Metro Crowd: il track by track di “Planning:”

Il quartetto di Roma Est racconta traccia per traccia le allucinazioni metropolitane del secondo album/cantiere aperto, in uscita il 22 marzo su Maple Death Records

Foto di Valentina Pascarella

Scritto da Chiara Colli il 22 marzo 2019
Aggiornato il 5 aprile 2019

Che i Metro Crowd siano uno dei (super)gruppi del quadrante Est della capitale che spaccano lo sappiamo da un pezzo, ma la novità è che il nuovo album sulla beneamata Maple Death Records se possibile è ancora più psicotico delle uscite precedenti (l’esordio lungo omonimo su Legno e la cassetta su My Own Private Records). “Planning:” è pura inquietudine urbana, proto punk, no wave, noise, una linea che dai Chrome arriva alla devianza distopica e al disagio di borgata dei nostri tempi passando per UT e DNA. Perché è facile fare i dischi da ascoltare nel weekend: quelli per ballare, sviaggiare, mandare a fanculo il capo di venerdì o starsene tranquilli a fissare il soffitto in cameretta. Ma provate a farlo voi un disco perfetto per il lunedì. Il disco che lo senti empatizzare con quello stato d’animo paranoico e misantropo fin dal primo momento in cui metti un piede su un fottuto mezzo pubblico (possibilmente la Metro C).

Groove e ferraglia metropolitana fra allucinazioni, realtà, sarcasmo e narrazione al limite della fantascienza, portati sul palco con veemenza dai quattro (anti)eroi vestiti come operai indaffarati su un cantiere sempre aperto – Vic Sinex alla voce e ai testi, Gabor (Holiday INN) alla chitarra, Ludovico T (Sect Mark) al basso e Toni Cutrone (Mai Mai Mai, Trouble vs Glue) alla batteria. Ogni pezzo è una storia: ce la siamo fatta raccontare da Vic Sinex e Gabor, a partire da questa premessa. «L’idea era di strutturare una sorta di velleitario concept-album sul rapporto tra il concetto di singolo individuo e massa, ma fondamentalmente il disco è composto da una serie di episodi agglomerati nel mondo di plastica fotocopiato da un impiegato disturbato. Un vortice di paranoie che si intrecciano coi piani aziendali e urbanistici, trafiletti di giornali di persone sedute a fianco in un vagone, discorsi rubati e frasi lette sugli smartphone degli altri. C’è un forte aspetto voyeuristico e “masturbatorio”, che spesso è espressione di una piccola personalità morbosamente curiosa del mondo che la circonda, ma che allo stesso tempo lo ripudia per paura di venirne masticato. Un funzionario dell’azienda che sale di grado e arriva a teorizzare la nuova forma che potrebbe assumere l’essere umano per tornare a un benessere di stampo totalitario, dove tutti operano nella stessa direzione.»

GAS IN A WAGON

Un uomo è seduto al suo posto in un vagone, all’ora di punta, di ritorno dal lavoro. Si disgusta all’idea di essere inscatolato con gli altri, di dover condividere con loro la preziosa aria condizionata, di respirarne i gas intestinali. Immagina un gioco di cattiveria tra gli astanti, in cui, di ritorno da una stressante giornata di lavoro, le persone si alienano e sfogano le loro frustrazioni accumulate rilasciando impunemente gas (allo stesso modo si mischiano alla folla). Sia dal punto di vista testuale sia da quello musicale, la canzone è costruita come un continuo stop-and-go dove le fermate scandiscono i pensieri e l’orrenda danza cui tutti sono obbligati. Un viaggio in tutti i sensi: la batteria e il basso creano un binario alienante sulla voce affilatissima, chitarra e synth sono più elettronici e incontrollabili – quasi gassosi, appunto.

INFRARED SAUNA

Insonnia in una stanza squallida, dalla finestra le luci delle grosse insegne luminose di un solarium appena aperto, integrato a un centro commerciale. C’è un continuo e losco via vai a cui si è tentati di partecipare, le persone entrano stressate ed escono purificate – o comunque segnate dall’esperienza del trattamento: pettinate diversamente, oliate, abbronzate. Uscendo, tutte si ricoprono di freddo e smog e in poco tempo tornano la merda che erano. Qui ogni strumento nella strofa sembra andare per conto proprio, per ritrovarsi a girare con gli altri in ritmi ballabili/industriali.

INSECT DONER

È il termine di una notte ai termini della città: nei quartieri periferici orientali si rubano macchine, si vendono panini-kebab con intrugli d’insetti pubblicizzati con slogan accattivanti (“toothsome creature”). Una perversione che probabilmente succede solo nella testa di qualcuno. Musicalmente, non un viaggio da un punto A a un punto B, ma una corsa matta e frenetica verso parti più lente e scandite che poi si chiudono in un delirio paranoide.

A.C. QUARANTINE

Un condizionatore ronza nell’habitat artificiale e vellutato di un ufficio dalle grandi vetrate. Il funzionario vede lo skyline che mescola monumenti a grandi insegne pubblicitarie e monumenti in ristrutturazione coperti con teloni di grandi marche. E intanto la città si muove sotto, la gente divisa in gruppi e veicoli si sposta dove deve, come previsto. Ci sarebbero tanti modi per controllarlo a piacimento e basterebbe un attimo per sconvolgere questo equilibrio. Il ritmo lo dà il synth che diventa il suono di una ventola costante. Il resto sono disturbi sonori che creano un mantra industriale, con la voce che sembra passare attraverso le stesse ventole del condizionatore.

STUDENT

Il pezzo è basato su un racconto di fantascienza di fine anni Cinquanta: un inserviente ritardato viene incluso in un trattamento sperimentale per l’incremento dell’intelligenza. Tramite corsi accelerati e impulsi di vario tipo supererà i test, vedendo davanti a sé un futuro finalmente positivo. Ma nessuno poteva sapere che – così come sono arrivate – le capacità intellettuali svaniranno; quindi l’inserviente implora disperatamente l’aiuto dei medici, mentre perde pezzi di quello che aveva imparato come fosse un malato di Alzheimer. Dal punto di vista musicale, si tratta di un sottofondo ballabile per una moderna lezione d’inglese, che poi si macera piano piano in un lento e disperato tormento di suoni.

A DREAMLESS SLEEP

Una sorta di eco riverbera nella testa di una persona che dorme in un sonno artificiale. A risuonare sono le ultime parole che ha sentito a proposito della capsula di sospensione criogenica, presentata come una posizione di grande prestigio: pare che lì dentro ci siano alcuni tra i “più grandi uomini”, consegnati al futuro interi o a pezzi. Dormono a piacimento, un sogno lungo decenni oppure un sonno senza sogni. Abbandonarsi a questo riposo rappresenta un grande atto di fiducia verso il futuro, non come lo apostrofa la stampa moralista “un suicidio temporaneo”. Nasce come pezzo strumentale, con la musica che non lascia scampo per tutto il pezzo: è ripetitiva e piena, potrebbe andare avanti per ore.

TRAVEL CARE

Alcuni passeggeri sono stati i testimoni di un fattaccio: un treno è partito mentre una donna è rimasta incastrata tra le porte, agganciata dalla borsa con mezzo corpo di fuori. Percorre un’intera fermata venendo così ferita ripetutamente in un viaggio infernale, perdeva parti del corpo e urlava. Nessuno è riuscito a fare niente per salvarla, se non dei timidi tentativi obbligati dall’idea di essere ripresi dalle telecamere di sorveglianza. Ma se piuttosto nessuno avesse voluto? Alcuni testimoniano freddamente che la donna era stata avvertita dall’altoparlante delle porte che stavano per chiudersi, era lei a essere in ritardo, le porte stavano solo facendo il loro lavoro. Il pezzo è diviso in due parti, si interrompe a metà con un annuncio di morte molto cinico: l’indifferenza a un fatto del genere è la stessa che c’è nel riff, quello di un viaggio che ricomincia e continua come nulla fosse. Un brano quasi strumentale, molto fluido, come la corsa di un treno e di un servizio che non può fermarsi a lungo, e dopo lo stop riprende velocemente il flusso iniziale.

ARLENE

Il volto di una donna incontrata molto spesso, alla stessa ora, si sovrappone con quello di un trafiletto di giornale che parla del caso di Candy Jones, una modella degli anni ’40-’50 che viene pilotata dal programma MK Ultra per diventare una sorta di spia, ma senza che lei lo ricordi. Ha una famiglia e una vita apparentemente felice, ma anche suo marito, un attore proprietario dell’agenzia di moda, pare sia immischiato nell’affaire. Il suo alter ergo segreto si chiama appunto “Arlene”. L’ossessione quotidiana è il suo bel sorriso, che risuona così innocentemente nella testa da risultare angosciante. Un pezzo rock, veloce e violento. All’improvviso però il tempo si sospende e un’inquietante voce di donna inizia a ridere di te.

L-FIELDS

Nella stanza condizionata si può continuare a teorizzare e pianificare il futuro che deve essere costruito con le forze di tutti, con la ferma volontà di abbandonare i propri sogni privati per “arare i campi della vita” come degli uomini-trattore, in nome di un non preciso bene comune. Il testo è liberamente ispirato a un discorso delirante del premier bielorusso – questo si può facilmente dedurre dalla presenza allegorica di un trattore. Il synth torna a essere rumore di aria condizionata che raffredda il brano, mentre tutto intorno basso, chitarra e batteria partono dritti, ripetitivi e ipnotici. La nervosa marcia si chiude su un caos sonoro di suoni che va a impattarsi con i filtri di Mai Mai Mai, presenza oscura e guida diabolica verso un finale di splendore.