Arriva MANARÒT, la rivista letteraria che esce dalle città

Mercoledì 14 da Combo la presentazione del secondo numero della rivista Atesina che cerca il letterario in provincia

Scritto da Piergiorgio Caserini il 13 luglio 2021

La provincia, la periferia, è una cosa che si scopre con calma. Ci vuole tempo, e succede quasi per accidente. Se la città letteralmente non la smette mai di sciorinare le proprie produzioni, le proprie qualità, un po’ per quel push out che sta irruentemente riprendendo in questi mesi, un po’ per l’ipertrofia comunicativa di chi la abita, la provincia sarebbe giusto aggettivarla come ritentiva. Nel senso che tutto succede dentro, e ben poche volte accade che qualche cosa si proietta alla città. Salvo le notizie più turpi, per dire, come Codogno e la prima zona rossa. In altri termini, il rapporto città-periferie (o città-provincia) avviene solitamente in un’unica direzione. Poche, per esempio, sono le realtà esterne ai centri urbani che hanno una certa efficacia. E ve lo dice chi arriva dalla provincia, e che si chiede sempre, un po’ per gioia un po’ per soffrire, che cazzo ci stiamo a fare in città. Tendenzialmente a questa domanda ci si risponde che in città “succedono le cose”. Succede tutto, le città sono il centro del mondo, sono i gorghi cinetici attorno a cui accadono gli eventi, e di conseguenza, attorno a cui si può raccontare il mondo. Nel senso, chi, per raccontare cosa sta succedendo nel 2020, partirebbe, diciamo, da un esperimento narrativo in Pianura Padana? Ecco, e seppur la Bassa Lodigiana nasconda i suoi tesori– del tipo riviste di poesia e filosofia venticinquennali tradotte in 5 lingue di cui vieni a sapere soltanto per sbaglio, a Codogno – sappiamo che, come paesaggio culturale, non ha appeal. Eppure, qualcosa c’è sempre.

A sperimentare che cosa può il letterario fuori dai grandi centri urbani, o quantomeno da quelli in cui si accentra una produzione intellettuale, sensibile, e via dicendo, oggi sono i ragazzi di MANARÒT, la rivista cartacea di letteratura atesina che si chiede se sia possibile fare della letteratura, e in quale forma, nel Adige Trentino-Alto /Südtirol, e che sarà da Combo, assieme alla libreria Verso, mercoledì 14 per la presentazione del loro secondo numero, ALTERITÀ, con sette nuovi autori e un inserto fotografico. Fondata a Trento nel 2020 durante una passeggiata in montagna da Nicolò Tabarelli e Davide Gritti, sociologi e redattori per realtà come The Submarine e CTRL magazine, MANARÒT sta per “ascia” o “scure” in dialetto trentino; un taglio, netto, rispetto a come s’intende la letteratura oggi. E infatti, tutto comincia con una domanda e una constatazione: «Ci chiedevamo che senso ha fare narrativa oggi? D’altronde, tutta una generazione, la nostra, ha ripiegato sulla scrittura giornalistica o para-giornalistica (come il reportage narrativo) quando la vocazione era ovviamente un’altra: fare narrativa».

Da lì, le riflessioni sui punti in comune tra narrativa e sociologia, «fare sforzi enormi – cacare sangue – per ottenere pochissimo, meglio: quel che basta per riuscire a generalizzare una vita singolare, a cercarci un’universalità», ma anche riconoscere il valore d’intrattenimento della narrativa, ovvero che «il luogo della narrativa non è soltanto quello dove riportare le cose della vita, ma anche quello dove puoi letteralmente sbracare».

«Civette assurde come la storia di due pitoni fuggiti, catturati e portati al MUSE, e io che la sera prima avevo beccato il tizio che mi raccontava di quando aveva preso due pitoni su eBay. Si vive nella notizia, si è stimolati».

«Sappiamo bene che dobbiamo driftare, senza scadere nell’esotismo», dicono. «Anche perché verrebbe tutto molto facile: Ah, il plurilinguismo! Ah, il contesto alpino! Ah, mucche e mele! Ma non è quello che vogliamo fare. Siamo partiti provando, anche in un contesto iperlocale, ad allargare un po’ lo sguardo. Il grosso del feedback che stiamo ricevendo, è che tanti non pensavano fosse possibile far letteratura in quel modo, e si sono interessate». Il criterio per scegliere gli autori, infatti, è che siano persone che abbiano vissuto o siano transitate per quelle zone, e seppur il territorio in sé non sia mai una richiesta esplicita, esce sempre. Ci sono radicamenti forti, e sono questi che MANARÒT intende comunicare con le grandi città e con le librerie indipendenti, 12 per ora in Italia. Da Trento a Milano a Perugia è “La Calata dei Barbari”, come la chiamano, ma l’intento è di fare ponte (prendendo in prestito l’espressione di un altro atesino di rilievo come Alexander Langer). E il territorio Atesino si presta particolarmente bene a questa scommessa. Territorio di confine, liminare per certi versi, snodo e incrocio tagliato dai flussi culturali e logistici tra il Settentrione e la Germania attraverso il Brennero, nonché spartiacque linguistico con due grandi università (Trento e Bolzano) dal respiro internazionale. Insomma, è pieno di conflittualità, come ben saprà chi conosce almeno un poco la storia della zona.

Ma c’è un anche un valore diverso in questi territori di provincia, che è quello della prossimità. I ragazzi raccontano di come in una realtà come quella di Trento – un paesotto – si ritrovino, forse anche accentuatamente, tutta una serie di contraddizioni e conflittualità. «Quassù c’è quasi tutto. Pur confinandoci in un territorio che abbiamo scelto, abbiamo a disposizione tutto ciò che serve per fare letteratura come avremmo voluto farla, creando anche dei potenziali narrativi nascosti». E già solo dicendo questo, è palese come l’immagine che si ha della provincia sia sostanzialmente falsata da quello sfavillio di eventi, d’accadimenti, delle città. Insomma, è una questione di prossimità che scansa l’affollamento dispersivo dei centri urbani, continuano i ragazzi, «e ci si rende conte che il contrasto tra l’immagine che si ha da fuori del Trentino e quella reale. Civette assurde come la storia di due pitoni fuggiti, catturati e portati al MUSE, e io che la sera prima avevo beccato il tizio che mi raccontava di quando aveva preso due pitoni su eBay. Si vive nella notizia, si è stimolati».

MANARÒT, ALTERITÀ

I ragazzi di MANARÒT, sembrano aver capito una certa tendenza che si muove da anni, che è quella del territorio. Soprattutto al di fuori delle città. Raccogliere le voci, gli immaginari e le poetiche, sapendo che il letterario, per come lo si è inteso finora, sta cambiando. Si sta distribuendo su territori e immaginari diversi, non più legati allo squadernamento della città composita, ma al confronto e alla dispersione. Insomma, non più l’individuo stronzo ma compassionato che piega gli accidenti della vita e di una cruda società meritocratica su sé stesso fino ad avere un origami tutto sommato piacevole, ma un lavoro di individuazione di una poetica territoriale.