Sascha Ring, in arte Apparat, è l’archetipo del musicista contemporaneo. La sua musica è
un concentrato di contaminazioni musicali e umane (Ellen Allen, Modeselektor) che sfugge
spesso e volentieri da etichette di sorta, mantenendo un certificato di originalità che in
tempi di illusioni creative come questi è veramente lodevole. Dopo le sbornie da grammy
del suo ultimo LP5, disco di pregevole fattura uscito circa sette anni fa, e qualche viaggio
nel mondo delle colonne sonore, il musicista tedesco torna con il suo freschissimo A Hum
Of Maybe a ricordarci che la sua ricerca sulle frontiere della musica elettronica non si è
mai fermata, anzi.
I puristi di quel suono da club berlinese che forse in molti attendevano da Apparat dovranno soffermarsi ad ascoltare più del solito, perché questo disco è una porta che si spalanca sulle infinite combinazioni che quelli che definiamo “altri suoni” ci possono dare. Difficile quindi stabilire quale sia il tessuto che tiene unito A Hum Of Maybe, perché le stanze sonore in cui Sascha si affaccia sono tante: dall’electro-pop farcito di interventi vocali (come nella traccia di apertura Glimmerine o in Recallibration) e scandito dai suoni metallici della sua Telecaster, all’ambient a tinte più dark, passando poi dalle nottate berlinesi (coda dell’omonima Hum Of Maybe) a momenti di sospensione dove sintetizzatori quasi rarefatti ci accompagnano in questo percorso mai lineare.
Herr Ring in questo disco si mette a nudo già dal titolo, dal significato letterale che più diretto di così non si potrebbe: un ronzio di forse, la metafora del tempo presente, dell’oggi più reale. Anche i testi sono immersi nella contemporaneità e riflettono, con sincerità, uno stato d’animo inquieto: “Air thick and walls too near, Clocks fold in on themselves, ooh, The doors lean, tired praise, Soundless sirens pressing in…”
Siamo di fronte ad un lavoro sonoro volutamente frammentario, nel senso meno negativo
del termine, come lo è il nostro tempo: abbiamo poche certezze ma finché la musica ci regala suoni intelligenti, sempre ipnotici e mai banali come quelli di Apparat, non ci resta che vederci tutti mercoledì 15 aprile all’Alcatraz, perché oltre a riflettere su ciò che abbiamo attorno ci sarà sicuramente anche il tempo per ballare.
Scritto da Marco Mascolo