‘Cayman Fantasy’: il track by track dell’album-videogioco

Ora che abbiamo superato i livelli, i Cayman the Animal svelano senso e aneddoti dietro i brani del loro quinto lavoro in studio, uscito in occasione dei 10 anni di indefessa attività

quartiere Pigneto

Scritto da Chiara Colli il 24 marzo 2021
Aggiornato il 25 marzo 2021

Operazione nostalgia o anticipazioni sul futuro dell’industria musicale? Virtuale o iper-reale? Provocazione nonsense o logica e sentimento? Materialisti o sofisti? La lista delle possibili contraddizioni potrebbe andare avanti, perché una cifra importante dei Cayman the Animal è proprio quella legata all’inaspettato, al ribaltamento di prospettiva, alla gag tagliente, alla libertà del nonsense (che poi è sempre nonsense fino a un certo punto…), al prendersi molto poco sul serio per poi uscirsene con un disco di hardcore melodico totalmente autoprodotto che nella sua idea complessiva è una delle cose più inaspettatamente politiche e indissolubilmente legate a uno specifico territorio pubblicate e ascoltate negli ultimi tempi. Cinque dischi in dieci anni, cinque componenti, una serie di scorribande rumoriste-culinarie nate sull’asse Roma-Perugia – la storia dei Cayman è ormai nota per chi segue l’underground punk italico che si muove tra i mille rivoli di post hardcore, emo e affini (uscendo nel tempo su alcune delle etichette di riferimento per questi suoni: To Lose La Track, Escape From Today e No Reason). Se un gruppo punk, come Mike Watt ci ha insegnato, è politico per definizione, per attitudine, per vocazione, per scelte quotidiane, la prima considerazione da fare è che con “Cayman Fantasy” la band ha fatto letteralmente il giro. Se ogni uscita è sempre stata legata a formati inusuali, pubblicare un album distribuendolo solo in forma di videogioco – o meglio: rilasciandolo gratuitamente solo dopo aver superato vari livelli di un videogioco – è un gesto politico tanto nell’annullamento del valore del denaro e nella concezione di idea complessiva e sfaccettata di un disco e nella sua distribuzione, quanto nell’implicazione del concetto di tempo, necessario per guadagnarsi i brani e magari gustare diversamente il sudato ascolto. Parecchia carne al fuoco, insomma, nonostante tutto faccia pensare a un semplice déjà-vu per chi è cresciuto nei Novanta.

Una grafica in stile Super Mario che rielabora in 8bit anche le canzoni dell’album in ogni livello (il videogioco è stato realizzato da Stefano Latini aka b00leant) non è però l’unico aspetto per cui abbiamo tirato in ballo la nostalgia. Una nostalgia sempre caustica, sia chiaro, che qui però si intreccia anche col reale e con riferimenti territoriali – luoghi, spazi, serate, persone – che parlano di una Roma underground che invade letteralmente anche un videogioco in cui l’ascoltatore è ingaggiato per uccidere i componenti della band. Dai flyer di Notte Night a quelli del DalVerme, da Inferno Store con le sue donne al timone (inclusa la battitrice libera Silvia Sicks), fino all’imprescindibile Hombre Lobo – studio di registrazione di riferimento per tantissimo underground romano – la genialità dei Cayman the Animal porta dentro un videogioco una certa Roma sotterranea e qui improvvisamente vicina, almeno in termini di suggestioni e intuizioni, proprio nell’anno del distanziamento e tutto il resto. Mentre potete ancora scaricare (gratis) l’app per cimentarvi nel videogioco, l’album nel frattempo è stato messo su Bandcamp. Venti minuti per undici pezzi che sono undici potenziali mine da sing along sotto il palco, punk fino al midollo nell’idea e nell’approccio ancor prima che nel suono.

Per finire di spiazzarci, abbiamo chiesto a Diego, Leo, Mics, Roberto e Valerio di parlarci di ogni brano, ma se dovessimo scegliere un’unica affermazione rappresentativa sarebbe sicuramente “spingere il movimento underground come farebbe Socrate”. Per gli amanti di marketing, Marx e numeri: nelle prime settimane la app è stata una delle più scaricate tra quelle musicali a livello internazionale, superando i 7000 download. Che poi i Cayman the Animal finiranno all’inferno anche per aver tenuto sulle spine centinaia di fan con un videogioco tutt’altro che facile è un altro discorso.

SHORTCUTS

Mentre le chitarre sbuffano e avvolgono, ci si chiede se è meglio avere accanto persone che ti adorano per come sei o essere messi in discussione e stimolati continuamente. Giusto il tempo di calmare le acque per ricordarci ancora una volta della povera cosa che siamo e subito si riparte con ostinazione a farsi domande impossibili. Eppure c’è tanta spensieratezza, com’è questo fatto? Proprio il senso di questa canzone ci riporta a un aspetto molto importante della vita del nostro gruppo. Il caro Valerio Fisik, colui il quale da Aquafelix (il nostro secondo disco) in poi si trova dietro il banco mixer allietandoci della sua presenza e dei suoi consigli. Hombre Lobo è stata per noi quasi una seconda casa. Valerio ci ha più volte messo davanti dure verità (ad esempio: “No ragazzi questa cosa fa cagare, mi rifiuto”) e incoraggiato sulle nostre stravaganze (ad esempio: “Roberto questo mi sembra un errore che stai facendo”, e Roberto “Ma no è proprio così”, e Valerio “Allora lo alzo”). Proprio riferendosi a “Shortcuts”, il caro Valerione azzardò un delicato giudizio: “Questa è la mia canzone preferita”, e noi “Dici che è la tua preferita dei Cayman?”, e lui “No, è la mia canzone preferita in assoluto”. Pertanto non è importante avere persone che ti adorano per come sei e persone che che ti mettono in discussione, è bello che queste due cose succedano nella stessa persona.

DELIBERATE GRAMMAR MISTAKE

Si cerca di parlare, per una volta con dolcezza, non di cosa ci unisce ma di cosa ci divide. Una specie di filastrocca malinconica per adulti, che incessantemente si espande per poi tornare su se stessa. Probabilmente è il pezzo con la struttura più lineare che abbiamo mai scritto, visto che di solito ci avvaliamo dello schema compositivo A-B-C-D che rende i nostri brani difficilmente memorizzabili a nostro discapito.

PILLOWS

Come affrontare la tristezza concentrandosi sul corpo. Il corpo non sbaglia mai, è la nostra casa. Quindi quando vi sentite giù, date una pulita a quella stanza e fate il bucato, perché si può dormire su cuscini di piume e fare ugualmente sogni tremendi. Quando il peggio sta per arrivare è buona norma essere in una forma per lo meno accettabile. Il riff portante di questo pezzo è stato originariamente composto da Leo per un progetto epic death metal all’Elefante Bianco (sala prove del Quadraro) nel 2007 circa. Il progetto si chiamava Orlando Furioso.

FRED THE CAT

Se un tuo amico nasce alle pendici del Monte Subasio può parlare ai lupi o agli amplificatori. Attraverso gli amplificatori. Nonostante gli amplificatori. Si va prima veloci per poi impallarsi, ebbri di determinazione e mancata autostima. È uno strano impallarsi a dirla tutta. Musicalmente parlando qui siamo davanti alla “classica” struttura A-B-C-D dove nessun riff si ripete mai. Punk rock e progressive qui brindano insieme alla grande. Da unʼiniziale idea di Roberto, poi sviluppata insieme in sala prove.

SÌ MICS SÌ

Subito a cannone una valanga di cazzate lamentose messe alla rinfusa, purché le rime tornino giuste. Qualcuno si sta rendendo conto del guazzabuglio o nessuno legge il testo? Il finale è una gioiosa affermazione di libertà. Se nessuno ascolta, si può scrivere davvero ciò che si vuole e vaffanculo va bene anche così. Il brano è stato scritto da Mics che si è avvalso il diritto di chiamarlo così dato che nel terzo disco (“Apple Linder”) aveva scritto la celebre hit “NO MICS NO”.

YOU FIRST, MAESTRO

Appoggiata su di un riff strascicato e ostentatamente stupido, la voce svogliata ci canta una imprecisata insofferenza nei confronti di tutti. Non è vero, non di tutti. Solo quelli scemi e noiosi che si raccontano la frottola di essere pazzerelli. Il titolo del brano è una storia di vita vissuta: ogni volta che lo proviamo in sala Mics dice a Valerio “prego maestro” e il riff di basso apre le danze.

SMILE CRACKERS

Due arpeggi si cercano, si incrociano e poi si avvicinano, come due persone nel deserto. O in una specie di deserto. Insomma, ci siamo capiti. Si sorride un po’, osservandosi e toccandosi le cicatrici vicendevolmente. Ci si siede e ci si rialza, si ride forte e poi è finita. Di sicuro il pezzo più anni ʼ90 che abbiamo mai scritto, eseguito per la prima volta al 30Formiche trovò subito lʼapprovazione di Andrea Carletti dei Juggernaut che è notoriamente uno dei 90s king di Roma.

THOSE CONSPIRACY THEORIST ARE MYSTERIOUS

Una canzone tutta pimpante ci spiega che le teorie del complotto forse nascono perché il mondo è molto noioso e parco di soddisfazioni. E allora alcuni pensano bene di aprire la testa così tanto da farne cadere il contenuto. Nata da un riff di Leo, la canzone è arrivata in studio di registrazione senza voce. Ed è lì che Diego ha fatto uno dei suoi tanti miracoli che gli valgono il soprannome di RE MIDA.

LET DARBY RIDE

Ah, i buoni propositi! Chi non ne ha mai fatti? Ci campiamo di buoni propositi e promesse. Poi ci nascondiamo tra gli alberi e usciamo ogni tanto per dire qualche stupidaggine. Tipo che mettersi a letto ricorda mettersi a morire, eppure lo facciamo ogni notte. Quando Diego scrisse questo pezzo disse “ho composto la mia Bohemian Rhapsody”. Nessuno gli credette allʼinizio ma poi fummo costretti a ricrederci.

BOOSTING THE UNDERGROUND MOVEMENT AS SOCRATES WOULD

Come comportarsi per portare avanti la bandiera della musica underground evitando di far proseliti? Senza culto della personalità, dando fallibili esempi e facendosi un sacco di domande all’aria aperta, ché le case puzzano di tempio vecchio. Il riff minore diventa maggiore e lascia un senso di solennità. Poi si sale tutti insieme, cercando di fare la differenza. Definisci differenza però.

THE ONE TIME I ACCIDENTALLY DROVE INTO A SABBATH

Google Maps può fare brutti scherzi e decidere che la strada per la casa nel bosco la puoi fare solo se attraversi un sabba di cinghiali, cani e uccelli notturni. Ma tranquilli, basta guadare il fiumiciattolo e si arriva alla fine del disco. Questo pezzo, come diversi altri del disco, è stato composto in campagna di Mics dove ogni estate facciamo una sorta di ritiro spirituale compositivo. Quella volta il navigatore fece finire il povero Diego dritto in un fiume e inseguito dai cinghiali, ma tutto per fortuna si è risolto nel migliore dei modi. Nata da un riff di Valerio, la canzone è famosa allʼinterno della band per aver creato una volta unʼaccesa discussione tanto da fargli valere per molto tempo il titolo provvisorio di “VALERIO SABBATH LITIGIO”.