mer 09.10 2019 – dom 27.10 2019

AVALANCHE - Carlos Casas

Dove

Triennale di Milano
Viale E. Alemagna 6, 20121 Milano

Quando

mercoledì 09 ottobre 2019 – domenica 27 ottobre 2019

Quanto

free

Avalanche, @Carlos Casas

Un impluvium nell’impluvium. L’installazione che ospiterà l’ultima versione di AVALANCHE di Carlos Casas in Triennale è una struttura progettata da Raumplan, che reinterpreta la casa tradizionale di un villaggio sui monti del Pamir, a nord del Pakistan e a sud della valle di Fergana, un’area tanto apparentemente sperduta quanto strategica, al centro delle vie commerciali e delle brame di conquista da Alessandro Magno ai sovietici. L’abitazione è aperta sulla sommità del tetto, speculare all’antico Impluvium muziesco, costruita invariabilmente su uno schema spaziale che riflette la cultura zoroastriana, poi riassorbita dall’Islam. L’apertura sommitale è inquadrata da una sequenza di quadrati crescenti, disposti a 45 gradi tra di loro, che disegnano una figura geometrica complessa sorretta nel punto più basso da quattro pilastri, che a loro volta delimitano un vuoto quadrato al suolo. La vita domestica si svolge su un piano rialzato intorno al quadrato centrale, una piattaforma suddivisa rigorosamente in spazi opposti di fortissima valenza simbolica e rituale: da un lato i neonati e dall’altro i membri più autorevoli, l’acqua contro il fuoco, l’aria contro la terra, il sangue contro la bile.

Come racconta Matteo Meschiari in Disabitare (Meltemi 2018), l’architettura di questo tipo di case tradizionali «funziona come un dispositivo strutturante che, al di là di un complesso sistema di relazioni metaforiche, organizza simultaneamente gli spazi concreti e gli spazi mentali, non solo perché li rispecchia, ma perché incorpora spazialmente le regole che guidano l’insieme dei gesti domestici. Nello spazio organizzato della casa, insomma, attraverso la ripetizione dei gesti di chi la abita, si realizza e si perpetua uno schema tassonomico, generativo e rinforzante il sistema di valori di una società».

Nel 2005, mentre girava un documentario sulle musiche della regione centroasiatica, Carlos Casas convinse un suo collaboratore di origine tajika a portarlo sui monti, nella sua casa d’origine, ed ebbe così accesso a questo stupefacente spazio domestico.

Carlos Casas

Ed è da quel momento che questo artista e filmaker, instancabile indagatore dei luoghi più estremi, dei confini più remoti della terra, delle strategie di sopravvivenza che richiedono, dei paesaggi che offrono e dei suoni che producono, ha eletto queste montagne a centro della propria ricerca continua. «Non avevo mai incontrato una società così resistente, così radicata al proprio spazio, con una struttura così compatta. Ci sono tornato quattro volte, e non ho intenzione di smettere di tornarci, né di chiudere questo progetto che è e resterà sempre in progress. L’ho presentato in molte occasioni diverse, anche qua a Milano, o al Sonar di Barcellona, ma assume ogni volta una forma diversa, evolve con me – e parallelamente insieme al villaggio. Lì le cose sembrano sempre uguali, ma cambiano: i giovani magari partono per le città, soprattutto per Mosca, poi alcuni tornano. Ormai il mio legame con questo posto è vivo, è una esigenza fondamentale seguirne il destino».

Davide Giannella, curatore della mostra, ha conosciuto Carlos molti anni fa, quando riuscì a portare Avalanche al Cinema Orfeo per il Milano Film Festival. La scelta di collocare per la prima volta l’opera in un’installazione “domestica” è dettata dal contesto dell’impluvium della Triennale, ma anche dall’esigenza di trasformarlo in una piattaforma che si adatta a esigenze complesse: il 9, all’opening, la struttura – progettata come un’astrazione del frame tajiko, fatta di sistemi modulari metallici normalmente usati per i palchi – ospita una performance dal vivo di Carlos Casas, il 15 una performance audio e video a 4 mani con Giuseppe Ielasi, e il 23 un talk con l’antropologo Frederik Van Oudenhoven studioso della regione.
Negli altri giorni i visitatori potranno comunque usare la struttura, guardare i lavori e interagire con essi.

«Volevo che questa mostra funzionasse come un ponte verso quel luogo, che ne rispecchiasse la vita – dice Carlos – e che ognuno potesse farsene una propria personale esperienza da lontano».

Scritto da Lucia Tozzi