È sempre più caldo questo gennaio del Metro Core che ci fa viaggiare fra jazz, improvvisazione e musica altra. Dopo l’esordio del quartetto “Chiastic Wheel” guidato da Ermanno Baron, ecco “Fibre”, un nuovo duo che vede il clarinetto basso di Marco Colonna, compagno dello stesso Baron nel trio “Arbo” di Igor Legari, incrociarsi con il didjeridoo di Christian Muela. Dopo un album digitale uscito lo scorso febbraio su Keep On Didjin Records con titoli quantomeno anomali come “Pizza e fichi”, “Moka”, “Supermercato vuoto” o “Trattore e Cesoie”, la presentazione ufficiale allo Spazio sociale 100celleaperte in una serata benefit per il popolo kurdo e la partecipazione ad una delle domeniche sperimentali di Zazie nel metró, oggi Marco Colonna e Christian Muela portano la loro creatura davanti a quello che è – forse – un pubblico ancora più attento al dialogo di questi strumenti.
Abituali frequentatori dei nostri palchi, Marco Colonna e Christian Muela non hanno probabilmente bisogno di presentazioni. Marco Colonna è anche membro di “Eternal Love”, il quintetto guidato da Roberto Ottaviano con Alexander Hawkins, Giovanni Maier e Zeno De Rossi, del quartetto “Opus Magnum”, ultimamente esteso a sestetto, guidato da Ettore Fioravanti, ma lo ricordiamo anche in trio con Speaking in Tongues e Yokai, due recenti progetti che condivide con Fabrizio Spera. Negli ultimi anni ha messo in panchina l’inseparabile sassofono per concentrarsi su clarinetto e clarinetto basso.
Christian Muela rappresenta l’evoluzione del didjeridoo, lungo strumento a fiato originario degli aborigeni d’Australia: non un semplice riproporre le sonorità della tradizione, ma immergere uno strumento primitivo nell’elettronica, la sperimentazione, l’improvvisazione. Ecco così progetti come Ohm Sweet Ohm, con Adriano Lanzi e Niccolò Friz, Primitive Field, con Roberto Bellatalla e Ivan Macera, Djanggawul, con Francesco Mascioed i visual di Simone Memè.
Scritto da Carlo Cimmino