Vent’anni di Sentieri Selvaggi: parla Carlo Boccadoro

Quest'anno Sentieri Selvaggi compie vent'anni. Carlo Boccadoro, fondatore e guida dell'ensemble che ha rivoluzionato il modo di ascoltare e divulgare la musica contemporanea a Milano dal '97 a oggi, ci racconta in prima persona il percorso seguito in questi quattro lustri. L'appuntamento con la nuova stagione, 'La rosa dei venti', è dal 13 febbraio (ovviamente) all'Elfo Puccini.

Foto di Giovanni Daniotti

Scritto da Anna Girardi il 8 febbraio 2017
Aggiornato il 17 febbraio 2017

«Sentieri Selvaggi nasce per un motivo semplicissimo: volevamo diffondere la musica che ci piaceva. In vent’anni siamo cambiati tanto ed è cambiata la situazione che ci circonda, che ai tempi era pazzesca. La musica contemporanea a Milano era una sola, bisognava scrivere solo in un certo modo. Autori come Philip Glass, Michael Nyman o Steve Reich erano tabù, non venivano eseguiti. C’era una specie di pensiero unico, si dava attenzione solo all’avanguardia, alle seconde avanguardie di Darmastadt e del dopo guerra o a certi americani strutturalisti. La musica che interessava me e Filippo Del Corno – che ha fondato insieme a me e Angelo Miotto il gruppo – era un’altra».

«Avevamo un programma di musica dal vivo a Radio Popolare che si chiamava “Mattinata”, poi è diventato “Sentieri Selvaggi”. Ancora oggi ne portiamo l’impronta: non abbiamo voluto rinunciare alla nostra articolazione radiofonica che prevede una breve presentazione di ciò che si va ad ascoltare. La trasmissione era la domenica mattina. Parlavamo dei compositori che ci piacevano – per lo più sconosciuti – in una radio che generalmente trasmetteva rock, pop e un po’ di jazz. Passavano così brani di Morton Feldman, Philip Glass, Gavin Bryars, James MacMillan e abbiamo cominciato a ricevere tantissime telefonate di ascoltatori che ci chiedevano di chi fosse la musica. “Cos’è?”, “Dove posso trovare il disco?”. Ci siamo sempre più resi conto che c’era un bacino d’utenza che voleva sentire questa musica, che non si trovava nei canali ufficiali».

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«Forti di questo consenso, e forse azzardando un poco, abbiamo pensato di fare un concerto e mettere insieme un ensemble. Spesso, infatti, ci lamentavamo che non ci fossero ensemble che eseguissero pezzi nuovi – o i pezzi che piacevano a noi – e più di una volta compositori come Glass, Andriessen, Nyman, che avevamo la fortuna di conoscere, ci hanno spronato a crearne uno da noi. Dicevano: “È inutile che aspettiate che qualcuno vi esegua la musica, create la vostra band e portatela in giro”. Dunque abbiamo riunito un gruppo di musicisti – fantastici – che sposavano le nostre idee e abbiamo fatto il nostro primo concerto, grazie alla spinta di Radio Popolare, al Teatro di Portaromana, un bellissimo spazio che ora non c’è più. Eravamo convinti che sarebbe stato l’unico, non era una sfida facile: avevamo portato i concerti in radio, ora bisognava portare la radio in concerto».

«Il pezzo d’apertura di quel primo concerto al Teatro di Portaromana fu Cheating, Lying, Stealing di David Lang. “Mentire, ingannare, rubare”, un pezzo aggressivo, abrasivo, con violoncello solista e i percussionisti che picchiano sul duro metallo di due freni regalati da un meccanico. Tra gli altri eseguiti in quel 21 giugno 1997, c’era anche Facades di Philip Glass».

«Facemmo il tutto esaurito. Avevamo eseguito Louis Andriessen, Steve Reich, James MacMillan, David Lang, Philip Glass… Tutti autori che anche dopo vent’anni continuiamo a suonare. Quel concerto era stato formidabile, avevamo fatto tutti pezzi mai eseguiti in Italia fino a quel momento. Grazie a quel successo abbiamo trovato il modo di continuare e abbiamo creato un’associazione culturale. Nel 1998 e abbiamo inaugurato il nostro primo festival. Eravamo in piena Guerra del Golfo, un periodo piuttosto movimentato. La situazione era simile a quella di adesso con Trump. Allora, più di oggi, c’era un odio diffuso per l’America e abbiamo deciso di proporre una stagione dedicata proprio a “Gli amici Americani”, a voler sottolineare che c’erano circa ventidue milioni di persone che non avevano sposato la guerra. Non si poteva dire che fossero tutti uguali».

Hout di Louis Andriessen, eseguito all’interno della stagione “Gli amici americani”.

«Generalizzare sugli americani ci sembrava sbagliato. Abbiamo eseguito pezzi di John Adams, Michael Gordon, Laurie Anderson e fummo abbastanza criticati dalle istituzioni per questa scelta. Il pubblico invece ci ha seguito e abbiamo proseguito. Ma mai avremmo pensato che saremmo andati avanti per vent’anni! Abbiamo preso ogni anno come se fosse l’ultimo».

«Nel tempo abbiamo trovato un accordo col Teatro dell’Elfo – che allora stava in via Ciro Menotti. Elio De Capitani e Ferdinando Bruni ci hanno voluto gruppo residente: all’interno di quella sede avevamo e abbiamo tutt’ora un posto fisso per fare concerti. Jesus Blood Never Failed Me Yet di Gavin Bryars fu uno dei brani eseguiti il 29 marzo 1999 al Teatro dell’Elfo, tutto dal vivo con la partecipazione di Moni Ovadia».

«Il pubblico dell’Elfo era perfetto per noi perché era un pubblico giovane che seguiva le proposte contemporanee. Era un pubblico che voleva cose nuove, sperimentazioni. Devo dire che siamo sempre stati sostenuti dalla Provincia, grazie a Daniela Benelli che ci ha fatto partire e che ci ha sempre supportato. Col tempo abbiamo iniziato a ricevere qualche sponsorizzazione e a cercarne: metà del lavoro è trovare i soldi! Abbiamo imparato presto l’arte di fare cose belle con pochi quattrini».

«Ogni anno avevamo un argomento “forte”: abbiamo fatto un festival sulle donne, con la partecipazione di sole compositrici femminili, uno sui diritti – diritto del lavoro, di parola. Abbiamo raccontato il rapimento di Moro, la guerra in Iraq, le monache di clausura, l’incontro tra Marilyn Monroe e Igor Stravinskij, la lotta di Mumia Abu Jamal. In più abbiamo sempre cercato di creare commistioni con altro: con registi, scrittori, video maker, ballerini, musicisti jazz, rock… Siamo quello che una volta si sarebbe chiamato collettivo. Anche se c’è un direttore artistico, io, tutti i nostri progetti nascono da idee e confronti tra di noi. C’è uno scambio continuo e questo rinsalda l’amicizia. Il nostro gruppo è costituito da musicisti bravissimi, ognuno con le proprie peculiarità: Andrea Dulbecco è un grandissimo jazzista, uno dei più grandi vibrafonisti d’Europa e secondo me non solo. Andrea Rebaudengo suona in tantissime altre realtà, in duo, da solista, con l’orchestra, nei gruppi di musica elettronica. Piercarlo Sacco è direttore di una bellissima orchestra di giovani, oltre che violinista di tango. Aya Shimura, al violoncello, tra le varie attività ha fatto anche un disco molto interessante per ECM con quintetto di Stefano Battaglia in cui improvvisava. Mirco Ghirardini è anche lui direttore d’orchestra, performer, esecutore. Paola Fre suona in contesti diversissimi. Ognuno di noi ha la propria carriera a sé e ognuno apporta qualcosa all’Ensemble. Non voglio che Sentieri Selvaggi sia associato unicamente a me: sono tutti dei gran professionisti».

Sentieri Selvaggi Ventennale

«Siamo sempre stati un gruppo “militante”, proprio secondo l’accezione degli anni ’70: attraverso la musica abbiamo sempre voluto parlare di questioni importanti, politiche. Ad esempio, quando abbiamo fatto il festival sui diritti, Angelo Miotto faceva delle introduzioni/conversazioni con filosofi e scrittori come Aldo Nove, o magari sindacalisti, e si parlava di tutto. Ci sono state collaborazioni con la regista Alina Marazzi, con Lella Costa e Marco Baliani, con Eugenio Finardi, progetti jazz con Maria Pia De Vito. Quando abbiamo eseguito l’Orfeo a fumetti di Filippo Del Corno tratto dal testo di Dino Buzzati, nel ruolo di Orfi c’era Omar Pedrini, il leader del gruppo rock dei Timoria».

«Altro elemento che ci ha sempre caratterizzato è l’idea delle porte aperte: chiunque può mandarci pezzi. Negli anni ce ne hanno spediti milioni, alcuni orrendi, alcuni invece molto buoni! Per essere eseguiti da noi non bisognava essere famosi, né essere pubblicati da un editore importante. Un tempo non esistevano i social network, ora ad esempio ricevo partiture su Facebook di ragazzi che mi scrivono autonomamente: alcune mi sono piaciute e le ho eseguite. Da sempre, infatti, valuto solo le partiture, non chi le scrive. Ultimamente c’è chi mi rimprovera un certo ecumenismo. Soprattutto i primi anni eravamo molto schierati, è vero. Siccome la musica minimal, la post moderna, quella dei neo romantici era tabù, inizialmente facevamo solo quella. Se si guarda il nostro primo album compaiono Giovanni Sollima – nel nostro primo disco La formula del fiore è contenuto il suo brano John AfricaCarlo Galante, pezzi di Filippo Del Corno, Ludovico Einaudi: era il ritratto di una nuova generazione di compositori italiani, autori che allora non erano di moda ed era scomodo eseguire, perché contro tutto il sistema che spingeva per altri nomi».

«Fortunatamente questo sistema è crollato e con l’avvento di internet non ci sono più i difensori del gusto della patria. Ognuno sceglie per sé. A questo punto abbiamo iniziato a incorporare quegli autori che prima non facevamo, da Pierre Boulez a Luigi Nono, quest’anno, da Henze a Stockhausen. Non che prima ce l’avessimo con loro, ma prima li facevano tutti. Adesso che invece autori come Glass e Reich sono più eseguiti, ci siamo aperti anche noi a Donatoni, ad esempio».

«Col tempo, maturando anche come persone, abbiamo scoperto la musica di questi grandi maestri, che però adesso è calata in un contesto completamente diverso: nessuno ti obbliga più a fare Bussotti, per dire. Noi, ad esempio, abbiamo fatto Silvano Bussotti e Luca Francesconi, altro grande Maestro della generazione degli anni ’50, affiancati a Virginia Guastella, giovane compositrice, e Orazio Sciortino, giovanissimo. Magari proponiamo un autore giovanissimo affiancato a Petrassi, non abbiamo limiti. Il nostro è un mondo dove Nyman e Stockhausen, Boulez e Glass, Ludovico Einaudi e Colombo Taccani non sono in contraddizione, sono due facce della contemporaneità. Poi tutt’ora ci sono degli autori che eseguiamo da sempre e che collaborano con noi da sempre: David Lang, Carlo Galante, Julia Wolfe, Steve Reich, Philip Glass, Michael Nyman per citarne alcuni. Di questi abbiamo eseguito decine e decine di pezzi, molti li abbiamo commissionati, continuano a seguire tutto il nostro percorso, sono autori che ci portiamo nel cuore».

«In questi vent’anni abbiamo fatto tante esperienze particolari e diverse. Una delle più belle è stata sicuramente partecipare alla Bang On A Can Marathon: quello è un paradiso per chi la pensa come noi. C’era di tutto, dalla chitarra, ai cantori tuva della Georgia, c’eravamo noi, poi cantori della mongolia… Le cose più strane, ventiquattro ore non stop. Siamo orgogliosi perché per ora siamo l’unico ensemble italiano ad aver partecipato».

Brightness di Montalbetti: Uno dei pezzi suonati alla Bang On A Can Marathon

«Con David Lang abbiamo partecipato ai Suoni delle Dolomiti. Lui ha scritto il pezzo lì, è stato su una settimana con noi in un posto dove non c’era neanche l’energia elettrica. L’abbiamo poi suonato all’alba in una baita freddissima! Era Developer. Insomma, abbiamo deciso che avremmo portato la musica contemporanea ovunque, abbiamo suonato per strada, nei cortili, abbiamo fatto un concerto di John Cage in corso Vittorio Emanuele mentre le persone facevano gli acquisti di Natale. Noi non pensiamo che la musica vada eseguita solo in sala da concerto. La portiamo in giro noi. È proprio un approccio da anni ’70, del resto proveniamo da quella cultura».

«Eravamo a Radio Popolare e siamo tutti figli di quegli anni. Abbiamo avuto anche la fortuna di lavorare con gli idoli di quegli anni, ad esempio Patrizio Fariselli è stato nostro ospite ha fatto un bellissimo concerto di piano solo. Per me è stato un sogno perché gli Area sono sempre stati uno dei miei gruppi di riferimento. Anche Eugenio Finardi è stato fantastico, io lo seguo da quando avevo dodici anni, avevo comprato il suo primo disco nel ’75; era uno dei miei eroi. Con lui abbiamo vinto anche il Premio Tenco nel 2008, una bellissima esperienza».

«E così siamo giunti ai nostri vent’anni. Anche in questa stagione faremo le cose più strane. Inoltre il 10 febbraio esce il nostro nuovo disco, Le Sette Stelle, dove emergono le individualità dei singoli musicisti. È un inizio poiché prossimamente ognuno di loro farà un cd da solista, inizieremo con Paola Fre. Come dicevo prima, vorrei sparire sempre di più. Penso sia la cosa più sana che si possa fare, perché il gruppo è solidissimo e tra i più bravi che ci siano in Italia. Vi aspetto tutti lunedì 13 con “Buon Compleanno Steve Reich”.