Alice Scornajenghi racconta Ossì

Abbiamo intervistato l'ideatrice di una delle migliori e attuali realtà editoriali indipendenti in Italia

Scritto da Nicola Gerundino il 10 marzo 2020
Aggiornato il 28 aprile 2020

Data di nascita

24 ottobre 1982 (37 anni)

Luogo di residenza

Roma

Attività

Direttrice artistica

Spesso e volentieri, per risollevare conversazioni tra amici o sconosciuti in procinto di finire su di un binario morto, si ricorre al bagaglio dei ricordi: merendine, cartoni animati, canzoni e tanti altri aspetti che coinvolgono infanzia e adolescenza, periodi in cui tutto è lecito e perdonato, compreso l’appassionarsi a tutto ciò che è trash o spudoratamente commerciale e grossolano. Un argomento che fa parte di questo universo, che però non viene quasi mai toccato, è la pornografia: le prime sbirciate, i primi tumulti ormonali per delle immagini piovute da chissà quale mondo proibito (e adulto), la curiosità, il pudore, l’imbarazzo e il godimento. Un incontro dal quale non si torna indietro e che continua ad essere coltivato vita natural durante. Ma come? La risposta scontata all’alba del 2020 e dell’internet perpetuo è tramite i siti XXX. In realtà la galassia della pornografia è più vasta di quanto si immagini e può anche assumere le forme di “un giornaletto porno fatto bene”, esteticamente ricercato e inappuntabile, che sappia includere anche letteratura e musica: Ossì. Ci siamo fatti raccontare la sua storia direttamente dalla sua ideatrice: Alice Scornajenghi. Ci teniamo a ricordare che questa intervista è nata per un appuntamento della serie ContamiNation format ideato dallo studio Cappelli Identity Design, in cui linguaggi e culture diverse si incontrano. Appuntamento il 30 aprile alle 15:00 sul sito contamination.cappellidesign.com.

Ossì, il logo.

L'incontro con la pornografica è sempre un momento topico nella vita di una o un adolescente: una sorta di passaggio rituale dal quale difficilmente si torna indietro perché scombussola completamente il proprio immaginario. Qual è il tuo primo ricordo legato a essa?

Ero al mare, avrò avuto 11 anni, con le amiche andavamo a piedi dal villaggio turistico al paese per mangiare un gelato, la strada era una di quelle arse dal sole, tra grilli e abbandono. Lungo il ciglio della strada abbiamo trovato delle pagine di un giornaletto porno, un fotoromanzo, ricordo le immagini come fosse ieri. Due ragazze si penetravano a vicenda con un lungo tubo di corrugato marroncino – o forse era un toy, ma all’epoca l’ho decodificato come tubo. Ero affascinata e turbata insieme, avrei voluto raccogliere la pagina, portarla con me, saperne di più, sono sicura che qualcuna delle mie amichette avrà pensato lo stesso, ma non si poteva, non se eri una femmina! Dovevamo dirci schifate e correre via, e così abbiamo fatto.

Per la mia generazione i primi contatti con la pornografia erano proprio su carta stampata, che si trattasse di disegni o fotografie. Subito dopo sono arrivate le videocassette. È stato questo anche il tuo percorso?

No! Direi molto molto diverso! Noi ragazze in epoca pre internet non avevamo accesso al porno, che si trattasse di giornaletti o cassette. Al massimo, se restavamo sole a casa, c’erano gli annunci dell’144 sulle tv locali a notte fonda. La formazione del mio immaginario erotico è avvenuta sui libri: De Sade, Nin, Grandes… In generale, qualsiasi scena di sesso inaspettata in un romanzo era uno splendido regalo. Forse “Ossì” nasce anche da lì.

È interessante notare come una volta i primi contatti fossero legati a una condivisione: videocassette e giornali venivano prestati oppure nascosti in punti segreti, ma accessibili per una cerchia di “fortunati”, per lo più i propri amici. Ora immagino che l'iniziazione alla pornografia sia molto più anonima e solitaria. È così o hai raccolto storie diverse?

Avendo saltato a piè pari la fase della condivisione, perché anche la lettura di un romanzo è un fatto privato, non so dirti cosa è cambiato. Quello che riscontro è che a oggi siamo noi donne a voler per lo più dire la nostra e condividere punti di vista, esperienze, metterci faccia, la voce, i corpi. “Ossì” non è un caso isolato. In giro è pieno di sex blogger e porno-attiviste che fanno un lavoro pazzesco e liberatorio.

Da queste tue prime risposte emerge che ci sia una notevole divergenza tra l'approdo maschile e quello femminile alla pornografia. È così?

Ecco, questo è un nodo cruciale. Le differenze nell’approccio al porno non sono di fruizione, non bisogna credere a quelle cavolate per cui le donne cercano video porno più romantici: è uno stereotipo bello e buono. Per me vale l’opposto, ad esempio. È un problema di contesto. La donna è stata per anni l’oggetto della pornografia, ora ne diventa soggetto. Prendi “Ossì”: a realizzarlo siamo tre donne, ma non è “per le donne”, non tratta la pornografia in modo “femminile”, anzi. È per chiunque: il piacere è dei corpi, a prescindere dal genere. Semplicemente è un giornaletto pornografico accessibile a tutti. È un cambiamento di prospettiva necessario.

Ossì lo definisci “un giornaletto porno fatto bene”. Cosa non ti piaceva dei giornaletti fatti male?

Nella pornografia in generale c’è molta sciatteria. Sono un’esteta: l’incuria e il ricorso continuo agli stereotipi mi smontano l’eccitazione. Le storie che pubblichiamo in “Ossì”, oltre a essere arrapanti, devono essere belle, portare una loro verità letteraria, essere stimolarti a più livelli. È per quello che chiediamo i racconti a scrittori professionisti. È un po’ il ragionamento che stanno facendo alcune case di produzione di porno indipendente, dove si curano in un certo modo la messa in scena, la fotografia, la recitazione. Per quanto riguarda i giornaletti, questa cosa non esisteva. Immaginavo il giornaletto porno che avrei voluto per me: non esisteva e l’ho fondato.

Nel tempo hai intercettato pubblicazioni e riviste in cui hai riscontrato una maggiore cura dell'estetica, un immaginario più adulto e raffinato? Quali sono state e quali hai poi riportato in "Ossì"?

Più che ai magazine erotici contemporanei, “Ossì” deve molto alla tradizione del fotoromanzo zozzo italiano degli anni 70. Su tutti SUPERSEX: lì le foto erano belle e anche molto eccitanti, spintissime, eppure, allo stesso tempo, il magazine era in qualche misura pop, leggero e ironico, proprio come vuole essere “Ossì”. Il nostro tributo a quel mondo lo mostriamo in ogni numero, perché Francesca Pignataro (l’art director della fanzine) include tra le pagine della rivista degli artwork realizzati con foto d’epoca prese da quelle riviste.

Ci sono pubblicazioni pornografiche contemporanee che sfogli spesso e sono un'ispirazione?

Leggo bellissime riviste erotiche, per lo più straniere, ma sono molto patinate, dalla pornografia sconfinano decisamente nei territori dell’arte contemporanea e della riflessione intellettuale. Per cui, per quanto siano curate e interessanti, difficilmente ti viene voglia di masturbarti leggendole e comunque non le definirei pornografiche. Come ti dicevo prima, “Ossì” ha un altro tipo di DNA: è più figlio dei giornaletti porno nazionalpopolari, ma fatto bene.

Parliamo in maniera più approfondita di questo progetto. Come e quando è nato?

“Ossì” è nato nella mia testa a cavallo tra il 2017 e il 2018, in un periodo in cui, a causa di una malattia, non potevo lavorare e avevo molto tempo libero. C’è da dire che mi ha sempre interessato la narrativa erotica, mi sono persino laureata con una tesi su Milena Milani, autrice italiana processata nel ’63 per oltraggio alla morale a causa di un suo romanzo. Avevo poi accantonato tutto, fino a che, durante le lunghe degenze in ospedale (in cui ovviamente non potevo vedere porno), ho ripreso a leggere narrativa erotica e ho realizzato quanto difficile fosse trovare roba nuova e bella. Gli e-book hanno dato il via a una produzione in serie di sciattissimi romanzetti pieni di stereotipi e il web era anche esso un coacervo di racconti pubblicati nei forum senza un filtro, in cui tutto si perdeva e si appiattiva.

C'è stata un'immagine o un testo che ha fatto scattare l'interruttore?

L’interruttore lo ha fatto scattare l’acquisto di una fanzine di fotografia: “CAVIE”. Ho capito che volevo realizzare quel tipo di prodotto.

Di cosa si parlava nel primo numero e come hai raccolto il materiale pubblicato?

Ogni numero di “Ossì” ospita un solo racconto medio-lungo, le foto di un solo fotografo/a e una playlist fruibile tramite le onde grafiche di Spotify. In più, in ogni numero alleghiamo un piccolo gadget: cartoline, adesivi, cose così. Tutto parte dal racconto, nel caso del primo numero si trattava una speculative fiction ambientata in un mondo molto simile al nostro in cui, però, è stato inventato uno strumento capace di rimpicciolire gli esseri umani a circa 10 centimetri, così che i fidanzati possano non lasciarsi mai. Chiaramente la cosa poi ha dei risvolti molto porno. Il materiale lo abbiamo trovato come per i numeri a seguire, chiedendo i contributi a scrittori che ci piacciono – se non li conosco di persona, mi procuro la mail e gli chiedo se posso commissionargli un porno – e poi a fotografi e musicisti.

Stato d'animo alla vigilia della pubblicazione del primo numero e nei giorni immediatamente successivi?

Sono una che o si butta alla cieca nelle cose o non le fa. Se mi fermo a pensarci e a guardarmi dall’esterno puntualmente mi blocco. Per “Ossì” mi sono buttata: era un periodo particolare della mia vita, non mi vergognavo di nulla. Nessuno tra coloro che mi conoscevano si sarebbe mai aspettato da me che fondassi un giornaletto porno, non avevo mai dato alcun segnale. E anche per gli sconosciuti ero una totale outsider: non ero nessuno, sia nel mondo dell’erotismo che in quello dell’editoria. Nei primi festival a cui andavo, che fossero porno o di libri, ovunque leggevo negli sguardi una sola domanda: ma questa chi cazzo è? Credo che questo abbia aiutato tanto a non farmi prendere da stupide paure e blocchi: non avevo idea di cosa stessi facendo.

Affrontare la sessualità e la pornografia a viso aperto e in pubblico è ancora un tabù molto forte: per te è stato maggiore il timore o l'urgenza di oltrepassare questa linea di confine?

Come detto, venivo da una fase personale in cui mi muovevo oltre la paura, per cui quel problema non me lo sono posta: volevo farlo e mi sono buttata. Sono felice di averlo fatto, di aver approfittato di quella incredibile finestra emotiva. Parlare di pornografia non ha a che fare solo con l’urgenza di superare certi tabù legati alla sessualità, ma con la creazione del contesto per farlo senza dover lottare con nessuna paura. È venuto tutto molto naturale, e più si fa più risulta normale.

C'è una piccola redazione che ti aiuta?

Sì, da sola sarei perduta! Con me ci sono due amiche e professioniste meravigliose: Francesca Pignataro, art director, e Marzia Grillo, redattrice.

Hai creato tu il logo?

Non so nemmeno aprire un programma di grafica! È tutta opera di Francesca. Ci siamo scambiate un po’ di mail in cui le ho raccontato il progetto, il mood che volevo ricreare, lei ha accettato subito di lavorarci e quando mi ha mandato le prime prove del logo mi sono quasi commossa per quanto fossero in linea con quello sentivo di pancia.

Cosa ci sarà nel prossimo numero?

Top secret! Posso rivelarti solo che il numero 5 uscirà a metà maggio.

C'è differenza per te tra erotismo e pornografia? Se sì, qual è e quale dei due mondi ti appartiene di più?

Credo che non possano vivere l’uno senza l’altra: basta guardare tutte le categorie di un qualsiasi sito porno per capire quanto sia erotizzata la pornografia. L’erotismo senza pornografia è piacevole, ma finisce lì. Viceversa, la pornografia senza erotismo fa poca presa, può quasi annoiare.

Prendo spunto da questa tua frase per un'altra domanda: «Togliamo al porno quella patina di morboso e squallido che ci ha portato a sentire il bisogno di nasconderlo». Sono d'accordo sul fatto che spesso il porno abbia una patina morbosa e squallida, meno che venga nascosto, anzi, non c'è mai stata così tanta pornografia completamente accessibile come negli ultimi anni. Spesso mi chiedo se invece non sia proprio questa sovraesposizione il problema, uccidendo l'erotismo.

Per me nascosto e accessibile non sono contrari in questo caso, perché quando parlo di nascosto intendo il modo in cui ne vivo la fruizione. Posso sentire il bisogno di nascondere il fatto che guardo un porno accessibilissimo se questo porno è brutto e squallido, perché, di riflesso, mi dà la percezione che in qualche misura possa essere brutta e squallida anche la mia azione. Prendi i night club: chi ci va non lo dice. Se avessi i soldi fonderei un night club pop e fichissimo di cui non ti vergogneresti a parlare a cena e che aiuterebbe ad aprire in generale il discorso sui desideri, la coppia, etc. È questo che mi piace di “Ossì”: la gente che lo legge ne è fiera e da quando lo dirigo mi ritrovo a parlare di fantasie erotiche nei contesti e con le persone più disparate – per ricollegarci al discorso di prima su timore/urgenza e la creazione di un contesto adatto. Sull’uccisione dell’erotismo invece io non sento che sia avvenuta, anzi. Credo che stia morendo (o quantomeno sia in crisi) un certo “male gaze” predatorio e invadente e il suo sessualizzare anche momenti che non hanno nulla di erotico, quindi immagino che forse quello che percepisci abbia a che fare più che altro con questo e vada a toccare un tema più maschile che generale.

ZERO racconta le città in cui viene pubblicato. Parlando di Roma, ci sono persone, luoghi o storie che hanno catturato la tua curiosità, sempre in ottica erotica, o comunque hanno influenzato "Ossì"?

Immagino di sì, anche se forse ci sono troppo dentro per sapertelo dire con lucidità. Una cosa che mi viene da dire è che se “Ossì” non è una patinata e costosissima rivista erotica in qualche misura lo deve anche a Roma, alla sua totale assenza di senso d’inferiorità nonostante i mille problemi, così che alla fine riesce a dire la sua in modo onesto, libero e diverso.

Qual è per te l'immaginario pornografico di Roma?

Oddio, questa è una domanda difficile. Roma ha una storia pornografica tutta sua, sin da quando la fica si chiamava cunnus. Rispondere a questa domanda mi richiederebbe mesi di studio.

E quello dell'Italia?

So dove una domanda come questa può portare, ma non ho voglia di parlare di mammoni, milf e tette grosse e delle infografiche che sforna pornhub ogni fine anno! Scherzi a parte, non ho nessun dato a riguardo, solo la mia esperienza empirica, ma sono sicura che l’immaginario pornografico d’Italia si annidi nei margini delle percentuali e delle curve gaussiane degli analisti e che sia molto più ricco, stimolante e variegato di questo.