Non ricordo molto

Notti magiche a Milano

Scritto da Martina Di Iorio il 1 maggio 2019
Aggiornato il 15 maggio 2019

Non ricordo molto. Tutto si confonde come se fosse stato messo nel frullatore. Che è un po’ la metafora del mio cervello, almeno in questi casi. Vi spiego meglio perché so che potete capirmi, in molte occasioni ci saremo anche incontrati. Appoggiati al bancone, in fila al bagno. Magari vi ho tenuto la testa sopra qualche aiuola. O qualcuno di voi a me. Mi avete anche fregato il portafoglio e usato la mia carta di credito per comprare cibo scadente su Glovo. Anzi se stai leggendo, te lo dico: “Sparati”. La mia analista dice che nulla di tutto ciò è reale. Ma lei è un’ottimista, di scuola junghiana. Io continuo a credere che quello che voglio condividere qui sia realmente accaduto.

Non è colpa mia se qualche volta esagero. Ogni volta ci si mette qualcuno o qualcosa di mezzo a rovinare il karma perfetto di una giornata di merda qualunque. Come quella volta in cui mi ha chiamato lui e mi hai detto che in realtà preferiva una ragazza meno estroversa; o come quando mi hanno rifiutato un visto per gli Stati Uniti perché, erroneamente, alla domanda “è mai stato/a coinvolto/a in crimini di guerra?” risposi sì. La realtà, in fondo, è che sono tutte scuse. La verità, in fondo, è che al bancone del bar si sta meglio.

Al netto degli hangover titanici, dei facili amori, delle mirabolanti discussioni sul sesso degli angeli e delle promesse mai mantenute, stare al bar è un atto liberatorio, dichiarazione estrema di ozio, che poi a mio avviso è l’espressione massima di libertà. Modellare il proprio tempo libero dandogli la forma di un bicchiere riempito di liquidi sopra i 12° (il resto non lo considero) può essere uno stile di vita.

Il mio appetito per questo mondo dove la vita è come dovrebbe essere prende solitamente strade diverse. Tutte molto tortuose in realtà. Mi ritrovo spesso a uscire da sola, perché tanto sola al bar non sei mai, tanto quanto in compagnia. Compagni sbagliati e di sbronze, veri e propri cani randagi, figli di buona donna mai addomesticati o educati. Una volta mi fermai con uno di loro al Bar Basso, era domenica. Il Basso è quel luogo che “andiamo al Basso perché voglio uno Sbagliato, le patatine in busta lasciate aperte da un po’ e poi è vicino casa”. Me ne frego anche dei 10 € a drink che lascio perennemente nelle loro casse attive dal 1967.

Di solito mi siedo fuori, nei tavoli di alluminio che resistono al tempo, ma quella volta preferimmo il bancone. In piedi, osservi l’avvicinarsi delle canaglie, dei designer, dei fighetti, degli anziani, dei perditempo. Lo Sbagliato al Basso non è mai sempre uguale, forse per questo ne ordinammo quattro prima di arrivare a decretare lo stop alle telefonate. È che qui, tra le versate estreme dei bartender di bitter, vermut e spumante e i racconti di Maurizio, il proprietario, non te ne andresti più. Le pessime decisioni seguirono a ruota, ci ritrovammo a Linate, all’aereoporto, ponderando seriamente la decisione di prendere un volo per – che ne so – la Sicilia, o forse era la Sardegna. Arrivammo fin dentro, controllammo i cartelloni che giravano più velocemente delle nostre sinapsi, che, per miracolo, tornarono a funzionare. E niente, dalla promessa di ricci di mare o seadas, tornai a casa. Vicino a Piazzale Loreto.

A proposito di casa, neanche lì si sta tranquilli. Soprattutto quando nel tuo quartiere vivi minacciata da stazioni di posta alcoliche situate strategicamente sul tuo cammino fino al portone. Vi giuro che ho provato anche a cambiare itinerario, a guardare in basso, a mangiarmi le unghie. Niente, mi fermo sempre in un modo e nell’altro. Sarà che il bere va a braccetto con la nostalgia, che qui in Piazza Morbegno al Ghe Pensi Mi mi sembra quasi di tornare ai giorni in cui studiavo Diritto Privato. No, cazzate, la nostalgia è un’illusione, la verità anche qui è che abito sopra e salgo dritta senza intoppi. “La ragazza dei Margarita”, che poi è diventata “la ragazza dei Milano-Torino”, “la ragazza dei gin tonic senza garnish e cannuccia”. Nei bar di quartiere prendi le misure con il quartiere, e chi ci vive. Se volete avere una buona visione di dove vivete scendete al bar sotto casa.

Oppure andate da Saverio. Ognuno ha un Bar Saverio nel cuore, il mio è in viale Monza. Per intenderci: Saverio, oltre all’Americano post lavoro, fa pure i check-in al posto tuo mentre sei a ballare la techno e affitti casa clandestinamente su Airbnb. Non si fa mai i fatti suoi e con estremo tatto ti chiede chi era il tipo della sera precedente. Fatti i fatti tuoi, rispondo io. Perché Saverio sa tutto ed è onnipresente. Saverio è il bar. Spesso si improvvisa amico consigliere e mi dice di lasciar perdere i coglioni che frequento. L’aperitivo costa 5 € e si beve alla buona. Così alla buona che diventi pure amica dei Carabinieri che trovi al bancone, degli spacciatori in cravatta, dei trans sudamericani dall’accento strascicato. Una volta mi ritrovai fino a chiusura con una di loro. Si faceva chiamare Paola perché amava Tiziano Ferro sopra ogni cosa. Aveva due figli in Brasile e non ragionava neanche male nonostante l’alcol in corpo. Saverio ci cacciò, continuammo in un luogo non meglio identificato a fare discorsi non meglio identificati. Non la incontro da un po’. Salutava sempre.

Non è sempre così hardcore la mia vita. A volte è peggio ma travestita da buone intenzioni e maniere. Ho avuto una buona visione di quanto appena detto una sera nel bar iper glamour della Fondazione Prada, nella Torre. E vai che ordini twist sul Negroni, discerni sui vermouth più eleganti, sulla nota di affumicato che tende al balsamico a chiusura della bevuta. Spesi 50 €, trangugiai le noccioline, chiesi un refill ma mi venne negato. Mangiare mentre si beve è fondamentale, non spendere lo stipendio per una cena salva fegato anche. Per questo decisi di non fermarmi al Ristorante della Torre, ma andare in un Tex Mex non so dove. Un hamburger per tamponare, una birra per esagerare, il tempo di andare al bagno che non ricordavo dove fossi seduta. Vagai per un po’, cercando con la mia compagna di quella sera il nostro tavolo. Ci aiutò un cameriere, ricordo l’accento calabrese. Uscimmo pagando il conto e anche l’imbarazzo.

Cosa rimane di tutto questo? Un mea culpa a tratti assurdo, a tratti un po’ esilarante, sicuramente molto autentico e sincero delle mie sbronze a Milano. Peggiori, non saprei. Giudicate voi, che sicuramente eravate con me, o che in me vi siete immedesimati. Tutti peccatori nelle notti di Milano, infatti sono sicura che le vostre storie siano di gran lunga migliori delle mie.