Italians do Italo Better

Venerdì 29 marzo arriva a Roma un documentario che sta facendo il giro del mondo, dedicato al genere musicale che ha segnato tutti gli 80 italiani: Italo Disco Legacy, firmato dal regista Pietro Anton.

Scritto da La Redazione il 25 marzo 2019
Aggiornato il 27 marzo 2019

È stata la nostra rivoluzione musicale elettronica. Un percorso strisciante per buona parte degli anni 70 e poi esploso nella metà degli anni 80. L’eredità della disco music mescolata al pop da classifica e alla tradizione della canzone italiana di matrice sanremese, lavorato poi da pionieri delle tastiere come da autori (volponi) di vecchia data. Successe di tutto e successe ai vertici alti delle chart internazionali. L’italo disco, chissà quante volte ne avete sentito parlare. Pietro Anton ha deciso di trasformare la sua passione per questo genere in un documentario, che ormai da un anno abbondante sta facendo il giro del mondo, ovunque ci sia una comunità, piccola o grande che sia, che porta avanti ancora oggi l’eredita di quei suoni. Il 29 marzo “Italo Disco Legacy” sarà proiettato per la prima volta anche a Roma, a La Fine (alle 21:00, siate puntuali!), con party a seguire affidato alle sapienti mani di Francisco – e non poteva essere altrimenti. Per l’occasione abbiamo raggiunto Pietro e gli abbiamo chiesto di raccontarci tutto della italo e del suo progetto. E per non farvi mancare niente, ma proprio niente, trovate anche una mini playlist curata da Francisco in persona, con cinque chicche d’autore.

«Il termine italo disco si riferisce alle produzioni dance italiane della prima metà degli anni 80, caratterizzate dalla prevalenza di suoni elettronici al servizio di melodie assassine che fanno presa immediata sull’ascoltatore, rimanendo impresse nella memoria. Questa definizione di massima abbraccia sia le hit di successo internazionale – tipo Righeira e Gazebo, per intenderci – sia una miriade di brani più oscuri, che magari allora non hanno venduto quasi nulla, poi però, col tempo, sono diventati oggetto di culto, ad esempio “Spacer Woman” di Charlie. Molti di questi brani “underground” sono cantati in un inglese un po’ approssimativo, mentre nelle produzioni più mainstream non era raro che le voci venissero affidate a madrelingua anglofoni. I pezzi più memorabili sono probabilmente concentrati attorno al 1982-83: “Robot Is Systematic” degli ‘Lectric Workers, “Feel The Drive” dei Doctor’s Cat e “Happy Station” delle Fun Fun, giusto per citarne tre, sono proprio di quel periodo. Verso la metà del decennio il genere perde freschezza e si trascina con pochi altri acuti ancora per un paio di anni, fino a esaurire la propria spinta vitale.

Milano è stato sicuramente l’epicentro produttivo e distributivo della italo, ma un contributo importante credo lo abbia dato anche Bologna, con diverse produzioni della Italian Records. Altre città hanno invece fornito un apporto chiave in termini di clubbing: posti come l’Easy Going di Roma, lo Xenon di Firenze e l’avveniristico Altromondo Studios di Rimini, con le incredibili esibizioni dei Creatures che hanno plasmato l’immaginario e l’estetica del genere. All’estero, invece, la devozione verso la italo è principalmente radicata nel Nord Europa, in particolare in Olanda, Danimarca, Finlandia e Svezia. Sono rimasto molto colpito anche dalla passione per il genere degli ungheresi, dei belgi e degli scozzesi.

Secondo le testimonianze che ho raccolto durante le interviste, gli strumenti più gettonati per produrre la italo sono stati il Polysix della Korg, le tastiere Roland Juno-60 e, per chi aveva la possibilità di averli in studio, i più costosi sistemi modulari Moog, l’Oberheim OB-X e l’Elka Synthex, ammiraglia italiana dei sintetizzatori. Tra le drum machine si possono citare due modelli destinati a entrare nel mito, come la Linndrum e la TR-808 della Roland, i cui suoni sono stati successivamente assorbiti anche dalla musica house delle origini.

A me personalmente il genere è entrato sotto pelle durante l’infanzia, ascoltando le hit dell’epoca alla radio o in televisione e cibandomi gli occhi con le variopinte apparizioni dei Righeira. È rimasto poi sopito fino ai miei anni universitari, quando è riesploso in tutta la sua virulenza, spingendomi a cercare più in profondità i dischi che contenessero quel tipo di suono, orientandomi all’inizio con alcune compilation che avevano gettato nuova luce sulla italo più sommersa.

Poi mi sono trasferito a Berlino una decina di anni fa, e sono venuto gradualmente in contatto con personaggi di diversa provenienza geografica che organizzavano periodicamente serate in cui si suonava parecchia italo, come il Wrong Era del connazionale Franz Scala o il Magic Waves dell’inglese Casionova. Di lì a poco ho deciso di inaugurarne una io stesso, mettendo dischi e ospitando esibizioni dal vivo. Mi intrigava il senso di comunità che si creava nella gente che partecipava a queste serate: ragazzi spesso giovani che si entusiasmavano in pista, ascoltando e scoprendo magari per la prima volta brani prodotti 30 anni prima e che tornavano regolarmente a tutti gli eventi successivi. La scintilla per iniziare il documentario è scaturita dal chiedermi cosa rendesse così speciale questa musica, al punto di permetterle di sopravvivere alla sua epoca e di essere recepita così bene anche dalle nuove generazioni.

Così ho cominciato a contattare le persone che avevo a portata di mano a Berlino – che fortunatamente rimane un posto dove la gente viene ancora volentieri a suonare – ed è stato relativamente facile approcciare dj e musicisti vicini alla italo di passaggio in città. Ho voluto comunque viaggiare per constatare se il fenomeno che avevo sotto gli occhi a Berlino si verificasse anche in altre città e ho appurato con soddisfazione che scene simili si ripetevano ad Amsterdam, durante i party di Bordello a Parigi. Qui ho avuto la fortuna di incontrare e intervistare Fred Ventura, che si è rivelato davvero prezioso per il film, non solo per la bella intervista concessa, ma anche per avermi presentato ad altri artisti dell’epoca, che ho avuto modo di intervistare nel corso di festival italo a Helsinki, Stoccolma e Milano. Fortunatamente la stragrande maggioranza dei personaggi intervistati si è dimostrata molto collaborativa e desiderosa di raccontare il proprio punto di vista sull’argomento.

Idealmente avrei voluto fare due chiacchiere con Moroder, per il suo ruolo di padre putativo del genere, e con Ivana Spagna, per parlare della sua esperienza di ghost singer per le Fun Fun, ma a quel punto avevo già accumulato talmente tanto materiale che ho deciso di chiudere il cerchio e concentrarmi sul montaggio. Sono rimasto positivamente sorpreso dalla disponibilità e dal grande interesse per il tema di The Hacker e DJ Hell, che hanno acconsentito a farsi intervistare con pochissimo preavviso, oltre che dalla signorilità di Flemming Dalum, che ci ha concesso di girare a casa sua in Danimarca e alla fine dell’intervista ci ha addirittura invitato a cena. DJ Hell, The Hacker e I-F – non proprio gli ultimi arrivati – hanno tenuto a sottolineare come l’italo vada riconosciuta come influenza fondamentale per la techno e per tutta la musica dance contemporanea. Della cosa ora sono ben consci anche molti artisti che la italo negli anni 80 la suonavano e che ora possono finalmente apprezzare il fatto che il loro lavoro, superato un momento di fisiologico oblio negli anni 90, venga celebrato.

Dalla sua data di uscita nel gennaio 2018 al Berghain di Berlino ad oggi, Il film è stato proiettato in più di quaranta occasioni, toccando larga parte dell’Europa, gli Usa, il Messico, la Russia e l’Australia. Mi piacerebbe poterlo proiettare presto anche in Asia e in Sud America, dove credo potrebbe suscitare ulteriore interesse. Le reazioni che ho registrato quando ho potuto presenziare alle proiezioni sono state oltremodo positive. La cosa che trovo più gratificante è che il film sembra piacere non solo a chi conosce già il mondo italo, ma anche a diverse persone che mi rivelano di essersi incuriosite e appassionate al genere dopo averlo visto.

L’eredità della italo è racchiusa principalmente nella bellezza e nell’unicità di molti pezzi incisi negli anni d’oro del genere, sia tra quelli più conosciuti che tra quelli per intenditori. Il tipo di atmosfera e il misto particolare di emozioni che sanno evocare hanno infatti il magico potere di indurre in chi li balla – o semplicemente li ascolta – uno stato di fusione armonica tra euforia e malinconia, una condizione del tutto speciale, che a mio avviso nessun altro genere sa regalare».

ITALO FRANCISCO

Cinque brani selezionati da Francisco per arrivare preparatissimi all’esame di italo disco

L.D.C. Music – “Disco Lido Dance”

Clio – “Faces”

Baja Imperial – “Plastic Mode”

My Mine – “Hypnotic Tango”

Mr. Flagio – “Take a Chance”