Scriviamo queste righe con nelle orecchie l’eco delle note fragorose d’organo di Chrome Country, la traccia storica con la quale Oneohtrix Point Never ha chiuso la scorsa data di Inner Spaces. Una serata dove tutto è girato alla perfezione, per pubblico, artisti e produzione: prova ne sono i sorrisi e il brusio eccitato nel foyer a fine concerto.
Voltiamo pagina ed è già tempo di un altro nome forte a fare capolino in Via Hoepli. Alex Paterson, pilastro di The Orb, si presenta con una sessione live ambient, che andrà a spaziare tra generi e atmosfere, giocando con l’acustica del teatro e con “l’errore felice” dell’improvvisazione. E via quindi con massicce dosi di delay e reverb, non semplici effetti ma veri e propri strumenti strutturali, a bilanciare precisione e casualità. Via con i micro sampling, campioni manipolati, distorti e decontestualizzati fino a diventare pura timbrica, dentro con i bassi profondi e potenti, i medi attenuati per creare più spazio, e gli alti cristallini e dettagliati.
La cifra stilistica di The Orb sta infatti in quell’equilibrio tra controllo e abbandono che ha definito il loro suono per oltre tre decenni, rendendoli maestri insuperati della psichedelia ambient. Nel 2026, l’uso di algoritmi generativi permette loro di creare brani che ormai si evolvono in modo semi-autonomo, introducendo elementi di casualità controllata che mantengono la musica viva e imprevedibile. Più che musica da ascoltare, spazi in cui perdersi e ritrovarsi, chiudendo gli occhi per qualche attimo sulle poltroncine rosse dell’auditorium.
In apertura Cortex Of Light, collettivo milanese. Le loro sessioni sono improvvisazioni guidate, costruite su loop che si trasformano lentamente, tra ambient, dub astratta e techno rallentata: bassi morbidi, pulsazioni dilatate, pattern ritmici ipnotici e texture che si muovono come fossero vive.
Scritto da Raffaele Paria