5 anni di Fondazione Prada a Milano

Le mostre, gli incontri, i film, le performance, la torre, l'Osservatorio, tutti i nuovi pezzi d'arte in città

quartiere SouPra

Scritto da Lucia Tozzi il 18 settembre 2020
Aggiornato il 22 settembre 2020

La prima mostra che ha svelato gli spazi della fabbrica di spiriti, nel 2015, fu Serial Classic di Salvatore Settis: le statue colorate e dorate che si fronteggiavano nel Podium vetrato, le difformi versioni del discobolo, tutta la vita imperfetta e proteica di quelle immagini che il classicismo settecentesco ci aveva trasmesso come pure, gelide e immortali.
Fu insieme a loro che scoprimmo la grotta sotterranea del maniacale Thomas Demand, le opere di Louise Bourgeois nella torretta d’oro, il fregio ceramico di Fontana passato dal cinema Arlecchino alla sala ricoperta di vegetazione e circondata da specchi della Fondazione.

Apollo di Kassel
Veduta della mostra “Serial Classic”, co-curata da Salvatore Settis e Anna Anguissola Fondazione Prada Milano
2015
Foto Attilio Maranzano
Courtesy Fondazione Prada

Il 2016 inversione di rotta: la mostra dirompente dei Kienholz, Five Car Stud, ci ha trascinati nello scenario razzista del sud statunitense, col massacro e la tortura, che ritorna oggi a suonare pienamente familiare in ogni parte del mondo.

Kienholz: Five Car Stud
Immagini della mostra a cura di Germano Celant 19 maggio – 31 dicembre 2016
Fondazione Prada, Milano
Foto Delfino Sisto Legnani Studio
Courtesy Fondazione Prada
Edward Kienholz
Five Car Stud, 1969–72

Nel 2017 è arrivata l’installazione sconvolgente di Alejandro Iñárritu, Carne y Arena, a rovesciare il punto di vista: la preda, per fortuna virtuale, eravamo noi, che con l’oculus abbiamo potuto assistere con gli occhi di un immigrato clandestino all’accoglienza che i Border Patrols riservano a chi varca il confine messicano, compresi urla e spari.

Carne Y Arena, 2017
A user in the experience
Photo credit: Emmanuel Lubezki

Sempre nel 2017 fu allestita la grande mostra di Vezzoli sulla televisione degli anni Settanta: un mondo che oggi appare stranissimo e fascinoso, con dei programmi culturali di una densità oggi impensabile, e tutte le cronache dei fatti neri del terrorismo e delle stragi, ma soprattutto il meraviglioso e sessuale universo popolato da Grace Jones, Raffaella Carrà, Amanda Lear, le gemelle Kessler, e persino Cicciolina.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” Fondazione Prada, Milano
9 maggio 2017 – 24 settembre 2017
Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti
Courtesy Fondazione Prada
Lisetta Carmi
I Travestiti, 1965 – 71 original gelatin silver print

Forse l’ultimo grandissimo regalo che Germano Celant ha fatto a Milano è stata la mostra del 2018 – Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918–1943: mai con tanta chiarezza è emerso a quale punto il fascismo compenetrasse insidiosamente l’intera produzione artistica e intellettuale italiana durante il ventennio. La storia che ci eravamo raccontati fino ad allora era che c’erano gli architetti fasci fasci e quelli che invece mantenevano soltanto un atteggiamento prudente ma erano contrari, e lo stesso per i letterati, i pittori, gli scultori, eccetera. Invece fior fior di documenti esibiti senza remore mostravano che nessuno era risparmiato dall’esibire il massimo consenso al regime, e che anche riviste passate alla storia come di fiera opposizione al regime esibivano in prima pagina editoriali contro la razza e altre amenità. I gerarchi sembra che non avessero null’altro da fare che presenziare a fiere e concerti, e il mondo delle arti per intero li riveriva con devozione. La favoletta del fascismo inclusivo (rispetto agli altri totalitarismi) era appunto una baggianata: aperto a forme d’arte più eterodosse, certo. Ma se l’adesione non era totale, si finiva in galera, non al museo.

Immagine della mostra “Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943” Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti
18 febbraio – 25 giugno 2018
Fondazione Prada, Milano
Courtesy Fondazione Prada

Dopo i fascisti, i comunisti: nel 2019 approda come opera permanente nella fondazione “Le Studio D’Orphée”, nientemeno che lo studiolo dove Jean-Luc Godard in persona crea i suoi film. È storia.

Jean-Luc Godard
“Le Studio d’Orphée”
Fondazione Prada, Milano
Photo/Foto: Agostino Osio – Alto Piano Courtesy Fondazione Prada

Ma la Fondazione Prada non sono solo le mostre: in questi cinque anni si è ballato con Ricardo Villalobos, Floating Points, Mulatu Astatke. Abbiamo visto e rivisto i film più belli della storia del cinema scelti da Polanski, Bertolucci, Bellocchio, Agnes Varda, Spike Lee, Danny Boyle, Bonello, Almodovar, Alexander Kluge di nuovo Alejandro Iñárritu, e abbiamo anche incontrato questi registi dal vivo. Sopra ogni altro, comunque, resta mitico l’arrivo di David Byrne.

Con una strategia di grande intelligenza, tutta questa densità non è stata visibile d’emblée, ma un pezzetto dopo l’altro. La fisionomia cambia di continuo, si aggiunge un elemento, si ritira un altro. Ci stavamo abituando alla magnficenza delle opere d’arte, ed ecco spuntare il cinema, e poi nasce Prada Osservatorio sui tetti della galleria a Duomo, dedicato alla fotografia, e poi si inaugura la torre, con le opere più potenti di Carsten Holler e Damien Hirst e la sua vista impagabile sullo scalo di Porta Romana e il bar-ristorante, ma nel frattempo si incastra un concerto pazzesco, e così via, a un ritmo serratissimo.