Abbiamo bisogno del Macro Asilo?

Siamo stati al nuovo Museo d'Arte Contemporanea di Roma e questo è quello che abbiamo visto (e pensato).

Francesco Di Giovanni - "The Management Relocation".

Scritto da Nicola Gerundino il 19 ottobre 2018
Aggiornato il 29 ottobre 2018

I vernissage, che si tratti di musei o gallerie, non sono molto adatti per apprezzare una mostra: c’è sempre tanta confusione per cui, il più delle volte, bisogna dare alle opere sguardi veloci e distratti, facendo capolino tra tante altre teste. Non sono adatti neanche per riflettere su un nuovo progetto (non)museale e soppesare la risposta del pubblico. Così, ho deciso di andare a vedere il nuovo e chiacchieratissimo Macro Asilo qualche giorno dopo l’affollato opening del 30 settembre, a cui hanno partecipato circa 8.000 persone.

8.000 persone.

Posted by MACRO – Museo d'Arte Contemporanea Roma on Monday, October 1, 2018

 

Ci vado di giovedì, 11 ottobre: un tardo pomeriggio di un giorno infrasettimanale e di pioggia. Non certo il momento di punta per un museo tradizionale, ma la premessa è che il nuovo Macro Asilo non vuole esserlo. E basta dare una semplice occhiata al programma mensile (qui trovate quello di ottobre) per capirlo: la collezione permanente del Museo è esposta solo in minima parte nel ribattezzato Salone dei Forum, dal momento che è stata pensata per essere cornice a “riunioni orizzontali, forum, assemblee e incontri istituzionali” da tenersi attorno a un tavolo disegnato da Michelangelo Pistoletto; ci sono quattro Atelier d’artista a rotazione settimanale; due Ambienti in cui gli allestimenti sono invece a cadenza mensile, poi la Project Room, la Sala Cinema, la Terrazza e così via. Il grosso della nuova idea del Macro Asilo è in un fitto programma giornaliero – forse fin troppo fitto – che prevede incontri, letture, proiezioni, lectio magistralis, performance fino ad arrivare agli esercizi fisici del mattino.

Ma, messi da parte il sabato e la domenica, chi può essere in grado di intercettare questa offerta quotidiana? Chi può usufruire di un museo dalle 10:00 alle 20:00 e di un calendario di appuntamenti in cui l’ultimo inizia alle 18:00, in una città come Roma, grande e con la viabilità costantemente congestionata? Difficilmente chi lavora, è a lezione o è in altre faccende affaccendato, più probabilmente un ristretto manipolo di appassionati che riesce a ricavarsi un po’ di tempo libero, studenti in libera uscita o chi non ha più obblighi lavorativi.

Difatti, appena varcata la soglia del Macro Asilo, queste sono le categorie di persone che mi trovo davanti. Al piano terra, nella Project Room, c’è un incontro con gli Stalker su Corviale a cui partecipano tra le 20 e le 30 persone. Poche di più ne conto sparse nelle altre sale dell’Asilo. La proposta, inoltre, non è neanche troppo convincente. Fatta eccezione per il talk e l’esposizione degli Stalker, le opere che si trovano nei due Ambienti non suscitano grande entusiasmo, mentre in alcuni Atelier si prende davvero troppo sul serio l’invito ai tornare sui banchi di scuola suggerito dal nuovo nome del Museo.

Nelle altre sale non ci sono eventi in corso, nel Salone Dei Forum c’è la quadreria della collezione, c’è il tavolo firmato da Pistoletto per le suddette discussioni orizzontali e c’è anche una serie infinita di cassettiere che dovrebbero fungere da archivio per le varie realtà romane attive nel mondo dell’arte, ma bene che va si trovano all’interno dei cassetti dei cataloghi, altrimenti ci sono flyer e locandine di eventi belli che andati.

Pensieri nella testa: parecchi.

Mi viene in mente un’analogia tra il Macro Asilo e quei locali dove si fa musica dal vivo puntando su cover band, jam session e “gruppi emergenti” per fare pubblico. Chi suona invita gli amici, che invitano altri amici che invitano altri amici, sperando che la catena di chiamate sia la più lunga possibile.

Penso a una foto dell’inaugurazione che ritrae un banchetto all’ingresso del Museo dove troneggia la scritta “We Can Be Artists Just For One Day“. Perché? Perché quando si ha a che fare con i numeri valgono le competenze, le abilità, mentre quando si parla di creatività (o arte, se preferite) tutti possono fare tutto? Se quella canzone l’ha fatta Bowie e non qualche altro paio di miliardi di persone sulla Terra ci sarà un motivo.

Mauro Cuppone durante l’opening del Macro Asilo

Rifletto sulle parole del direttore del Macro Asilo, Giorgio De Finis: “Le opere d’arte in quanto prodotto finito e le mostre in quanto raccolta d’insieme delle stesse sono solo una delle forme possibili di trasmissione di sapere e cultura. L’opportunità nuova con Macro Asilo è di andare oltre una modalità così predefinita di fruizione ed entrare invece costantemente in relazione con i produttori d’arte, con gli artisti, con il loro pensiero, i loro percorsi, il loro complesso sistema di elaborazione cognitiva”.

E su quelle dell’assessore Luca Bergamo: “Un cambiamento di prospettiva in cui al centro del museo sono posti il lavoro teorico e pratico da cui nascono le opere d’arte e le relazioni umane che questo meccanismo è capace di generare”

E penso che di posti dove le relazioni sono state e sono tutt’ora protagoniste, a Roma ci sono, e anche da parecchio: indipendenti, autogestiti, occupati, sociali in qualsivoglia modo e anche istituzionalizzati. In decine di interviste che ho fatto negli ultimi anni il luogo più citato è stato il Forte Prenestino, per la sua capacità di formare, far conoscere, dare un’impronta. Che senso ha mettere le relazioni al centro di un museo se poi dobbiamo leggere gli appelli dell’Angelo Mai e se esperienze uniche, proprio come il MAAM creato da De Finis e a cui il Macro Asilo molto assomiglia, sono più che in bilico?

E dal 2020, anno della scadenza del contratto del Macro Asilo con Palaexpo, dove le andremo a trovare le relazioni?

Alla fine del giro salgo in terrazza e lì incontro Paolo Buggiani che sta facendo un sopralluogo per una sua performance in programma il sabato successivo. Scambiamo due chiacchiere su quale punto della terrazza sia migliore e più funzionale, mi racconta che è venuto in macchina, della frattura che si è fatto a un piede negli anni 70 con i chiodi che ancora sono tra le sue ossa. Un bel momento: un momento di relazione che certamente farebbe felice il direttore De Finis, così come ha fatto felice me.

Riflettiamo sui musei, su cosa siano, cosa significhino e come si relazionano a una città. Preserviamoli dal diventare un ricettacolo di mostre blockbuster o oggetti a uso e consumo di grandi finanziatori privati. Non trasformiamo però l’orizzontalità in mediocrità, né eleggiamo i musei a presidi esclusivi della socialità, dimenticandoci di tutti gli altri luoghi in cui questa già esiste ed è forte: sono due derive di cui non abbiamo bisogno.

Contenuto pubblicato su ZeroRoma - 2018-11-16