Alla Triennale Milano la retrospettiva Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present ha qualcosa di spiazzante fin dall’inizio: non ti mette davanti a un designer, ma a un pensatore. Più che una mostra, sembra un ambiente mentale in cui il design smette di essere disciplina e diventa linguaggio, quasi filosofia applicata.
La sensazione è che Branzi non abbia mai davvero voluto “progettare” oggetti nel senso tradizionale. O meglio: gli oggetti sono sempre stati un pretesto. Il vero lavoro era altrove, dentro un sistema di idee che attraversa architettura, città, ecologia, tecnologia. Non è un caso che molte delle sue opere sembrino sospese, incomplete, volutamente inutili. Non chiedono di essere usate, ma di essere pensate.
Niente percorso lineare, niente cronologia rassicurante: si entra in un flusso.
In questo senso, la mostra costruita da Toyo Ito, è estremamente lucida. Niente percorso lineare, niente cronologia rassicurante: si entra in un flusso. Prima uno spazio quasi neutro, che richiama l’intuizione radicale di No-Stop City, quella città continua, senza gerarchie, senza architettura necessaria . Poi una serie di nuclei che si addensano e si disperdono, come se le idee di Branzi fossero materia instabile.
Muovendosi tra disegni, modelli e oggetti, si ha la percezione che tutto appartenga allo stesso discorso, anche quando cambia forma. È qui che emerge con forza la sua natura di teorico del design: ogni lavoro è un frammento di una riflessione più ampia, che mette in crisi l’idea stessa di funzione, di forma, di città. Il design, per Branzi, non serve a risolvere problemi ma a ridefinire il campo in cui quei problemi esistono.
Quello che personalmente colpisce è la sua capacità di essere radicale senza mai diventare dogmatico. Le sue visioni – dalla città senza architettura alle convivenze tra umano, animale e tecnologia – non sono mai manifesti chiusi, ma ipotesi aperte. Più che proporre soluzioni, Branzi sposta continuamente il punto di vista. Ed è questo movimento che la mostra riesce a restituire con precisione.
C’è anche un altro aspetto, meno evidente ma decisivo: la leggerezza. Non nel senso di superficialità, ma di rifiuto della monumentalità. Anche quando parla di città o di sistemi complessi, Branzi lo fa attraverso strutture fragili, reversibili, quasi domestiche. Come se il futuro non fosse qualcosa da costruire in grande, ma da far emergere lentamente, per stratificazioni.
Uscendo, resta addosso una sensazione difficile da definire: come se Branzi non appartenesse al passato del design italiano, ma a qualcosa che deve ancora succedere. E forse è proprio questo il senso della mostra: non guardare indietro, ma restare dentro un pensiero che continua a scorrere più attuale che mai.
Scritto da Sofia Giacomelli