Le ultime due generazioni italiane sono cresciute con il mito fantozziano dell’ufficio: la Megaditta statale o parastatale da migliaia di dipendenti, di cui il 70% fannulloni raccomandati e politicizzati, con un habitat e un ciclo vitale ben determinato fin dal primo giorno di assunzione: gli scatti di anzianità, le ferie comandate, le corse a perdifiato per timbrare in tempo il cartellino, la sala mensa dai piatti insipidi, i tentativi tragici di socializzazione con i colleghi, i dirigenti intoccabili ancora più raccomandati e politicizzati dei dipendenti.

Ed effettivamente per anni gli impieghi sono stati questi, soprattutto nella Roma degli apparati e dei ministeri. L’altra metà dei lavoratori italiani invece era in fabbrica o nei campi, ma lì c’era da spezzarsi la schiena sul serio e molta poca voglia di riderci su. Poi sono arrivate l’informatica e la globalizzazione e il mondo del lavoro per decenni cristallizzato ha subito profondissime mutazioni, spostando molte forze nei settori cognitivi – e perdendo enormemente in tutele, ma questa è un’altra storia. Le carriere si sono frammentate, le realtà imprenditoriali si sono moltiplicate, ma con un numero di impiegati pro capite decisamente esiguo, quando non ridotto a una singola unità. Ecco quindi l’ufficio ridursi dal palazzone della Megaditta a una scrivania con un computer, un tappetino per il mouse e una lampada.

Tutti a casa a celebrare il trionfo dell’utopia del telelavoro? Non proprio, perché rispondere alle mail in pigiama può essere gratificante solo a volte. Molte di queste micro attività si sono e si stanno ritrovando in spazi di aggregazione lavorativa, nati prima di tutto dalla necessità di abbattere i costi della sede, poi per catalizzare sinergie e network. I coworking ormai sono una realtà in qualsiasi città dal tessuto lavorativo esteso e Roma non fa eccezione. Qui trovate un elenco degli spazi più interessanti in città, a partire da Officine Libetta, dove Zero ha trovato casa da qualche anno.

Contenuto pubblicato su ZeroRoma - 2019-12-01