A vent’anni di distanza dalla nascita del collettivo Odd Future, chi è riuscito a mettere la testa davvero fuori con la propria carriera solista? Non in molti a dire la verità. Ovviamente Tyler The Creator, il cazzone geniale e iperattivo destinato dal giorno uno a diventare una pop star globale; Syd, producer altrettanto brillante che ha realizzato dischi stupendi sia in solo che con il progetto The Internet; la primula rossa Frank Ocean, ormai sparito da dieci anni dalla circolazione, che pure ha attraversato il mondo Odd Future veloce come una cometa.
Poi Earl, ovviamente. Earl Sweatshirt, quello che ha scritto da subito le rime migliori, più complesse, cerebrali, taglienti. Un “nerd” affascinato dal gotico e dal grottesco, che nel tempo si è sempre più ritirato in un suo mondo fatto di grande musica e grandi canne, supportato da grandi produttori della scena di Los Angeles, da Flying Lotus a The Alchemist. C’è il titolo di un suo album che riassume perfettamente tutto: “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside (An Album By Earl Sweatshirt)” – copertina total black, tanto per non sbagliarsi.
Earl arriva per la prima volta in solo a Roma per presentare un nuovo disco uscito l’anno scorso – a dieci anni esatti da quello appena citato – licenziato dalla sua label Tan Cressida: “Live Laugh Love”. Stupendo come tutti gli altri, con campionamenti più soulful e con Earl in copertina intento a fumarsi una frusta lunga così. Perché le cose cambiano e gli anni passano, ma forse no.
Scritto da Nicola Gerundino