Caterina Barbieri + Gattonero

Städlin

giovedì 15 ottobre ore 22:00

Mi si chiedesse un nome – solo uno – delle nuove leve italiane che possono sfondare, avrei ben pochi dubbi: Caterina Barbieri. Vent’anni e rotti, di Bologna. Dall’Emilia se ne è volata in Svezia, verso la civiltà e i sintetizzatori buchla. Così, attraverso gli studi al Royal College Of Music di Stoccolma, è uscita l’anno scorso sulla storica Important Records la cassetta Vertical. Cinque pezzi modalità pilota automatico/veterano, che vi fanno sentire tantissimo in colpa per non aver studiato musica. Una splendida immersione in droni e avant-techno, con spiragli di La Monte Young. Con tutte le precauzioni e le iperboli del caso, se non è la nuova Suzanne Ciani, poco ci manca. Ricordate quando con l’ondata revival NYC di inizio Anni Zero si parlò di “next big thing”? Ecco, lei è molto di più.

KYÖSTI VÅINIØ

Il Buchla e i flussi di coscienza, la geometria come pratica per affinare l’arte percettiva, le differenze abissali nell’approccio alla formazione artistica tra Svezia e Belpaese (ma pure relativamente alla questione del genere nell’arte contemporanea), l’approdo su Important Records, l’analogico e il digitale: in vista della sua data romana da Stadlin, abbiamo fatto qualche domanda a Caterina Barbieri, venticinquenne originaria di Bologna e con in tasca un biglietto di sola andata per Stoccolma.

ZERO: Quando hai iniziato ad appassionarti di musica?

CATERINA BARBIERI: I miei mi raccontano che quando ero piccola piccola preferivo cantare che parlare. Quindi penso di aver iniziato ad amare la musica fin dalla prima infanzia. In famiglia se ne ascoltava tanta.

Ti ricordi il primo disco che hai comprato?

Il primo album che ho comprato autonomamente è stato Spice delle Spice Girls, ancora in cassetta. Il primo cd invece Hit Me Baby One More Time di Britney Spears.

Hai avuto un “maestro”?

Di maestri ne ho avuti tanti. Devo dire che sono stata fortunata perché negli anni ho incontrato persone che mi hanno trasmesso cose veramente preziose e hanno svolto un preciso ruolo chiave nel mio percorso di formazione, un po’ come nelle fiabe. Mi sento quotidianamente grata per questo. Un buon maestro può salvarti la vita. Credo profondamente nella trasmissione orale del sapere e nella relazione personale tra discepolo e maestro. Quando l’insegnamento passa attraverso esperienze di vita condivise e non semplici nozioni da applicare a un campo specifico acquisisce infatti un potenziale molto più trasversale e prezioso. Fra tutti ricordo con grande affetto il mio maestro di chitarra Walter Zanetti.

Cruciale nel tuo percorso di formazione è stata l’esperienza agli EMS di Stoccolma: come ti è capitata questa occasione?

Ho studiato musica elettronica al Royal College of Music di Stoccolma per un po’. Trovandomi là, ho iniziato anche a lavorare agli EMS, il conservatorio è molto ben connesso a tutte le realtà di musica elettronica esistenti nella città e in particolare a questi studi che rappresentano il centro nazionale di ricerca musicale sin dagli anni Sessanta.

C’è un insegnamento di questa esperienza – pratico ma anche teorico, di atteggiamento – che ti ha segnata in particolare?

L’approccio alla formazione artistica in Svezia è totalmente diverso da quello italiano. Mi ricordo il grande stupore della prima lezione individuale di composizione quando il mio maestro semplicemente mi chiese «Cosa vuoi fare?». Ero spiazzata, abituata com’ero ad anni di studio schiavizzante nel sistema educativo italiano. Là manca il culto feticistico del passato tipico dell’accademia italiana, quell’attitudine museale alla cultura che nullifica il potenziale individuale dello studente in nome di uno studio nozionistico che di fatto mummifica i giovani e li rende inetti a vivere ed esprimere il loro presente. C’è sicuramente molta meno consapevolezza storica (anche perché in Svezia non ci si sente vittime di un glorioso passato culturale come qui), ma si lavora molto sul responsabilizzare gli studenti con progetti personali e trattarli come individui creativi già dotati di una loro peculiare personalità artistica. Secondo me questo non solo è molto professionalizzante, ma anche vitale per produrre qualcosa di significativo nel presente.

Immagino che per la musica e per l’attenzione ai giovani tra Italia e Svezia ci sia un abisso: quali sono le maggiori differenze che hai riscontrato?

I giovani sono valorizzati più di ogni altra cosa nella società svedese e, soprattutto, non ci sono quel nonnismo e quella competizione intergenerazionale tristemente tipici dell’ambiente artistico italiano. Poi c’è una particolare attenzione a supportare le espressioni femminili nel mondo dell’arte contemporanea. C’è una scena musicale elettronica di compositrici donne molto vivace. Ed è così perché è fortemente voluta. Una manifestazione culturale specifica infatti (in questo caso la produzione musicale femminile) si afferma all’interno di un tessuto sociale soltanto se questo la ricerca e la supporta, se si sviluppa cioè una specifica richiesta in tal senso.

Tornerai in Svezia?

Sì mi trasferisco là perché pare che mi abbiano offerto un lavoro interessante. Qualcosa che qui in Italia nemmeno esiste.

Il tuo è un suono molto geometrico. Da dove arriva questa inclinazione?

La geometria è una delle mie grandi passioni e penso che derivi da una mia naturale inclinazione all’astrazione. Mi piace quando l’arte riesce a dispiegare i concetti in maniera nitida e affilata, perché in questo modo può avere più chance di generare l’esperienza effettiva di quei concetti nella mente di chi contempla, come se riducendo all’essenziale aumentassero le possibilità di sviluppare nello spettatore quella spinta autonoma (l’unica vera forma di conoscenza) a scoprire i propri stessi meccanismi percettivi. Il filosofo francese Gilles Deleuze scrive: «La ripetizione non cambia nulla nell’oggetto che viene ripetuto, ma cambia qualcosa nella mente di chi la contempla». Così come la ripetizione, la geometria ha il potere di affinare la nostra arte percettiva e dunque conoscitiva, rivelando la continuità tra i piani del visibile e dell’invisibile, del percettibile e dell’impercettibile.

Quali sono stati i tre musicisti che hai ascoltato di più e che credi abbiano avuto un impatto maggiore sulla tua formazione?

Gli artisti che mi hanno influenzato di più non sono necessariamente quelli che ascolto di più. Comunque per andare proprio alla radice, direi i compositori minimalisti: La Monte Young, Steve Reich e Terry Riley.

Analogico o digitale?

Analogico e digitale sono semplicemente due diverse forme di rappresentazione e interpretazione della realtà, diverse superfici di conoscenza. L’uno è utopia dell’infinito, l’altro ne è l’approssimazione. Lavorare sull’ibridazione delle due diverse logiche può essere un’interessante modalità “cubista” per creare diversi piani di profondità e aumentare la complessità dell’oggetto sonoro, moltiplicandone appunto le superfici di conoscenza.

Se dovessi descrivere, non per forza con termini tecnici, il Buchla a una persona che non lo conosce, come lo faresti?

Il Buchla è una macchina intelligente nata per la sperimentazione sonora. Proprio come il nostro organismo riceve degli input, li rielabora e produce degli output. Se abbiamo voglia di giocare con questo strumento, dobbiamo essere aperti all’idea di pensare con esso, lasciare che il suo design modelli il nostro pensiero musicale e sia orizzonte creativo di concetti, come se si venisse a creare un sistema cognitivo integrato tra musicista e macchina, dove le energie fluiscono liberamente da un polo all’altro senza soluzione di continuità. La prima cosa che mi ha colpito del Buchla è che molti eventi sonori possono avvenire al di là del tuo controllo (si tratta di sistemi instabili) e la sensazione prevalente è che siano i suoni a manipolarti piuttosto che il contrario. Se la metti così suonare un synth può divenire quasi una pratica di meditazione o terapia, sicuramente un metodo interessante per esercitare flussi di coscienza. Poi sì, la caratteristica che rende questo strumento così unico e vivo è la sua forte componente di organicità, la sua capacità di generare processi sonori che hanno un’evoluzione naturale e che potrebbero essere verosimilmente prodotti da una specie biologica di un altro pianeta (come è stato messo in luce da molti musicisti di questo strumento…). Una volta, mentre lo suonavano ho cominciato a sentire il lamento di una voce roca, una follia totale. Era davvero inquietante, mi sono spaventata…

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Il buchla di Stephen O’Malley ( Sunn O)))), anche lui passato più volte per gli EMS di Stoccolma

Fuori dai luoghi comuni, è innegabile che poche sono le musiciste donne in ambito sperimentale in Italia. Forse nessuna nel territorio dell’elettroacustica. Hai avuto difficoltà, limitazioni in quanto donna prima o dopo l’esperienza in Svezia (dove dubito ci siano di questi problemi)? O semplicemente ti capita di doverti confrontare con il fatto di essere giovane e di sesso femminile?

Qui in Italia c’è ancora molta poca sensibilizzazione sulla questione del genere nell’arte contemporanea. Si tratta di un tema molto complesso, che affonda le proprie radici in archetipi e retaggi propri della nostra cultura ancora molto duri da scalfire. Come ad esempio l’archetipo culturale della maternità, per cui l’uomo italiano assimila la femminilità alla figura materna e la riesce a concepire soltanto in questi termini. Di conseguenza si sente minacciato dalle figure femminili che non lo incensano al pari di una madre. Entrano subito in competizione, perché si sentono a proprio agio solo quando riescono ad affermare la loro superiorità. Superiorità che viene spesso rivendicata in nome di presunte maggiori competenze tecnologiche. Ecco, la tecnocrazia è la roccaforte del maschilismo.

Come Alberto Boccardi e Alessandro Cortini, esci su Important Records: come sei arrivata a pubblicare per questa etichetta? Ci sono dei musicisti italiani che senti più affini al tuo lavoro?

Quando ho registrato i primi pezzi del mio album Vertical mi sono imbattuta nel lavoro di ELEH, un’artista che esce su Important Records. Mi sono innamorata della sua musica e di tutto il catalogo dell’etichetta, che pubblica e supporta alcune tra le produzioni musicali (sia del presente che del passato) che più mi hanno influenzato e che rispetto tantissimo. Penso che Important sia risalita alla mia musica tramite il magico mondo di Facebook. Quando mi hanno contattato avevo finalizzato solo due pezzi ma la cosa incredibile è che stavo lavorando a quell’album pensando proprio a loro e con l’intenzione di mandarlo non appena finito. Per quanto riguarda gli artisti italiani oltre al lavoro di Alessandro Cortini, amo le produzioni di Lorenzo Senni.

Che live porterai da Stadlin?

Da Stadlin suonerò il synth modulare che ho acquisito abbastanza recentemente. È un sistema davvero molto limitato dal punto di vista timbrico ma il “cervello” della macchina è un sequencer piuttosto potente che mi permette di creare pattern lunghissimi. Per cui ultimamente ho iniziato a lavorare sulla permutazione potenzialmente infinita di pattern melodici. Impiego anche un po’ di processi probabilistici e delay lines per sviluppare una dimensione poliritmica. Cambiare all’improvviso un elemento di un pattern dopo averlo ripetuto uguale a se stesso a lungo permette di osservare il relativismo della percezione…

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Caterina Barbieri al Path Festival di Verona

Intervista a cura di Chiara Colli

Info

Caterina Barbieri + Gattonero

giovedì 15 ottobre ore 22:00

Dove

Via Antonio Pacinotti , 83 • Roma

Altre informazioni

Machine https://www.facebook.com/stadlinmachine

Prezzo

gratis

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