La pagaia fantastica

Circumnavigare Milano con un destriero chimerico

Scritto da Piergiorgio Caserini il 25 maggio 2021

Foto di Marco Mezzani

 

I matti esistono, tutti lo sanno. Ma dare del matto a qualcuno non ha mai il privilegio della chiarezza. Nel senso che se vi danno dei matti probabilmente gongolate, vi immaginate avventurosi, scapestrati, con gli attributi per compiere imprese che non sono alla portata di tutti. Sti cazzi. Poi ci sono i matti per davvero, quelli che fanno cose talmente strambe che lo “sti cazzi” muta in “cazzo fa”. Sono caratteri differenti, i primi esuberanti, i secondi cagacazzo: c’è poco da dire. E poi ci sono i matti veri, i matti primi, quelli da cui deriva tutto il palinsesto attributivo che connota svariate persone.

Detto questo, se qualcuno vi dicesse che Milano è un’isola andiamo dritti alla terza categoria, ai matti veri. Perché Milano sta in Pianura Padana, che è letteralmente uno dei posti in Italia più distante dal mare. Potremmo perderci un attimo nel dirvi che in fondo gli orizzonti infiniti e sterminati della pianura non sono poi così diversi da quelli del mare, che c’è lo stesso senso di solitudine ma spogliato dell’avventura, ma non siamo qua per fagocitare visioni poetiche di sorta. Insomma, un’isola in pianura non esiste, è una cantonata. Ma se questa persona vi dicesse che l’ha circumnavigata? Manicomio, direte voi. TSO, direte, e inneggiate al ritiro della legge Basaglia perché siete dei cinici stronzi, e lo sappiamo che siete in tanti, e non scuotete la testa, lo sappiamo, fatevene una ragione. Direte che non sta né in cielo né in terra che si possa circumnavigare una città, perlopiù in pianura, che dove cazzo sta il mare?, e per un momento una memoria geologica affiora nel retrobottega del vostro cervello, riporta a galla ricordi spinali del mare, del mare Padano… ma niente: pensate «ah, se ci fosse il mare qui, il lido Corvetto sarebbe una bomba». Ma poi salta fuori un video. Eh, però anche quelli son capaci tutti di fare due o tre cazzate, come quei software da deepfake, che piazzano i volti di qualcuno sui corpi di qualcun altro e gli fanno cavalcare i grizzly nelle steppe facendo monologhi bislacchi con strane espressioni, ma mai niente di eclatante. Tipo lo Zuckemberg quando dice che più v’esprimete sulle piattaforme più vi possiedono, o una Leyla giovanissima nel 2016.

Ma il video è vero, la persona non mente. Se il mare non c’è il mare si trova: Simone Lunghi, canottiere, ha scovato l’isola. Indomito, sognatore, tra i più spessi conoscitori dei Navigli che Zero abbia mai conosciuto, che sempre all’insegna del non ne sappiamo un cazzo, ha trovato in Simone l’interlocutore capace di pagaiare nella memoria di Milano e della pianura fino ai tempi profondi, fino alla memoria del mare. Perché sì, cari amici di Zero, il Mare Padano è esistito. Prima qua era tutt’acqua, un golfo, Lodi era lido, e chissà se i nostri pro-pro-pro-nipoti saranno così dannatamente sfigati da trovarsi l’acqua in casa al posto del Parco Agricolo Sud. Perché amici: questa è la tendenza globale. Mare, che lecca tutte le coste e se le vuole riprendere tutte, le gode, le assaggia, come scriveva qualcuno.

Ma torniamo a noi. Solo a un matto, ci dice Simone, poteva venire in mente di circumnavigare una città in pianura (questo è il video per i miscredenti). Noi diciamo che Simone ha sfondato una parete che poteva solo essere suggestione, immaginario. Perché va bene che sì, la pianura era mare, i campi erano spiaggia, che se vogliamo i detriti morenici che ancora ingrossano la foce del Po, trascinati dalle montagne millenni addietro, i responsabili della fertilità di queste terre e quindi corresponsabili, collusi, con la nascita del capitalismo rurale, insomma, va bene immaginarsi o prevedere il mare in pianura e l’Isola della città di Crema, ma Milano?

Milano la si può pensare come un’isola che è quasi fortino, conchiusa da chilometri di canali, dai colatori, dai Navigli, perché in fondo tutto parte da lì, da un manipolo di pelati in tuniche fratesche che bonificarono la terra e tirarono dei solchi, giusto un paio, e quelli diventarono i Navigli. Da vocazione agricola a potenza commerciale, dalla Pianura al mondo, proprio come il mare. Simone, che ha il pregio ormai raro della meticolosità, ci dà anche i dati, giusto per capire di cosa stiamo parlando. Se la lunghezza dell’equatore è di 40.075 km, solo in Lombardia abbiamo 44.000 km di canali. Sti cazzi.

Detto questo, ogni viaggio incredibile, ogni Narnia che si apre dall’armadio o da un canale, ha per forza bisogno di un mezzo adeguato. Qualcosa che ha dell’incredibile, del magico, del pazzesco. Un pegaso, un grifone, quella roba lì. E Simone, che c’ha tre passioni, le ha rigorosamente messe tutte assieme. Bici, pagaia e campeggio. Una chimera sportiva. Parliamo di un accoppiamento che per raccontarvelo potremmo cominciare dal lancio delle componenti di Jeeg-Robot: si pagaia in acqua legando la bici piegata sulla tavola, e a terra si pedala con la tavola sgonfia nello zaino, sulla tenda ci sarebbe stato poco da dire se non fosse che è una tenda gonfiabile. Inarrestabile.

Senza ombra di dubbio Simone ha scoperto un’isola conchiusa dai Navigli, un’isola in pianura.

Il viaggio, seguendo il Grande in bici, incontra subito un luogo dal nome fiabesco, aspetto che ovviamente non poteva mancare a un’impresa simile. Partiamo dalla diga del Panperduto. Ci cascava il pane lì sotto? Non lo sappiamo, ma è probabile che qualcosa del genere fosse successo, come mio nonno che lasciava cadere i gatti dal campanile nel Trentasei per darsi la certezza che cascassero in piedi. Non stiamo a raccontarvi com’è finita e lasciamo la vostra turpe immaginazione a fare il suo sporco lavoro, e continuiamo sul Canale Villoresi, l’Adda, e il passaggio per Cassina de Pomm, nei pressi di Milano, ma Simone persevera e continua, c’ha lo spirito competitivo che hanno in dote solo i veri sportivi e il senso d’avventura di un cavaliere donchisciottesco, e via ancora pedalando sul naviglio coperto fino in Darsena, infilandosi nel Pavese e dritto fino a Pavia, ma non era abbastanza; dal Ticino ha tirato dritto fino al Ponte della Becca, sul Po, per ritornare definitivamente a casa pedalando. In una settimana Simone ha pagaiato per oltre 200 km su tutti e sei i Navigli, facendo il giro completo attorno a Milano, e senza nemmeno un tragitto segnato, un’indicazione chiara sul dove approdare, dove scendere, dove accamparsi, se non il necessario e l’evidente, del tipo una turbina idroelettrica. Insomma, nessuno sherpa alla guida del viaggio, ma sempre sherpa di sé stessi. Un’avventura che si è svolta sempre a 90 minuti di pedalata da casa, eppure un’avventura vera in cui senza ombra di dubbio Simone ha scoperto un’isola conchiusa dai Navigli, un’isola in pianura. Se mai qualcuno non fosse stupito, realizzi intanto che ogni viaggio avventuroso, come ci dice Simone, non fa che ripercorrere strade già battute da altri, solo in maniera diversa, guardando con altri occhi.

Ovviamente il viaggio si chiude a casa, ai Canottieri San Cristoforo. Decine di persone andarono a prenderlo per la pagaiata finale, la processione celebrativa per l’ultimo tratto sul Grande, verso la Darsena, dove ad attenderlo c’erano le telecamere, le radio che già tifavano per lui da un bel pezzo, e ovviamente un clima strano e surreale, eppure vero. Si era scoperta un’isola che non stava in mezzo al mare, seppur il mare lo ricordasse bene nella roccia, nella terra e nei fiumi.

Insomma, a furia di pagaiate Simone ha battuto il mostro. Quello che sta a convincerti che è impossibile compiere certe imprese, che è meglio lasciarsi andare al “così com’è”, un mostro conservatore, il mostro freno-inibizione, quello che ti dice che le cose come stanno così, lo sono sempre state, tutti lo sanno eccetera e fattene una ragione, insomma, quella brutta bestia che spesso prende il nome di “senso comune”. Brutta brutta, ve lo giuriamo.