Una cosa che mi manca: il clubbing

Memorie di un clubber in isolamento

Scritto da Emanuele Zagor Treppiedi il 8 aprile 2020
Aggiornato il 10 aprile 2020

Foto di Chiara Biraghi

Schiaccia play. Fallo. Non te ne pentirai. Anzi leggi l’articolo con questo disco in sottofondo.

Sarebbe la closing track perfetta di un week-end in cui hai passato più ore sottocassa che a casa. In cui hai conosciuto meglio delle persone e scambiato vizi con sconosciuti. Un fine settimana in cui un altro amore ti è sfuggito e per qualcuno sei stato solo un’ottima compagnia in attesa che sorgesse l’alba o che (ri)calasse il buio.
È la traccia che fai partire in loop appena arrivi in ufficio il lunedì (quando ci andavi) e che mandi in tutte le chat. Concentrazione: zero.

Ecco, ora ti spiego da dove nasce questo articolo.
L’apice è stato raggiungo quando ho spento tutte le luci di casa e ho lasciato acceso solo il computer con le immagini della Boiler Room di Dixon: Transmoderna Streaming from Isolation di venerdì 3 aprile (dopo un mese circa di isolamento). Volevo quasi entrare in quei visual 3D o volevo che loro mi rapissero e mi portassero altrove.

Stavo per farmi una tartare di fragole, che poi è una macedonia di fragole, o meglio sono solo fragole, però gli chef (e oggi sui social sembrerebbe che siamo tutti chef) preferiscono chiamarla così; ma con il ritmo della cassa in 4 e i synth viaggiosi mi sono fermato. Ho spento le luci e ho iniziato a ballare al buio. Urlavo a ripetizione: “MAESTRO! MAESTRO!”.

Sì, bisogna essere squilibrati per raccontarlo e pensare che ti possa interessare. Ma pensi di essere meno squilibrato di me con la tua routine?

Ho spento le luci e ho iniziato a ballare al buio. Ripetevo urlando “MAESTRO! MAESTRO!”

Io in quella routine non ci sono mai voluto entrare e per questo nella notte ho trovato la mia comfort zone. No, non volevo lottare contro il sistema, solo provare a vivere in maniera diversa: se ce l’ho fatta o meno ai posteri l’ardua sentenza. I clubber come me mi capiscono (forse mi invidiano), ma tranquillo la resa dei conti arriverà – forse è già arrivata, forse è proprio questo isolamento forzato.

Però in quel momento ho capito che c’erano delle sensazioni che mi mancavano, che non provavo da troppo tempo. Muoversi al buio ovvero ballare, ma non solo.
Interagire con lo sguardo di sconosciuti, sorridere al rintocco di quella nota o di quel basso. Stringersi, sì anche spingersi. Guardarsi. Cercare occhi, braccia, bocche assetate (dal retrogusto amaro), gambe, corpi da sfiorare o toccare a mani piene. Vibrare al suono della cassa. Brividi dietro la schiena. Acqua, tanta acqua che è sempre importante.
Mi manca condividere quel bisogno di socialità reale, in questo caso legato al dancefloor, che chissà quando potremo riprovare.

Non ci sono video chat party che tengano: quei ricordi sono di una potenza disarmante e il bisogno di evadere inizia a farsi sentire

Non ci sono video chat party che tengano: quei ricordi sono di una potenza disarmante e il bisogno di evadere inizia a farsi sentire.
Il giorno dopo forse sono peggiorato: mi son messo a ballare con lo stendi panni verticale (quello salvaspazio) mentre andava il pezzo di Ricardo Tobar (che spero stiate ascoltando).

Memorie di un clubber in isolamento? Non so come chiamarle. So solo che non mi pentirò mai di tutte quelle volte in cui ho scelto di ballare, fino all’alba e oltre. Perché? Perché ballando con qualcuno vicino il futuro mi sembrava meno incerto.

Le foto che vedete fanno parte del progetto Discointimacy, iniziato 5 anni fa da Stefano Vergari che le ha gentilmente concesse a Zero. Stefano non è un fotografo notturno, ma ha sempre fatto festa.

“Con Discointimacy mi piace di portare lo spettatore nell’intimità e in contatto con le emozioni, i sentimenti e i ritmi in cui sono avvolti dei soggetti fotografati, quasi da poterli toccare e annusare, a un passo da quegli amori non di rado fuggevoli se non chimici. I miei soggetti parlano di un dancefloor come territorio di liberazione e sicuramente genderless. Situazioni a volte nitidissime, a volte sgranate e offuscate, come le nostre menti e sensi, ma comunque ricche di quella energia.

In questo momento di lockdown da tutto forse possiamo riflettere su come ci divertivamo e canalizzare le nostre energie (che esplodono sul dancefloor) per chiedere un cambiamento di rotta al mondo. Come fecero i ragazzi di Tiblisi qualche tempo fa, noi insieme ai ragazzi di Friday for Future, così chissà torneremo a sudare uno addosso all’altro e abbracciarsi a occhi chiusi con il basso nello stomaco”.