Come sarà un festival?

Eventi e luoghi che faranno le città: il futuro, capitolo 3

Scritto da Chiara Colli il 19 maggio 2020

Quante volte siamo partiti DA ZERO?
Quante volte eravamo lì, abbiamo visto cambiare tutto ma ce ne siamo resi conto solo dopo, come se fosse successo per magia? Qual è il segreto?

Zero riparte dalla città, in un viaggio avanti e indietro sulla linea del tempo. Dagli ultimi 30 anni del passato, da cui sembriamo lontanissimi e da cui prendere il meglio. Dal presente in cui è impossibile andare avanti, è impossibile tornare indietro, in cui siamo immobili e soffriamo. Dal futuro che pretende immaginazione.

Partiamo con una convinzione, una provocazione, forse pure un’utopia: abbiamo capito che per quest’estate non se ne parla, abbiamo constatato che in Italia il settore della cultura e della musica dal vivo sarà l’ultimo a riattivarsi (dal 15 giugno, le disposizioni parlano di 200 persone al chiuso e 1000 all’aperto), con tutto il corollario di problematiche di fattibilità e sostenibilità economica del caso, eppure crediamo che i festival – quelli musicali quanto quelli di arti performative – siano un punto di partenza fondamentale, per non dire ideale, dentro cui sperimentare, testare, immaginare una normalità rinnovata, migliore, giusta e soprattutto godibile per tutti. Una ripartenza che per ora sembra viaggiare sulle traiettorie dell’ignoto, ma che ha estrema necessità di prendere concretezza nel mondo del possibile, del reale, del quotidiano. Un modello, un’unità di misura versatile per rinnovare non solo le dinamiche culturali del sistema italiano, ma pure quelle sociali ed economiche.

I festival sono una finestra e un’opportunità per la valorizzazione del territorio e di un certo tipo di turismo “consapevole”

Gli indizi ce li avevamo già tutti prima di febbraio: i festival sono una finestra e un’opportunità per la valorizzazione del territorio e di un certo tipo di turismo “consapevole”, per i motivi che da anni sono la struttura portante delle nostre guide – e di esempi virtuosi italiani ce ne sono svariati, da Ypsigrock a Beaches Brew, da Terraforma a Jazz Is Dead, da Club to Club al Dancity passando per le cinque edizioni del Siren; i festival – quando immaginati come esperienze immersive in un determinato contesto e come progetti sulla medio/lunga distanza, e non come mere liste della spesa – sono realtà capaci di produrre contenuti, format, di intensificare i rapporti con il territorio, di fidelizzare il pubblico a prescindere dalla line up, di creare una relazione speciale con gli artisti, che talvolta si affezionano, in altri casi sono attirati dalla fama di un particolare contesto; i festival, più dei singoli eventi, possono essere un terreno di investimento, innovazione e sperimentazione per le pratiche di sostenibilità ambientale – a fronte di qualche spesa iniziale maggiore, ma tutto dipende anche dai numeri dei partecipanti e dai territori coinvolti, che per il prossimo anno immaginiamo essere in scala rispetto al passato; i festival sono una dimensione spazio-temporale eccezionale in cui empatia e condivisione non sono soltanto necessità fisiche, ma anche di più positiva predisposizione mentale e di attitudine, da parte di chi organizza e di chi partecipa.

Terraforma, 2016 – foto di Michela Di Savino

Altrettanto, gli indizi della necessità di una sanificazione (pardon) della filiera della produzione artistica e culturale, pure quelli ce li avevamo tutti da prima di febbraio – e la progressiva acquisizione di questa consapevolezza è forse il dato più positivo di questa emergenza, prima sanitaria e poi economica e sociale: il monopolio delle grandi multinazionali della musica dal vivo, l’assenza di tutela di tutta la filiera – dai tecnici ai piccoli e medi promoter e artisti – e l’enorme frammentazione delle piccole e medie realtà invisibili per le istituzioni, anche quando più o meno accolte sotto forme di associazionismo di categoria (che per la musica è comunque piuttosto debole, segnaliamo però un trend positivo con la recente nascita del network La Musica che Gira), e poi i cachet alle stelle di artisti, big ma mica solo quelli. Ma soprattutto, l’assenza di una visione politica, sociale ed economica che riconosca alla produzione di cultura dal vivo (e dal basso, ma anche quella indipendente non per forza per poche centinaia di fruitori) il potere di arricchire un momento storico, una zona geografica, una cittadinanza – il suo presente, ma pure il suo futuro.

Beaches Brew, 2017 – foto di Francesca Sara Cauli

Premesse e bisogni strutturali e diffusi evidenti, e non solo per noi che viviamo i mesi da metà novembre fino a fine febbraio come una parentesi più o meno fredda tra l’ultimo concerto di Le Guess Who? o Transmissions e il primo annuncio del Rewire. Consapevolezze che stanno cominciando a farsi largo in un silenzio ormai assordante e che ci rimettono davanti alla domanda: come sarà un festival? Per tutta l’estate, i festival sopra una certa capienza (invero molto bassa, che esclude in partenza i festival musicali e notturni e salva forse solo qualche rimodulamento nelle arti performative, come ipotizzato da Santarcangelo) semplicemente non saranno: aspettiamo le disposizioni italiane, ma in tutta Europa le indicazioni mettono un veto fino al 31 agosto o anche il 30 settembre per gli assembramenti sopra una certa cifra (variabile) di persone. E se i festival che viaggiano sui grandi numeri sono stati progressivamente annullati e rimandati al 2021, in Italia vari appuntamenti sono stati posticipati anche senza disposizioni, per l’impossibilità di immaginare con mascherine e distanziamento sociale un’esperienza strettamente legata al concetto di condivisione, di prossimità dei corpi e di fruizione libera come un festival.

Ci piacerebbe immaginare i festival come centri di produzione artistica o comunque come realtà che in una fase di passaggio come questa continuino a parlare a una comunità di artisti e di pubblico, lavorando sulla produzione di contenuti, valorizzando le scene locali o comunque con un occhio al territorio

E allora come saranno, o meglio come vorremmo che fossero i festival nel futuro prossimo ma anche sulla lunga distanza? Fino alla primavera, orizzonte più o meno condiviso su un possibile ritorno alla “normalità” in questo settore, ci piacerebbe immaginare i festival come centri di produzione artistica o comunque come realtà che in una fase di passaggio come questa continuino a parlare a una comunità di artisti e di pubblico, lavorando sulla produzione di contenuti e format (editoriali, visivi, discografici, di formazione), valorizzando le scene locali o comunque con un occhio al territorio – e quindi facendosi ulteriormente promotori di obiettivi che in primo luogo dovrebbero innescare un nuovo e costruttivo dialogo con le istituzioni. Prove tecniche di esempi virtuosi ce ne sono già, come il progetto del Nuovo Forno del Pane del MAMbo, che da spazio statico si trasforma in dinamico valorizzando e supportando gli artisti emergenti, anche con residenze e con la produzione di nuovi contenuti artistici in ottica assolutamente trasversale; oppure seguendo l’esempio di Ferrara Sotto Le Stelle, apripista a tempi di record del modo in cui un festival può rapidamente ripensarsi e rimodulare la propria vocazione: non solo per il veloce palinsesto di streaming messi su, per oltre un mese, con la serie/rassegna Close Up ma, soprattutto, con la seconda fase – programmaticamente intitolata “Step Up” – che punta all’immaginare un’idea di festival, anche con la formazione (tramite corsi online) di figure professionali nell’ambito dello spettacolo (e con un occhio di riguardo per i festival) e con la produzione di contenuti visivi come il documentario realizzato ad hoc per il 25 aprile, intitolato “Memoryscapes sound live: Liberazione”, che ha coinvolto vari musicisti indipendenti italiani; infine, lanciando progetti di sostenibilità, come scelto da Terraforma in piena coerenza con la propria vocazione di “greener festival” italiano. Se con il distanziamento sociale – per questioni umane e logistiche, ma anche di sostenibilità economica – i festival come li conosciamo semplicemente non ci saranno, potranno essere dei laboratori rivolti alla produzione di contenuti che diano continuità alla creatività, e costruiscano una rete di rapporti più solidi con le proprie comunità.

Ypsigrock Festival, 2019 – foto di Elisabetta Brian

In uno slancio di ottimismo, per quanto con tutta probabilità i festival dal prossimo anno potrebbero semplicemente tornare a essere esattamente come erano prima, ci piace immaginare che questo anno di incubazione possa trovare nei festival dei laboratori multidisciplinari per importanti aggiustamenti sociali, culturali ed economici, più inclusivi ma anche meno standardizzati e più originali, identitari. E quindi con una rinnovata riflessione sulla sostenibilità ambientale (con l’obiettivo di essere anche sostenibilità economica e sociale per tutti), un’attenzione maggiore alle produzioni italiane, anche emergenti – con residenze che diventino buone pratiche anche per i festival musicali –, una valorizzazione delle piccole e medie realtà (aspetto che sarà insieme necessità e opportunità), lavorando sempre di più su esperienze a misura d’uomo e che insistano nella direzione per cui un festival è un’occasione per integrare orizzontalmente elementi diversi, evidentemente non solo artistici. I festival del futuro potrebbero essere macchine perfette con enormi potenzialità anche per il bene comune, per riattivare un ciclo perpetuo di energie e di investimenti, anche istituzionali, capaci di creare lavoro, di portare turismo consapevole, di produrre cultura (magari concedendosi qualche azzardo in più in termini di scelte artistiche, dopo quasi un intero anno di astinenza). Macchine perfette, e non così utopiche, che contribuiscano a uscire da una depressione che, lo sappiamo tutti, non si preannuncia solo economica.

Suzanne Ciani, Terraforma 2018

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