MILANO PRIDE

Come queerizzare gli spazi della città

quartiere Porta-Venezia

Scritto da Francesco Tola il 23 giugno 2021

Foto di Alice Redaelli

Quando sono arrivato a Milano avevo 18 anni e non ero mai stato in un gay club. Era il 2011 e, fino al 2014, non mi resi conto di Porta Venezia. Non l’avevo processata. Per questo la laurea decisi di festeggiarla in via Lecco. Cercavo un posto che fosse una specie di incognita, almeno per me che nonostante conoscessi Milano da tre anni ancora non ero uscito dai Navigli. Ma volevo anche sorprendere i parenti e accoglierli in una zona vivace. Mi piaceva l’idea di traghettare tutti – genitori, zie e zii, cugine e cugini – dal paese in provincia di Sassari in un fast food di Porta Venezia per mettere un po’ in crisi l’idea classica di ricevimento di laurea in stile matrimonio, come spesso accade al Sud. Percorrendo via Lecco notai l’insegna di Special (hamburger and italian fast food), un locale angusto ma accogliente. I gestori, due tipi gentili e rilassati, mi fecero un buon prezzo e prenotai tutto il locale per qualche ora il giorno della laurea.

Quando arrivai lì per festeggiare con tutti i parenti, subito ci fu chi dovette andare in bagno. Mio padre tornò con aria perplessa. Mia zia anche. Poi i cugini. Le facce ingessate e contrite non riuscivano a nascondere un certo turbamento. Perplessi, esattamente come l’espressione memetica della donna di fronte ai calcoli trigonometrici.
La ragione dei loro tentennamenti era una pila di riviste erotiche, poggiate su un tavolino di fronte al WC, piene di uomini unti e massicci. Titoli come Gay Italia, New Playgay o Marco. Camionisti, elettricisti, idraulici da cartolina. Avevano ammiccato a mio padre, a mia zia e ai miei cugini. Ormai tardi per nasconderli, mi apprestai a chiedere un altro giro di cocktail. Un’ora dopo eravamo a fare amicizia con le bariste del Red e con i loro cicchetti di whiskey. Za, la padrona di origine eritrea, è stata molto comprensiva con mio padre quando ha rotto i bicchieri brindando alla mia laurea. Ora quando ci vado mi capita di chiacchierare con lei ricordando quel giorno e mi sento un po’ a casa. Se dovessi scrivere uno spot per Porta Venezia con un target LGBTQIA+ sarebbe più o meno così:

Sei stufə di tornare dai tuoi e sentirti fare domande come:
“e allora, la ragazza?; quando ti sposi?; vuoi stare sola tutta la vita?”
Vieni a Porta Venezia! Una porta aperta a LGBTQIA+ e alle loro famiglie. Vuoi sorprenderli ma non trovi le parole? Ti senti impacciatə nell’esporti con i tuoi cari ma dai valore politico alla tua sessualità? E allora non aspettare! Quando vengono a trovarti, portali a fare un giro in Porta Venezia!

Amo ok.

Quando invece sono in migliaia a fare coming out allora nasce il gay pride. Dal 2013 il Milano Pride segue il percorso che va da Piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale, a Piazza Oberdan in Porta Venezia. Il 2013 è anche l’anno in cui Pisapia è il primo sindaco a unirsi al corteo dopo che nel 2011, subito dopo la sua elezione, il pride ha ricevuto il patrocinio del Comune di Milano. I viali più larghi tra Centrale e Porta Venezia sembrano contenere meglio le folle sempre più numerose che seguono la parata. È questo l’unico motivo per cui il percorso ha preso questa direzione? Dal primo grande pride del 2001 con Paola e Chiara che impartiscono la loro benedizione all’Idroscalo, il percorso si è modificato. Prima arrivava a Porta Venezia passando per il Duomo e partendo da Piazza Castello o viceversa. Che sia una scelta simbolica quella di Piazza Duca d’Aosta o meno, sicuramente Centrale si colloca nella topografia queer di Milano. Più precisamente via Sammartini, la via che la costeggia. E a questo punto c’è una storia che ci porta indietro fino agli anni Ottanta. Quegli anni in cui l’immaginario della night life gay e lesbo era ancora in gran parte abbinato esclusivamente a dark room, bordi della strada, sottopassi di cavalcavia e nebbia. Un po’ come In Exitu, l’opera teatrale che Giovanni Testori mise in scena proprio alla Stazione Centrale nell’88. Certo è che si è trattato di un primo passo della comunità LGBT di quel periodo per autoaffermarsi e farsi spazio. Proprio lungo il bordo dei binari, il primo ricettacolo di deragliatə.

Un intero quartiere in cui la comunità eritrea-somala-etiope ha incluso la comunità LGBTQIA+

In via Sammartini negli anni Ottanta, Felix Cossolo decide di aprire la prima libreria gay italiana con annesso Leather Shop, Babele, dopo aver fondato la rivista Babilonia che ha visto la collaborazione di Mario Mieli. Nel 1993 è la volta dell’After Line, il primo locale gay e lesbo della città inaugurato da Cossolo. Via Sammartini si affolla sempre di più, tant’è che all’After Line, Cossolo decide di aggiungere una sauna gay, la Metro, e il cruising X Line. Il progetto di via Sammartini gay street, culminato nella proposta di istituzionalizzarla con una targa per Expo 2015, è decaduto e via Sammartini continua a essere il bordo dark dei binari della Centrale. Resta comunque un nucleo importante per la storia della gay life milanese e, che lo si faccia di proposito o meno, il pride lo celebra ogni anno partendo dalla Stazione Centrale. L’approdo, dopo che si attraversano via Vitruvio, Caiazzo e Buenos Aires, rimane Piazza Oberdan in Porta Venezia. Un intero quartiere in cui la comunità eritrea-somala-etiope vive con la comunità LGBTQIA+. Un reticolo di strade che si affaccia sui Giardini e rappresenta il cuore pulsante della Milano poliedrica, che guarda i palazzi del dopoguerra con la promessa di una modernità accogliente e vivace.

Milano Pride, dal punto di vista delle forze politiche è un’orgia di rivendicazioni miste a rainbow wahsing e pop music. Si va a riempire la piazza, ognunə con la sua storia e la sua lotta, ma l’importante è esserci. Non si sa mai, può succedere di tutto. Da Absolut Vodka sponsor LGBTQIA+ allə furiosə più radicali che eccedono il corteo contro il capitale. Ogni anno, a giugno, Porta Venezia ospita il palco del pride: attivistə, politicə e pop star animano la folla sudata che arriva da Centrale e dà il via a un baccanale di massa che si scioglie per le vie del quartiere. Via Lecco, via Tadino e via Castaldi piene – e pienə anche chi le attraversa. Potrebbe sembrare la sagra di paese con gli stand di street food, potrebbe sembrare una fiera con gli sponsor dei brand arcobaleno, oppure potrebbe sembrare quello che è: il gay pride. Lo stesso che ogni anno richiama centomila persone tra le quali io mi perdo in preda ai fumi dell’alcol. Ho la mia scaletta ormai: partenza da Centrale con birrette, attraversamento di Buenos Aires con gin tonic, arrivo in piazza Oberdan con amicə incontratə lungo il cammino che già mi hanno fatto da spalla per un percorso che sembrava dover durare una vita. E ogni volta mi sento come una pallina da ping pong che rimbalza da un gruppo all’altro e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Le masse di soggetti non allineati alla norma eterocispatriarcale ondeggiano indistinte per celebrare la loro esistenza

Il coming out qui diventa un fatto collettivo, le vie del quartiere sono lisce, aperte, bagnate. “Uscire allo scoperto” non ha più molto senso, siamo tuttə scopertə e solo il fatto di scoprirci insieme è un modo per rivendicare i nostri spazi. Alla fine Porta Venezia e Piazza Oberdan diventano il video All The Lovers di Kylie Minogue: le masse di soggetti non allineati alla norma eterocispatriarcale ondeggiano indistinte per celebrare la loro esistenza, ma allo stesso tempo rivendicare la propria agentività e misurarsi con le proprie fratture interne. La Milano da bere ma anche da lottare e da manifestare. Il pride inizia in Centrale ma finisce qui, come attratto da una calamita. Perché la comunità LGBTQIA+ spinge verso il centro, e qui pretende visibilità, libertà e celebra il suo orgoglio.