Scritto da Claudio Gervasoni il 7 settembre 2019
Aggiornato il 3 settembre 2019

Con il naso all’insù, a contemplare la montagna. Arrampicare è prima di tutto immaginazione e osservazione, uno stato di estasi che ti porta a guardare quell’enorme massa di pietra con il desiderio di arrivare in vetta. Non è detto che ci riuscirai la prima volta, non è detto che ci riuscirai prima o poi: la storia dell’arrampicata e dell’alpinismo sono piene di ossessioni mai realizzate, e ogni climber ha la sua, che lo anima da anni, alla ricerca della via migliore, più elegante, per realizzare l’ascesa.

Conquistare una montagna non è un atto di guerra, è un atto d’amore e di conoscenza che richiede di entrare in empatia con essa, guardarne la roccia e le fessure, farne proprio il carattere e immaginare ogni mossa, avendo già in mente ogni appiglio e ogni appoggio. Arrampicare non si improvvisa, nemmeno i grandissimi lo fanno, e anzi sono loro i primi che sanno osservare ed educare i sensi prima di attaccare una via su una parete.

In inglese si dice approach, e il termine rende bene l’idea di avvicinamento: camminare nel bosco, lungo il sentiero che porta alla parete, è già parte dell’avventura, perché è in quei momenti che le mani, le gambe, la pelle, gli occhi cominciano a entrare in simbiosi con la natura. L’azione, l’ascesa alla vetta e la sua conquista sono solo l’estrema conseguenza del rapporto intimo, sensoriale, che ogni climber riesce, con i suoi tempi, a stabilire con la montagna.