mar 23.02 2016 – sab 30.04 2016

Liam Gillick + Jonathan Monk - "Cool Your Jets"

Dove

Quartz Studio
Via Giulia di Barolo 18/d, 10124 Torino

Quando

martedì 23 febbraio 2016 – sabato 30 aprile 2016

Quanto

free

Quartz Studio è uno spazio decisamente sorprendente. Si autodefinisce “a small privately funded exhibition/project space working with artists to help them visualize their ideas” e si presenta come una stanza con vetrina affacciata su Via Giulia di Barolo, nel quartiere torinese di Vanchiglia, in un isolato chiuso tra due edifici di Alessandro Antonelli che ha avuto l’onore di ospitare gallerie storiche come Franco Noero e Sonia Rosso e che attualmente vede attivo il Lira Hotel, progetto nato da un’idea di Jonathan Monk a metà tra albergo e operazione artistica. Quasi un ritorno a casa quindi questa mostra per l’artista di Leicester, che all’interno del formato della doppia personale prediletto da Quartz – sempre Monk si era confrontato qui con Maurizio Nannucci tra Alighiero Boetti e luci al neon, mentre Ryan Gander aveva dialogato con la propria figlia – coinvolge Liam Gillick. Il suo punto di partenza è il pavimento ottocentesco ad esagoni rossi, bianchi e blu trasformato in una distesa di palloni da calcio prodotti appositamente che ne riprendono e traducono letteralmente le forme e i colori – anche grazie al supporto di Altofragile – mentre Gillick risponde sulle pareti, utilizzando il suo classico typeface per un apparente invito alla calma. È in realtà il percorso progettuale, articolato tra l’Europa e New York e ricostruito in uno scambio di mail tra i due artisti pubblicato poi nel comunicato stampa, a rivelare una serie di modelli e confronti tra mondo e cultura del calcio e sociologia. In particolare Gillick propone alcune domande a partire dalle ricerche del filosofo Maurizio Lazzarato:

When it comes to production and activity within the community, work as such deserves certain scrutiny: to what purpose, for whom?

Life, health and love are precarious – why should work be an exception?

How does one approach a system so coded and at the same time loaded with meaning?

Something changed in the life and society that interrogates subjectivity: what happens, what’s happened, what will happen?

The event returns the world to us as a ‘matter of choice’, and subjectivity as a ‘crossroad of praxis’. What is happening to me(us) there?

Le risposte di Jonathan Monk corrispondo a citazioni del calciatore Johan Cruijff, eroe del calcio totale olandese negli anni Settanta:

There’s only one moment in which you can arrive in time. If you’re not there, you’re either too early or too late.

There is only one ball, so you need to have it.

If you have the ball you must make the field as big as possible, and if you don’t have the ball you must make it as small as possible.

Il continuo slittamento tra significati, piani e discipline corrisponde all’ironia che contraddistingue la ricerca di Monk nel suo recupero e ricontestualizzazione di forme e citazioni, e permette di rileggere anche le riflessioni sullo stato del lavoro nella nostra società affrontate da Gillick in un contesto più aperto e indefinito, che lascia la frase che dà il titolo alla mostra sospesa tra i diversi possibili significati. Non a caso lo scambio di battute/citazioni tra i due artisti si chiude con le parole di Andrea Pirlo, talentuoso e impassibile regista della nazionale italiana campione del mondo:

I don’t feel pressure… I don’t give a shit. I spent the afternoon of Sunday, July 9, 2006 in Berlin, sleeping and playing PlayStation. That evening I went and won the World Cup.

Scritto da Marco Scotti