Una cosa che mi manca: mangiare cinese

Sogno di tornare presto a sentire il rumore di brodo succhiato

Scritto da Martina Di Iorio il 23 marzo 2020

Non mangiare etnico generalmente inteso, né mangiare sushi, rolls, abbuffate di all you can eat (cosa che peraltro abbiamo sempre boicottato: mi manca proprio mangiare cinese. Un craving preciso, che inizia verso l’imbrunire, manda un input al cervello e resta attonito, riecheggiando nel nulla. Nemmeno il delivery, che in questi giorni di isolamento sembra avere un buon passo, mi può venire incontro: pizza, hamburger, poke, tradizionale, ma niente cinese.
Sono stata subito tra le prime, persino pre Beppe Sala con il calice in mano in Paolo Sarpi e le varie iniziative come quella della Notte delle Bacchette, a non discriminare questa comunità e le sue attività agli inizi dell’emergenza, quando ancora si dava la caccia all’untore che veniva dall’est e c’era il fuggi fuggi generale da ogni attività asiatica largamente intesa. Io ho sempre continuato a frequentare i mie locali preferiti, a ordinare vagonate di mapo tofu, ravioli, piatti infuocati di ogni genere.

Come potremmo mai trovare in casa il vociare appiccicoso di quei luoghi, la sensazione di essere parte di una comunità allargata?

Le cose sono cambiate, il lockdown è stato perentorio e con lui le serrande di ogni luogo in città. Inutile che mi vengano a dire di replicare quelle ricette, a me che non sono buona neanche per l’uovo sodo. E poi non sarà mai lo stesso. Come posso cucinare il filetto di carpa in brodo aromatizzato all’erba cipollina di Le nove scodelle? Come posso dosare alla perfezione il peperoncino in ogni piatto alla maniera di Mao? E lo spezzatino di tofu di Xin Fu Ji? Un capitolo rovinoso nella storia di ognuno di noi, che solo in un buon ristorante cinese trova lieto fine.

E se comunque, poniamo il caso, tutto ciò mi riuscisse lo stesso, o riuscisse a voi per qualche grazia ricevuta, come potremmo mai trovare tra queste quattro mura il vociare appiccicoso di quei luoghi, la sensazione di essere parte di una comunità allargata, la distesa consapevolezza che nei ristoranti cinesi usciamo soddisfatti e non dobbiamo donare un rene al momento del conto? Mangiare cinese, per me e per molti, equivale alla pizza dopo il calcetto o il cinema, un momento rilassato, conviviale per natura, ancora vergine da strumentalizzazioni estreme di marketing gastronomico. Sogno di tornare presto a sentire il rumore di brodo succhiato, a imprecare perché ancora sbaglio a tenere le bacchette, sporcarmi con quella salsa appiccicaticcia ed agrodolce, camminare per Paolo Sarpi con il piatto di ravioli bollenti. E so che lo sognate anche voi.

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