Nicola si ricorda tutto: This is Plastic

Eventi e luoghi che hanno cambiato le città: Milano, capitolo 3

Scritto da Jacopo Bedussi il 7 maggio 2020
Aggiornato il 6 maggio 2020

Quante volte siamo partiti DA ZERO?
Quante volte eravamo lì, abbiamo visto cambiare tutto ma ce ne siamo resi conto solo dopo, come se fosse successo per magia? Qual è il segreto?

Zero riparte dalla città, in un viaggio avanti e indietro sulla linea del tempo. Dagli ultimi 30 anni del passato, da cui sembriamo lontanissimi e da cui prendere il meglio. Dal presente in cui è impossibile andare avanti, è impossibile tornare indietro, in cui siamo immobili e soffriamo. Dal futuro che pretende immaginazione.

Nicola si ricorda sempre tutto, anche le cose insignificanti. Tipo che un giorno stavamo chiacchierando e si ricordava anche della prima volta in assoluto che abbiamo parlato, un sacco di anni fa, specificando che io avevo delle scarpe bianche a punta e lui le aveva notate perché quando andava a ballare al Blitz o forse al Taboo (io al contrario mi ricordo pochissimo), vent’anni prima, ne aveva un paio proprio uguali.
Però non è uno che si mette lì a raccontarti di quella volta che. Gliele devi proprio tirare fuori a forza, di solito di notte, molto tardi, o a volte di mattina molto presto, e se è in buona si accende la sigaretta numero cento e con le parole spennella quadri iperrealistici di quel che è successo e dove e chi c’era e com’era vestito e chi era questo e chi era quell’altro. E tu stai lì e ti sciogli e invidi e pensi che bisognerebbe registrare per scrivere almeno un libro o due.

Le cose succedono perché devono succedere, se metti insieme le persone giuste poi il resto viene da sé ed è ok così, non c’è tanto da stare a chiedersi se stiamo o no facendo la storia

Nicola è anche refrattario alle riverenze, dice che le cose succedono perché devono succedere, che se tu metti insieme le persone giuste poi il resto viene da sé ed è ok così, non c’è tanto da stare a chiedersi se stiamo o no facendo la storia. Amo Nicola in un modo abbastanza unico e non replicabile.
Nicola è snob, però alla sua maniera, nel senso che è talmente curioso e interessato a tutto che le cose che succedono non lo sconvolgono mai. Tanti anni fa al Plastic mi svacco su un divano per riprendere fiato, mi giro e mi accorgo di essere seduto di fianco ai R.E.M. Allora corro in consolle da e gli dico tutto entusiasta: “Nichi ma hai visto che c’è Michael Stipe?” e lui mi risponde: “Ancora?”.

Joey Arias nel 2001

Nicola è la persona più intelligente che conosco. Nicola ha fatto il Plastic e poi il Plastic ha fatto tutti noi: da Sergio e la Pinky fino ad Andrea Ratti e me. E poi c’era Lucio, che quando eravamo piccoli ci guardava severo e ci diceva di fare i bravi. Sicuro lo sta facendo anche adesso, che anzi è più difficile sfuggirgli vista la posizione privilegiata.
Nicola quest’anno ne compie 60 e il Plastic invece 40. A nessuno dei due importa più di tanto, perché entrambi possono permettersi di dichiarare l’età come un vanto e non come un peccato.
Nessuno dei due ha mai sprecato un minuto.
Quando mi chiedono di scrivere un pezzo sul Plastic non so mai da dove cominciare, non perché sia già stato detto tutto, piuttosto perché per scelta quel posto lì non è mai stato una fortezza. È sempre stato instabile, senza menu fisso e con le emozioni a buffet.

Elio Fiorucci e Vivienne Westwood al Plastic nel 1998

Ne so io che ci sono stato per quindici anni quanto ne sa chi ci è stato una sola volta, e magari non siamo d’accordo su niente ma abbiamo ragione entrambi.
Ha ragione chi dice che ha cambiato Milano, ma ha ragione anche chi dice che potrebbe essere ovunque. Mi fa ridere che quando Milano era una città noiosa del Plastic si sentiva dire che sembrava di stare a New York (che non era vero) e adesso che Milano è tutta pazzesca si sente dire che il Plastic è lo spirito della città (che non è vero).

L’unica verità che mi sento di buttare sul piatto è che quando sali le scale e ti infili in quel corridoio ti si squaderna un racconto, e tu lo lo bevi e lo balli, lo guardi e lo ascolti e poi te ne porti a casa un pezzo

L’unica verità che mi sento di buttare sul piatto è che quando sali le scale e ti infili in quel corridoio ti si squaderna un racconto, e tu lo lo bevi e lo balli, lo guardi e lo ascolti e poi te ne porti a casa un pezzo. Per me è stata fin da subito la mia storia preferita, e ogni weekend è stato una puntata che non mi sarei perso per niente al mondo. Come il tuo dessert preferito. Come quando inizi un libro che vuoi sapere come va a finire e insieme speri che non finisca mai. Un racconto che può piacerti come suona in bocca a chi lo legge o decidere di farlo a pezzi per riuscire a leggerlo meglio, apprezzarne le parole, la grammatica e la sintassi.

House of Bordello, anni 90

Detto così potrebbe sembrare una cosa molto seria, ma non lo è. Probabilmente non ha senso cercare di spiegare a parole la profondità di quella frivolezza che è sempre stata e sarà sempre la mia festa preferita. L’unica cosa che ha senso fare, appena possibile, è vestirsi con consapevolezza, uscire, mettersi in coda, passare sotto quel neon multicolor, buttare giù un gin and tonic e iniziare a farne parte. Senza stare a domandarsi se stiamo facendo la storia e senza riverenze.

Il resto, direbbe Nicola, viene da sé.

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