Benvenuti a Garbatella

Il quartiere dei lotti e dei murales, della resistenza di ieri e di oggi

quartiere Garbatella

Scritto da Chiara Colli il 5 agosto 2020
Aggiornato il 2 settembre 2020

Foto di Alberta Cuccia

 

Quando appare all’improvviso su una delle curve più detestate di sempre da generazioni di autisti ATAC, ogni volta strappa un sorriso. Quel “You Are Now Entering Free Garbatella” sulla curva che da via S. Nemesio sbuca in via della Villa di Lucina non è certo il murales più bello e leggendario di Garbatella, ma per molti versi è il più rappresentativo. Praticamente un manifesto, un monito bonario che insieme sa di appartenenza e accoglienza: epico nella sua sintesi, giovane rispetto a tanti altri eppure in continuità con un altro invito indelebile alla libertà, stavolta datato 1948, quel “Vota Garibaldi, Lista N. 1” di via Basilio Brollo che restituisce la storia di una borgata testarda e autentica, verace e goliardica, ma ancora oggi tutt’altro che fregnona quando si tratta di tutelare il proprio territorio. Una scritta in omaggio a quella “free Derry” nordirlandese realizzato poco più di dieci anni fa dagli attivisti de La Strada, lo storico centro sociale del quartiere. Una scritta che unisce generazioni di antifascisti nati e cresciuti in una zona rimasta fedele a se stessa, alla proprie origini popolari, al senso di comunità e pure a un tipo di romanità rilassata e a misura d’uomo – per vocazione e non per tendenza.

Il quartiere delle case giardino e dei lotti, quella dimensione surreale in cui borgata e incanto si alleano contro le insidie del tempo: strade e angoli nascosti tanto amati anche dal cinema e dalla tv, che però dai lustrini della modernità non si sono fatti neanche troppo abbindolare. Le ragioni per cui Garbatella è ancora un’oasi fuori dal tempo – incastonata fra il traffico della Colombo, di Circonvallazione e di via Ostiense collegate dal futuristico ponte in memoria di Settimia Spizzichino (unica sopravvissuta fra le donne, poi deportate ad Auschwitz, nella retata del 1943 al Ghetto), la ristorazione d’elite di Eataly nel rigenerato Air Terminal della Stazione Ostiense e l’edificio postmoderno della Regione Lazio – sono varie e non per forza tutte da favola contemporanea. Sta di fatto che, dopo cent’anni, questa resta una delle poche zone della Capitale dove ancora abbonda la possibilità di passeggiare senza riempirsi gli occhi di esercizi commerciali hip o turistici, senza delirio (sub)urbano e frenesie usa e getta. Uno di quei quartieri in cui il massimo della caciara lo fanno le esultanze di quando segna la A.S. Roma, la musica delle feste di quartiere e i rumori in lontananza delle arterie principali.

foto di Alberta Cuccia
foto di Alberta Cuccia

Non siamo distanti dal centro, non ancora in periferia. Se però da Piazza Sant’Eurosia ci si inoltra sotto l’archetto che porta in via Antonio Rubino fino a Piazza Sapeto, affacciandosi (letteralmente) sul quartiere, o da Piazza Bartolomeo Romano si imbocca Via Luigi Orlando e poi Via della Garbatella, se pranzate nella trattoria tipica Dar Moschino in piazza Brin entrando poi in una delle porte principali (ovviamente un arco) dei lotti più antichi, quelli costruiti nello stile “barocchetto romano”, o se cercando un civico qualunque della tortuosa via delle Sette Chiese doveste perdervi fino a piazza Longobardi, beh, più che in centro o periferia, vi sembrerà d’essere fuori da questo mondo.

Una delle poche zone di Roma dove ancora abbonda la possibilità di passeggiare senza riempirsi gli occhi di esercizi commerciali hip o turistici, senza delirio (sub)urbano e frenesie usa e getta

Leggenda vuole che Garbatella dovesse essere il cuore e il colle scelto da Remo per la sua Remuria – e tra sepolcreti, rupi e cisterne, di ruderi risalenti all’epoca romana è pieno il quartiere (soprattutto se inteso nella sua versione estesa, che include anche parte di San Paolo e Ostiense, territori legati da un filo rosso con il cuore di Garbatella anche per tutto il Novecento). La storia racconta di un nome iniziale che è più una dichiarazione d’intenti dopo gli anni bui della Grande Guerra, “Borgata Giardino Concordia”: un destino idilliaco brutalmente squarciato nel 1922 dalle conseguenze della marcia su Roma, che portano numerose camicie nere a devastare e dare fuoco proprio allo spaccio alimentare e cooperativa sociale che sorgeva dove oggi c’è la mitica trattoria Dar Moschino, su Piazza Brin. È qui che, su volere degli urbanisti umbertini guidati dall’illuminato Paolo Orlando, il 18 febbraio 1920 veniva messa la prima pietra della città giardino ispirata al modello inglese, per accogliere in villini a misura d’uomo con orti, giardini e spazi comuni i lavoratori della zona industriale di Ostiense e San Paolo (tra cui la Centrale Montemartini), e poi parte degli “sfrattati” dall’area che diventerà la via dei Fori Imperiali voluta da Mussolini.

Foto di Alberta Cuccia

È qui, in piazza Brin, che col sacco della cooperativa inizia anche l’eterno conflitto tra la borgata e il fascismo – che, ricordiamo, non ebbe il merito di iniziare la costruzione di Garbatella, ma di spingere sull’acceleratore dell’edilizia semplificandone il modello originario con le “case rapide” o gli “Alberghi” di piazza Biffi, che poi divennero anche una sorta di ghetto per dissidenti del regime. Perché la Garbatella di oggi è ancora legata indissolubilmente alla sua storia, è un’evoluzione di quell’identità: il quartiere che ieri mal tollerava i discorsi del duce nel Cinema Teatro Garbatella (oggi Palladium), che nascondeva gli ebrei e i dissidenti del fascismo, che esponeva le bandiere rosse alle finestre quando nel ’50 i missini attaccavano (fallendo) la sede del Partito Comunista Italiano, l’ancora oggi (r)esistente La Villetta, il quartiere che quando nel 1970 i giovani scendevano in piazza contro le guerre americane li nascondeva e proteggeva dalle cariche della polizia come fossero tutti suoi figli. Borgata rossa (e orgogliosamente giallo rossa), Garbatella oggi è il cuore dell’esperimento “Municipio Solidale”, una rete sociale voluta dall’attuale presidente del Municipio VIII Amedeo Ciaccheri durante la recente emergenza sanitaria ed economica in supporto alle famiglie in difficoltà, ma soprattutto che tiene viva quella rete sociale – attraverso i cittadini volontari ma pure attraverso molte realtà culturali e politiche – che è l’energia dal basso che tiene in vita il quartiere, mantenendone viva e vigile l’anima, pur nella sua estetica tranquilla e bucolica.

La Garbatella di oggi è ancora legata indissolubilmente alla sua storia, è un’evoluzione di quell’identità

A Roma, questo è il quartiere della resistenza. E non solo quello della “R” maiuscola. Nonostante le fiction e il rinnovato interesse degli ultimi anni per le sue peculiarità storiche e urbanistiche, la borgata resiste alla gentrificazione – complice non solo l’indole rilassata del territorio e dei suoi abitanti, ma a onor del vero pure un’anomalia immobiliare come quella dell’ATER, l’ente regionale che possiede le case popolari dei Lotti, legate a doppio filo con i suoi inquilini storici. A parte un paio di mostri di speculazione edilizia collocati – e abbandonati – alle sue estremità, Garbatella resiste alla cementificazione e anzi risponde con la riqualificazione : come ad esempio i meravigliosi Orti Urbani di via Rosa Raimondi Garibaldi, espressione di una cittadinanza che ha lottato a lungo affinché non sorgesse un supermercato o un parcheggio a tre piani, ma molto verde per tutti, o la biblioteca Moby Dick, nei vecchi spazi dei Bagni Pubblici, per cui il quartiere si è battuto per anni affinché non fossero lasciati abbandonati – convincendo addirittura le istituzioni della bontà delle proprie ragioni.

Per anni, la resistenza ai personalismi e all’isolamento sociale, generazioni e generazioni di bambini di Garbatella l’hanno imparata alla Chiesoletta, nell’oratorio di quella San Filippo Neri guidata da Padre Guido, che c’ha insegnato a stare insieme e a qualcuno pure a calciare molto bene il pallone – tra questi lo “shangaino” Agostino Di Bartolomei, nato nella vicina Tor Marancia (storicamente soprannominata “Shangai” per il suo terreno paludoso), ma cresciuto da quest’altra parte della Cristoforo Colombo e poi capitano della Roma dello scudetto dell’83. Per molti aspetti, Garbatella resiste pure alle fratture generazionali, con i vecchi esercizi commerciali storici – dai vini sfusi alle trattorie fino ai fornai, le pasticcerie e i barbieri – affinacati a realtà più giovani o dal taglio più contemporaneo che però mantengono una propria autenticità – che si tratti di bistrot a km0 o bar, street food, pizzerie o gallerie fotografiche. La contaminazione con comunità straniere non è totalmente assente – gli indiani sono maestri di sartoria, bangla e cinesi non mancano – ma comunque contenuta, addirittura armonica se pensiamo agli squilibri e alle frizioni di altre zone di Roma.

Se la Garbatella dove sono nati Enrico Montesano, Gigi Proietti, Valerio Mastandrea, Enzo Staiola e Maurizio Arena, dove ha vissuto Sordi e Pasolini ha girato alcune scene di “Una vita violenta” è il quartiere di Roma più amato dal Nanni Moretti di “Caro Diario”, gran parte dei lotti potrebbe essere esplorata solo attraverso i luoghi del cinema e delle fiction. Ancora oggi qualcuno vi chiederà indicazioni per il bar dei Cesaroni e la notte intercetterete i set cinematografici su via Cravero, eppure Garbatella non è un quartiere che si nutre di memoria e finzione. C’è l’attivismo e la partecipazione per grandi e bambini de La Villetta e de La Strada, di Casetta Rossa e degli Orti Urbani, di associazioni decennali come Controchiave e la Città dell’Utopia.

C’è un territorio la cui identità è tracciata sui muri da street art vecchia e nuova, da quelli di Sten e Lex vicino all’ex Standa di via Caffaro ai più recenti realizzati per il centenario del quartiere: uno in ricordo di uno dei martiri delle Fosse Ardeatine, Enrico Mancini (a opera di Shemo), l’omaggio all’ostessa “garbata e bella” Clementina Eusebi (firmato Solo & Diamond), ispiratrice del nuovo nome al posto di Borgata Concordia e infine le due mani di Via Fincati (realizzati da Gomez). E poi ci sono i murales della Strada, tra cui quello in ricordo di Carlo Giuliani che sovrasta la scalinata del Brin, oltre agli innumerevoli murales in omaggio ai calciatori storici della Roma. Garbatella resiste anche coi suoi spazi verdi. Non solo gli Orti Urbani o il “pincetto”, quel parco Brin dove intere generazioni hanno guardato con vista privilegiata i fuochi d’artificio per il patrono della città, Santi Pietro e Paolo, si sono seduti alla storica arena cinematografica o hanno scorrazzato dopo un pasto Dar Moschino. Garbatella è una borgata verde anche fuori dai lotti, dal Parco di Commodilla al Parco Cavallo Pazzo (tutti ormai ben curati e con aree giochi), fino al Parco Schuster e il Parco Caduti del Mare.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

L’unica cosa che manca a Garbatella? Uno spazio per la cultura contemporanea, e in particolare per la musica dal vivo. La cultura partecipata viaggia attraverso la rete sociale e la musica trova spazio nei festival jazz estivi e durante la festa della cultura, ma sono lontani gli anni dei fasti in cui il Palladium era la casa del Romaeuropa Festival e, ancora di più, quelli in cui da tutta Roma si veniva qui per ascoltare nomi internazionali come Depeche Mode e Paul Weller (i quasi quarantenni ricorderanno anche un concerto dei Muse degli esordi, correva l’anno 2001). Come dice un mio amico di San Giovanni “Ao, ormai voi della Garbatella non ve volete più move’ dal vostro quartiere”. “Embè, c’abbiamo quasi tutto. Sai… semo gente libera e indipendente”.

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Contenuto pubblicato su ZeroRoma - 2020-09-10