Benvenuti a Trastevere

Il rione di Sergio Leone e della Lovegang (e di tutto quello che c'è in mezzo)

quartiere Trastevere

Scritto da Chiara Colli il 5 ottobre 2020
Aggiornato il 8 ottobre 2020

Foto di Alberta Cuccia

 

Il lusso più invidiabile ed economico che può concedersi un romano? Farsi un giro a Trastevere, ma di giorno. Passare il ponte che, storicamente, i trasteverini non passavano mai (restandosene beati nella propria isola al di là del Tevere) e farsi letteralmente investire da quell’inesauribile groviglio di fascino e contraddizioni, autenticità gagliarda e fregature senza tempo che popolano il XIII rione. Voci, personaggi, dettagli, storia, storie, contrasti, luoghi di culto, stimoli, impicci e colori a bizzeffe, forse ancora più ammalianti e indisciplinati di quanto abbiano saputo raccontare negli anni le parole e le pellicole; aspetti che non hanno mai smesso di rimpinguare questa zona della Capitale, lasciando che restasse, nonostante il passare del tempo, il suo rione più famoso – e forse, anche per questo, il più complesso. Non è una considerazione valida per tutti i quartieri dai trascorsi popolari del centro, non sono certo energie mutanti e vicine alle sottoculture come nelle periferie, non è neanche “solo” una faccenda di storia e arte che trasuda in ogni angolo (sicuramente, però, a migliorare l’esperienza contribuisce un sistema di raccolta di rifiuti porta a porta che funziona meglio che nel resto della vessatissima città). È una questione di strati. Sociali, storici, culturali e finanche economici.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

Affollato, talvolta molesto e violento di notte, Trastevere mostra l’altra faccia di giorno, ed eccolo poetico, colto e popolare, verace e per certi versi solidale, ancora crocevia di ogni genere di anime e vissuti sociali. Seppur snaturato, gentrificato, trasformato in quartiere per ricchi, per turisti e affitti d’oro su airb’n’b, nel suo cambiamento perpetuo mantiene un’identità multiforme e contraddittoria: come multietniche erano le sue origini (rione di pescatori, ma anche di immigrati orientali in epoca augustea), come aperta e conviviale è sempre stata la sua vocazione – seppur un senso di appartenenza e di predominanza territoriale è intrinseca al carattere dei suoi abitanti autoctoni – così oggi la colonna sonora del rione è un insieme di lingue e dialetti, impudentemente appiccicate su un panorama da cartolina.

Trastevere è una questione di strati: sociali, storici, culturali e finanche economici

Quello che resta del crocevia sincero che è stato Trastevere oggi lo trovate solo, e neanche più come ai tempi d’oro, al bar S. Calisto. E infatti qualcuno vi dirà che pure lì, ormai, «uno viene al bar e non c’è più un amico, non c’è più dialogo, né amicizia, c’è tutta gente strana» – lo dicevano già vent’anni fa i rimastini seduti ai tavolini a parlare di massimi sistemi nell’imprescindibile documentario “Barricata S. Calisto” e lo dice oggi la Lovegang, che tra questo bar storico e gli scalini di viale Glorioso c’è cresciuta.

Foto di Alberta Cuccia

Il trasteverino Sergio Leone che da piccolo faceva a sassate con i bambini rivali di Monteverde sulla Scalea del Tamburino. La crew 126 di Franco, Ketama, Asp, Ugo Borghetti e Pretty Solero nata sugli stessi scalini, dove oggi i pischelli di mezza Roma si danno le punte per farsi i selfie e accendere le risse. I ragazzi del Cinema America, esperienza unica nel panorama cittadino (e forse pure nazionale) che ha rinsaldato i rapporti tra diverse generazioni rinnovando dal basso un legame forte – quello di Trastevere col cinema, fatto e guardato: non scordiamo che questo è anche il quartiere del Nuovo Sacher di Nanni Moretti, dell’ex Induno che a breve aprirà come Sala Troisi proprio grazie ai ragazzi guidati da Valerio Carocci, del piccolo ma ancora ben operativo Intrastevere e dell’Alcazar, una volta cinema e oggi unico live club della zona.

La storia di rione devoto all’arte e in particolare alla musica, primato poi passato al più recente “quartiere degli artisti”, il Pigneto. La movida violenta che finisce sui giornali, il turismo usa e getta e i locali di food and beverage tutti uguali. Vicolo del Cedro e della Scala che sembrano usciti dal pennello di un pittore romantico, la concentrazione di musei e luoghi d’arte, Sant’Egidio e la comunità che qui ha messo radici estremamente solide nell’accoglienza degli ultimi, le architetture civili e religiose che solo quelle di questo rione basterebbero a mantenere col turismo un intero Paese (ma non in Italia). L’identità del XIII rione è nella sovrapposizione anche scomposta di tantissimi elementi, nel ricordo nostalgico del quartiere crocevia di registi e hippie, emarginati e vip, oggi svuotato della sua quotidianità più amichevole e verace, ma anche riempito di nuovi contenuti più aderenti alle mutazioni di questo tempo.

«Ammappete, me so magnata ‘na pizza e fichi che era ‘no zucchero», commenta la vecchietta seduta accanto a me su una panchina a San Cosimato, rivolgendosi all’amica tunisina che ha appena chiuso il suo banco del mercato in quella stessa piazza. Pare uscita da “Un sacco bello”. E pare non essere mai uscita da Trastevere. Del resto tutta la cinematografia del Novecento è passata in questi luoghi e in questi vicoli, dalla Porta Settimiana di Verdone al S. Calisto de “La Grande Bellezza”, dalla Santa Maria in Trastevere di “Roma” a Piazza Santa Cecilia di “Accattone” fino alla Porta Portese dei “Ladri di biciclette”. Porta Portese, confine est del rione che dà verso Testaccio: quintessenza del concetto di crocevia, un luogo altro, una tradizione attraversata da generazioni, le colonne d’ercole tra un after e una sana abitudine, un fenomeno socio-antropologico che da solo meriterebbe un trattato a parte.

Tutta la cinematografia del Novecento è passata in questi luoghi e in questi vicoli

Se la Trastevere ancora oggi più bella, che resiste alla (s)vendita a caro prezzo di locali, licenze e tradizioni, è quella poco sotto via Garibaldi, insomma quella meno a ridosso del Tevere e alla caciara di piazza Trilussa e Ponte Sisto; se la vista del Gianicolo, nonostante tutto, non ha perso un briciolo dei suoi millemila pixel in 3D su Roma; se comunque il modo per mangiare una buona pizza a taglio, una cacio e pepe non annacquata o bere un espresso da regola c’è grazie a varie eccellenze comunque presenti – magari evitando tutti i luoghi figli di una gentrificazione che probabilmente si è spinta ben oltre quella di quartieri più periferici; se, badate bene, questo è un rione dove un Orto Botanico da favola dista neanche 500 metri dal secondo carcere più importante della Capitale, nonostante tutto questo, musica e cinema restano due imprescindibili linfe vitali nel mantenimento in vita di questo triangolo di Roma.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

I bonghi a Santa Maria in Trastevere, ad esempio, risuonano dagli anni Sessanta: la piazza hippie per eccellenza dove, tra i tanti, s’è fatto le ossa Venditti per poi andare a suonare al citofono del Folkstudio. Quest’ultimo, altro luogo e passaggio cruciale nella storia della musica a Trastevere, ma anche di tutta Roma, con la sua scuola cantautoriale, nato come studio del pittore e musicista Harold Bradley, poi divenuto locale di riferimento nella seconda metà dei Sessanta con i The Folkstudio Singers (e pure con un live di un allora semi sconosciuto Bob Dylan). Ma la musica di Trastevere non è solo quella popolare, quella del folk che guarda all’America o di uno Stefano Rosso che rinnova la tradizione romanesca. La musica di Trastevere è anche il frastuono visionario e sperimentale del gruppo MEV – Musica Elettronica Viva guidato da Alvin Curran e Frederic Rzewski che qui, tra Sessanta e Settanta, faceva le prove in uno scantinato. Negli anni delle occupazioni e degli spazi sociali, Trastevere risponde. Piazza Sonnino è il ritrovo di una buona fetta della scena punk hardcore romana dei primi Novanta, alimentata dai concerti nei centri sociali occupati della zona, su tutti Il Cantiere di via Modena e Pirateria in zona Porta Portese.

Il senso di appartenenza e di fratellanza della 126, il linguaggio e l’orizzonte “di pancia” legati a un vissuto di strada sono tutte parte del vecchio spirito di Trastevere

E, tutto sommato, fra le varie scene trap dello Stivale, quella della Lovegang – la crew nata a fine Duemila sui 126 scalini della Scalea del Tamburino – è proprio quella più punk. Ma le sue radici non sono certo nelle agitazioni dei Novanta. Il senso di appartenenza e di fratellanza della 126, il linguaggio e l’orizzonte decisamente poco posh e molto di pancia legato a un vissuto “di strada”, sono tutte parte nel vecchio spirito di Trastevere: quello del Calisto, dove ti siedi pure senza consumare, dove chiacchieri pure con chi non conosci, dove espresso e Peroni hanno prezzi popolari e quando nomini il Vichingo tutti sorridono in segno di rispetto. Trastevere oggi non è solo quella di cui leggete sui giornali. Anche dietro un’esperienza divenuta grandiosa come quella del Cinema America – un manipolo di ragazzi, non solo trasteverini ma anche di quartieri periferici, animati da una passione e una curiosità antica per il grande schermo – c’è una complessità umana, un difficile lavoro sul territorio, una stratificazione di battaglie, piccole conquiste e relazioni rinnovate che non poteva svilupparsi in maniera così complessa, e restando sempre sotto i riflettori, se non a Trastevere. Fatevi un giro di giorno nel XIII rione e ci si vede in cassa da Marcello.

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