Cannabis legale: da trend a fenomeno culturale, si può?

In Italia continuano a spuntare come funghi (ma dentro ci trovate la cannabis): proviamo a fare il punto sul boom dei negozi di canapa in Italia

Piggy banks carrying a marijuana plant.

Foto di g.foolcdn.com

Scritto da Chiara Colli il 7 gennaio 2019
Aggiornato il 5 febbraio 2019

Ogni minuto, nel mondo, vengono effettuate 2,4 milioni di ricerche su Google, vengono prodotti 2.468.000 kg di spazzatura, 108 persone muoiono e circa 6000 fulmini colpiscono la terra. Intanto, a Milano e Roma (ma pure in tutto il resto d’Italia), apre un nuovo negozio specializzato in cannabis light. Il fenomeno ha forse superato il suo picco massimo avuto tra 2017 e 2018, ma l’argomento resta di enorme interesse e attualità per tutta una serie di motivi che vedono il progresso, scientifico e culturale, scontrarsi con un quadro giuridico e un’opinione pubblica che spesso tendono al contorto e all’obsoleto – in stile tipicamente italiano.

Grow shop (quelli con gli articoli per la coltivazione indoor e outdoor), head shop (quelli con gli accessori per fumatori), seed shop (quelli specializzati in semenze), hemp shop (quelli con altri prodotti derivati dalla canapa industriale, quindi cosmetici, alimentari e tessili), e poi i rivenditori di sole infiorescenze di canapa sativa – badate bene: infiorescenze a scopo ornamentale e da collezione (!), perché la legge di riferimento del 2016 ufficialmente non consente (ma neanche vieta esplicitamente, cosa che però avviene in altre leggi più vecchie sugli stupefacenti, tra cui la cannabis) l’utilizzo “per combustione”. Una varietà di negozi – talvolta specializzati in un solo settore, talvolta “misti” – che a Milano e Roma spuntano come funghi, parallelamente all’aumento di eventi dedicati alla cannabis industriale e a un dibattito pubblico che talvolta regala qualche barlume di buon senso ma che spesso viene pesantemente condizionato e manipolato da ideologie e interessi politici non esattamente illuminati.

Per i più distratti, ricordiamo che in Italia tutto è (ri)cominciato con una legge chiarificatrice legata alla produzione della canapa industriale (quella senza principio psicoattivo, con il THC sotto lo 0.6% per intenderci): approvata a fine 2016 e accolta con giubilo tanto da realtà importanti sul nostro territorio come Coldiretti, quanto da piccoli produttori della pianta in ambito agroalimentare e non solo – che non diversamente dagli allevatori di bufale (non le notizie) potremmo considerare dei virtuosi esponenti del “Made in Italy”.

In Italia tutto è (ri)cominciato con una legge chiarificatrice legata alla produzione della canapa industriale, approvata a fine 2016 e accolta con giubilo tanto da Coldiretti, quanto da piccoli produttori della pianta

Se la vostra mente è già volata a scene tipo quella della “politica dello spinello” di “Human Traffic” e cose affini, beh, sappiate che il discorso è un filo più complesso. Chiedete alla nonna: lei forse ricorderà di quando, nella prima metà del Novecento, l’Italia (per una serie di condizioni ambientali favorevoli) era il primo produttore mondiale di questa magica pianta officinale dalle mille proprietà – nel settore alimentare, cosmetico, nutraceutico, ma anche nella produzione di materiali tessili di lunga durata e ottima qualità, nell’edilizia, come carburanti non inquinanti e, ovviamente, in ambito terapeutico. E se chiedete a qualche esperto di ambiente, vi dirà addirittura che la cannabis (o canapa) – definito “il maiale dell’agricoltura” perché se ne usa ogni parte – potrebbe essere la pianta che salverà il Pianeta (per via dei suoi molteplici usi ma anche per la capacità di essere una coltura “miglioratrice”, utilizzata per la riqualificazione dei terreni).

THC “in regola” e il cannabinoide non psicoattivo (CBD) libero di esercitare le sue proprietà benefiche come antipsicotico e nella terapia del dolore – in parte diverse e meno incisive rispetto a quelle del THC in ambito terapeutico: è in questo range che si muove la legge che ha dato il via all’esplosione dei negozi dedicati alla vendita di canapa legale. Un boom che a Milano è iniziato con l’apripista Sir Canapa e che oggi è arrivato in ogni angolo della città, da Isola (tra i nostri preferiti Green – by Red Smoke e 02 Hemp Street) ai Navigli (tra gli altri, la boutique della cannabis Hemp Embassy e Mary Moonlight), fino al centro e non solo (Flower Farm, con negozi in tutta Italia), passando per i nomi importanti della scuola capitolina (Zero Sei Collection); una rete che a Roma appare ancora più fitta: dallo storico Hemporium a nuovi esponenti delle infiorescenze di qualità come Canapando, City Farm e Green Hemp (e ovviamente Zero Sei Collection, ma la lista è lunga e in continuo aggiornamento). Una legge che però ha mostrato alcune zone d’ombra nelle interpretazioni, senza una normativa chiara che regolamenti la produzione e la vendita di infiorescenze, e che pertanto ha permesso (probabilmente in riflesso alle posizioni ingarbugliate dell’attuale Governo) un blitz della polizia in tutti i rivenditori di canapa della provincia di Forlì-Cesena, creando non poco caos tra venditori e acquirenti: per la prima volta, infatti, la cannabis legale è stata sequestrata in quanto infiorescenza (!!!) e non in base ai livelli di THC.

Se da una parte la diffusione dei negozi che vendono cannabis light e derivati è un trend che potrebbe far credere a vostra madre che la ganja sia diventata legale o che ha consentito ai fumatori più esigenti di sostituire la cannabis light col tabacco nella mista, la portata del fenomeno ha sicuramente una valenza in primo luogo culturale. Un passo in avanti per conoscere le proprietà di preziose infiorescenze demonizzate anche nella loro versione light e comunque con meno effetti collaterali di 10 gocce di Xanax anche se fumate col THC sopra lo 0,6 %. Un discorso culturale che però non si fa certo piazzando bustine di cannabis light e gadget vari nei distributori automatici o dal tabaccaio (come sta succedendo, a conferma del caos normativo in atto), riducendo la faccenda a mero trend consumistico. Un percorso, piuttosto, che può sperare in una normativa antiproibizionista, che sdogani e renda meno complessa e mal vista sia la funzione terapeutica, sia (un giorno, chissà) la funzione ricreativa della cannabis, grazie a negozi con personale esperto e a eventi che puntino alla divulgazione attraverso convegni e workshop. In tal senso, se Roma racchiude gran parte del discorso nell’antesignano Canapa Mundi (a febbraio la quinta edizione), a Milano sono ben tre gli appuntamenti dedicati al mondo e alla cultura della canapa: il mitico 4.20 Hemp Fest (ad aprile), il Salone Internazionale della Canapa (a settembre) e Canapa Expo (a novembre).

La portata del fenomeno ha una valenza in primo luogo culturale: un passo in avanti per conoscere le proprietà di preziose infiorescenze demonizzate anche nella loro versione light

Siamo evidentemente ancora molto lontani da ciò che sta avvenendo in Canada, in California ma anche in vari altri stati americani, in Spagna e nel futuro prossimo anche in Lussemburgo e a New York. Soprattutto per questo è importante ricordare che lo smantellamento, anche attraverso l’informazione e l’attivismo, di un atteggiamento proibizionista nei confronti della cannabis è in primo luogo un importante discorso culturale – oltre che politico ed economico – che riguarda tutti: non solo la sempre più ampia fascia di popolazione che ne ha bisogno per uso terapeutico, ma anche per la tutela dell’ambiente e della salute dell’uomo. E un primo passo per esercitare il proprio diritto a un uso ricreativo consapevole della pianta.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-01-11