, e il Ponte Matteotti. Forse scelgo il Ponte. Uno dei motivi è legato ad una nota di colore. Questo cavalcavia ognuno lo chiama come vuole, ponte Galliera (nome istituzionale), ponte della stazione, ponte Matteotti, etc.. ma il motivo principale è che è il luogo di passaggio per chi viene o va via dalla Bolognina. Chi ha attraversato quel ponte sicuramente una volta nella vita si è fermato almeno 5 minuti a osservare la bellezza di quel grande scorcio fatto di incroci di binari e strutture ferroviarie. Quel ponte accoglie chiunque tuffandosi direttamente in un territorio aperto, plurale e ricco di storia ed esperienze.