Viva, morta o X

Venezia Morta ci invita a vivere la decadenza della città senza paura, occupandola con l'arte e ballando. Per noi è sì.

Scritto da Fulvio J. Solinas il 13 gennaio 2021

Foto di Elvio de Limone

C’è un nuovo manifesto per Venezia. Ha iniziato a circolare a fine 2020. Si intitola “Venezia Morta”, il suo approccio è futurista e provocatorio. Anche solo per questo ci piace. I misteriosi artefici di questo grido di dolore dichiarano la morte ufficiale della città «dopo decenni di spopolamento, ingordigia economica e abbandono». Parlano di un «non-luogo alla mercé di usurai, speculatori, affaristi», di «erezioni fallite» (il riferimento è al Mose, ma vogliamo leggerla anche come una virilità ormai decadente), di «socialità smembrata», di «rabbia e frustazione». Certo è difficile non condividere tali assunti, anche perché a margine del loro sintetico decalogo i promulgatori di questa “Venezia Morta” entrano nel merito di alcune significative macroquestioni, di natura politica, come la chiusura prolungata dell’intero sistema dei Musei Civici, la messa in vendita del palazzo dei Tre Oci, l’abbandono di professioni artigianali storiche e simboliche, il flop sui grandi eventi musicali e l’accanimento terapeutico nei confronti della fallimentare esperienza Home Festival. E non diciamo cos’altro potrebbe accadere! Se dovesse saltare la Biennale anche nel 2021? Brr!

Nel blog che accompagna questo progetto si raccontano le storie, tipicamente under 30, di chi a Venezia si trova a lottare contro un perenne moto centrifugo. Spazio di 12 mq (ristrutturati eh!) per iniziare un’attività professionale? 800 euro al mese. Welcome to Venice! Questa è una città fossile ormai incapace di operare scelte autogenerative, un organismo che si rifiuta quasi sistematicamente di creare valore e socialità. In questo parco giochi si preferisce sempre, o quasi, attingere dalla misteriosa valigetta di un cinese, di un russo o di chiunque altro, magari anche un danaroso figlio di papà, purché sia cash puro, black no problem. «Commercialmente funziona così, non so se lei lo capisce» spiega a Paolo la signora veneziana, che potremmo dipingere come una diretta discendente di Shylock. Sì, verrebbe da rispondere, funziona così in assenza di una qualsiasi funzione regolatrice del mercato di natura pubblica e amministrativa. Ma questo discorso lo faremo un’altra volta, magari direttamente con coloro, in primis l’Osservatorio Civico indipendente sulla casa e sulla residenza, che questi temi li conoscono fin troppo bene. Parole, parole. E soprattutto immagini: a questo suggestivo “censimento industrial delle serrande abbassate” c’è poco d’aggiungere.

Dal virtuale al reale l’iniziativa dei “veneziamortisti” non si limita al web e lancia la sfida a trasformare questo “museo a cielo aperto” in una vera galleria espositiva. Sotoporteghi animati da poesie, foto, installazioni. Anche nei supermercati? Perchè no! Lo scrivono qui. Tra le iniziative concrete c’è anche questo  angolo book e chiavette crossing, in Rio terà dei pensieri, vicino all’ingresso del carcere. Insomma oltre la dimensione virtuale Venezia Morta si dipana attraverso la città in una romantica concretizzazione fatta di fogli di carta, spago, fotografie, libri.

“Passa e tol su” il bookcrossing di Nik ai piedi del carcere.

Il sentimento di impotenza provato da molti cittadini, soprattutto i più giovani, e il nostro «tempo folle» marchiato dalla pandemia, contribuiscono a rendere spigolose tutte queste testimonianze, trasformandole spesso in veri atti d’accusa. Dopo una morte si cerca sempre un colpevole, si tratti di omicidio colposo, preterintenzionale oppure di un tragico destino. «I primi responsabili della morte di Venezia, sono da ricercarsi nei veneziani stessi» è il primo punto del manifesto. Veneziamorta, con un tono provocatorio, dice apertamente tante cose che in molti hanno per anni preferito ingoiare nello stomaco, metabolizzandole a colpi di spritz o gin tonic. La complessità di un modello di città d’arte, fagocitata dall’industria turistica e gravemente compromessa nel suo profondo valore ambientale, nel suo spirito di comunità, non si può esaurire così, nella pur dirompente forza dei simboli, puntando il dito contro qualcuno o qualcosa. Nemmeno confutare ogni speranza di azione collettiva, negare sul nascere ogni possibile convergenza creativa plurale, solo perché chi ci ha già provato ha inevitabilmente fallito, appellandosi semplicemente ad un disperato slancio individuale, potrà portarci lontano. Però se l’obiettivo è condividere bellezza e occupare questa città ballando, noi accettiamo l’invito. Portiamo pure le casse. Sarà l’occasione per innamorarsi ancora. Più raccontiamo la sua morte, più ci spertichiamo nel comporre l’ultima elegia, più ci lasciamo conquistare dal cinismo, più Venezia, per antifrasi è capace di mostrarci la sua immortale vivacità. Boccheggiante, certo, ma ancora destinata a custodire energie, idee, formule “magiche”: alzati e cammina, lazzarona!