Andrea Benedetti

Collezionista di dischi, dj, produttore, distributore e anche scrittore. Tutte le ramificazioni del clubbing raccolte in un'unica persona: Andrea Benedetti. Con lui abbiamo ripercorso la storia d'amore tra Roma e la techno: un matrimonio che ormai ha superato il traguardo delle nozze d'argento.

Foto di Go Bang

Scritto da Nicola Gerundino il 12 gennaio 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Tra gli anni 80 e i 90 a Roma successe qualcosa di particolare e straordinario: si aprì un nuovo ponte musicale con gli Stati Uniti, dopo quello che aveva fatto passare vagonate di hip hop negli anni appena precedenti. Iniziò ad arrivare tantissima musica nuova, da Detroit, e il ritmo della città andò tutto in 4/4. Nacquero label, si produssero tantissimi brani, ci furono serate in continuazione e arrivarono i primi rave. Il clubbing a Roma, quello che arriva fino al 2016 appena iniziato, nasce in quel momento. Andrea Benedetti è stata una figura assolutamente centrale di questo periodo aureo: a lui si devono zine, etichette (Sounds Never Seen, Plasmek) e dischi di tantissimi artisti: da Lory D a Jollymusic, passando per Mat 101 e Raiders of the Lost Arp. Passione assolutamente genuina la sua, che ancora è ben lontana dallo spegnersi: lo testimonia la ricchezza delle risposte alle nostre domande, così come la voglia di suonare ancora dischi in giro per Roma, al Monk per la serata Go Bang, da Städlin per Radio. Proprio in occasione di quest’ultimo appuntamento, in programma il prossimo 15 gennaio, abbiamo deciso di interpellare Andrea per farci raccontare la storia d’amore tra una città e un genere musicale.

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ZERO: Iniziamo dalle presentazioni, come ti chiami dove e quando sei nato?
ANDREA BENEDETTI: Andrea Benedetti nato a Roma l’11/08/1967.

Ti ricordi il primo disco che hai comprato e dove l’hai comprato?
Quando ero molto piccolo sentivo solo 45 giri, come tanti della mia età. Ovviamente avevo anche il classico “mangiadischi” della Penny. Era usanza regalarli ai compleanni, cioè, uno andava alla festa di un compagno di classe o un amico e regalava 45 giri con gli ultimi successi per ballare. Roba stellare a ripensarci. Io avevo un negozio in cui andavo vicino casa di cui non ricordo il nome, ma era in zona Alberone/Via Appia, dovevo mi spendevo praticamente tutta la paghetta in dischi (era già tutto molto chiaro…). Un giorno chiesi il 45 giri dei WingsGoodnight Tonight – e non l’aveva. Il sabato uscii con mio padre e, trovandoci nei pressi di Piazza Euclide, ci fermammo in un negozio di dischi. Invece del 45, il negoziante ci fece vedere il 12″, che lui chiamava “mix”. Per me fu una rivelazione. Era la versione estesa, suonava molto più forte e aveva dei break pazzeschi che sul singolo radiofonico non c’erano. È tutto partito da lì. Era il 1979 e avevo 12 anni. Ho iniziato a comprarne altri e nel 1980 mi sono comprato il primo mixer.

Quali sono i negozi di dischi di Roma che hai maggiormente frequentato?
Per la parte rock e wave, Disfunzioni Musicali e Mille Records. Per l’usato Metropoli Rock. Per la parte dance, Best Records di Claudio Casalini (soprattutto quello di Via Sant’Andrea delle Fratte dove c’erano Stefano Carletti e Giorgio Sgarbi), Goody Music di Claudio Donato, Mix Up di Carlo Favilli e ovviamente Remix di Sandro Nasonte, con cui ho lavorato per anni nella distribuzione. Sono stati tutti importanti per vari motivi, però da Best Records a Via Sant’Andrea delle Fratte ho comprato le prime cose electro ed electrofunk e quindi ci sono particolarmente legato.

Quelli che frequenti ora?
Ora compro molto online, soprattutto su Discogs per l’usato. Per il nuovo, compro spesso da Clone Records, in Olanda, perché sono amici. A Roma ho comprato da Ultrasuoni e hanno cose molto in linea con quello che mi piace.

C’è stato un disco che ha sancito il tuo ingresso, definiamolo così, nel mondo dell’elettronica e, nello specifico, della techno? Il disco che ti ha stregato, ecco.
Direi No Ufo’s di Model 500. Compravo tanta electro a metà anni 80 e mi capitò questo disco che era diverso. Aveva un beat quasi EBM, ma con più groove. Una roba mai sentita. Poi sul retro c’era “Future” che era più electro e suonava veramente come qualcosa che veniva dal futuro. Un disco pazzesco che mi ha spinto a trovare altre cose simili. Oltre al electrofunk e l’electro, a me piaceva molto la new wave e l’EBM e la musica che trasmetteva quel disco era la perfetta fusione di tutto. Ero eccitatissimo. Anche perché la musica dance mainstream in quegli anni non mi piaceva molto. Poi arrivarono il freestyle di New York, l’house di Chicago e capii che quel disco era la pietra fondante della techno di Detroit. Era tutto cambiato ed era bellissimo.

Alcuni dj della “vecchia scuola”, passami questa espressione, mi raccontavano che spesso facevano viaggi a Londra o in altre capitali europee (parliamo sempre di epoca pre internet) esclusivamente per rifornirsi di dischi e informarsi sulle novità: capitava anche a te?
La molla che spinse molti dj romani ad andare a Londra furono le gare di cutting e scratch organizzate dal DMC. Verso la metà degli anni 80 l’hip hop era il top e lo scratch ne era una parte centrale. Il djing ad un livello molto più creativo. Io ero un grande appassionato, ma non ero assolutamente bravo. Sapevo mixare, ma non fare scratch o cutting. Ero uno spettatore fedele e seguivo tutto quello che potevo, ma non da andare fino a Londra. Ci andai nel 1987 in vacanza con amici, ma già conoscevo Model 500 e quindi comprai quanto possibile di quello che non trovavo a Roma. C’era troppa roba lì. Il paese dei balocchi del vinile.

Quali erano i mezzi con cui ti informavi della “musica nuova”, solamente riviste o c’era dell’altro?
Verso la fine degli anni 80 leggevo sempre Fare Musica, su cui c’erano dei fantastici reportage da Londra fare-musicadi Paolo Hewitt e dagli Usa da parte di Luca De Gennaro. Loro due fecero anche degli articoli illuminanti sulla scena house e acid house di Chicago e sulla techno di Detroit. Le ricordo come le uniche testimonianze scritte di quegli anni su questi nuovi stili. Prima leggevo sempre le recensioni di 12″ di Roberto D’Agostino su Rockstar. Sembrava di stare al Funhouse. Molto originali e con grande scelta musicale. Poi ci scrisse anche De Gennaro, di cui ricordo su tutti un toccante articolo sulla chiusura del Paradise Garage.

Forse tu sei uno dei pochi che ha visto la techno e la club culture atterrare a Roma: ci puoi raccontare come questo atterraggio è avvenuto?
Sarebbe troppo lungo parlare di tutto. Ho provato a raccontarlo nel mio libro Mondo techno che ho scritto per Stampa Alternativa una decina di anni fa, ma ho volutamente tralasciato tutta la parte relativa ai club e ai rave che ho solo accennato, sia per motivi di lunghezza che di competenza. Io sono stato più dietro la parte produttiva tramite lamondo-techno collaborazione con Lory per la Sounds Never Seen. Non ho mai partecipato all’organizzazione di club o rave alla fine degli anni 80 e poi agli inizi degli anni 90, anche se questa è stata una parte fondamentale per la scena romana perché ha dato voce alle nuove generazioni che volevano qualcosa di nuovo. I rave e la loro colonna sonora sono stati la loro valvola di sfogo, inaspettata e naturale. Tutto esplose e in pochi mesi ci trovammo tutti in un vortice di suoni e sensazioni mai vissute prima. Fu una cosa potentissima. Dover racchiudere tutto questo in pochi nomi sarebbe riduttivo. Dal punto di vista produttivo è più facile perché ci sono i dischi a parlare. Ma per il resto si rischia sempre di lasciare fuori qualcuno e non sarebbe giusto.

Che ricordi hai – soprattutto non musicali – di Roma in quell’epoca: che città era?
Roma in quegli anni me la ricordo come una città bellissima e abitudinaria. Una signora di mezza età che si accontenta di essere bella perché sa di esserlo e quindi non si cura più di tanto.

Una domanda che mi sono sempre fatto: perché, secondo te, la techno ha trovato a Roma la sua culla o comunque il terreno più fertile? Cosa c’era in quegli anni che la rendeva particolarmente ricettiva?
Il motivo principale, per come la vedo io, è che non c’era praticamente nulla di rivoluzionario a livello musicale per chi avesse dai 14 ai 20 anni. Se escludi il Black Out e il Uonna – dove facevano serate dark wave – e i centri sociali – che proponevano reggae o punk – non c’era praticamente nulla di ballabile che non fosse già sentito per radio o in televisione. A metà anni 80 la dance era diventata pop e tutti facevano il loro 12″ per salire sul carrozzone e vendere. In ogni locale sentivi più o meno la stessa musica e i pr avevano imposto dress code e selezione alla porta. Io ho iniziato ad andare in discoteca nel 1981 al Much More a sentire Faber Cucchetti. Andavo ovviamente di pomeriggio e ricordo chiaramente che si andava a sentire i dj, le loro proposte musicali. Avere le cassette con i mixati dei vari dj romani degli inizi anni 80 era il top e fra amici si parlava di scelta musicale e missaggi. E ti assicuro che non erano tutti aspiranti dj. Era passione vera. Quando poi andare in discoteca, soprattutto la sera, diventò di moda, i pr presero il sopravvento e parallelamente la musica diventò sempre più pop. Quello che passava MTV lo sentivi al locale. Non era tutto da buttare ovviamente, ma c’era poca tensione sul nuovo. Ricordo annate come il 1984, ma soprattutto il 1985, come dei veri martirii musicali. La vedevo coma la fine di un’era e l’inizio di qualcosa di nuovo, ma non sapevo cosa fosse. Poco dopo mi accorsi che il nuovo si chiamava house e techno. Purtroppo questo non fu recepito subito dai dj e dalle discoteche romane del tempo e quindi si crearono situazioni esterne ai locali tipo la serata Devotion a Euritmia con Paolo di Nola e Marco Militello e poi i primi rave nel 1989 con Lory e Mauro Tannino. Credo che questa mancanza di lungimiranza nei locali romani a fine anni ottanta e la notoria aria paciosa soporifera della nostra amata città abbiano fatto in modo che la techno divenisse la colonna sonora di un cambiamento. Come qualche anno prima era stato l’hip hop.

Tre dischi che suonavi (o ascoltavi) praticamente sempre all’epoca?
Nel periodo inizio anni 80, Afrika Bambaataa & The Soulsonic Force – Renegades of Funk , Warp 9 – Light Years Away, Nairobi – Funky Soul Makossa.

Agli inizi degli anni 90 direi Sonic Ep degli Underground Resistance, Model 500 – No Ufo’s, Joey Beltram – Energy Flash.

Prima hai parlato della Sounds Never Seen, oltre a quel progetto te ne cito altri due che ti hanno riguardato direttamente e di cui mi piacerebbe avere un tuo racconto.

Sounds Never Seen
Alla fine del 1989 aprii uno studio di registrazione con un mio amico del liceo, Eugenio Vatta. Era una grande tastierista ed esperto di synth e fonia musicale. Ci univa il comunque amore per i Pink Floyd. Io frequentavo sempre il negozio di dischi Remix che Sandro Nasonte aveva aperto in quegli anni e dove trovavo tutta la musica che cercavo. Tramite un comune amico, Andrea Prezioso, conobbi Lory D. Venne in studio con Andrea e ci disse che voleva fare un’etichetta techno che avrebbe prodotto Remix. Io fui entusiasta e iniziammo delle session di lavoro bellissime. L’apporto di Eugenio fu importante perché dava quel tocco di inaspettato che serviva. In alcuni casi Lory veniva con le tracce già fatte e le mixavamo solo come Sickness, Terrodrome o Egocentrip. In altri casi, si componeva direttamente in studio come per Leatherface, The Sound of Rome o Coldbringer che fu, per quanto mi riguarda, il top. Quella traccia fu il frutto di una session fra Lory, Leo, io e Eugenio che ancora ricordo come fosse ieri. Purtroppo nel 1992 chiudemmo lo studio per divergenze con il terzo socio che avevamo e quindi i dischi Sounds Never Seen da quel momento in poi vennero prodotti direttamente da Lory nello studio che aveva aperto in parallelo. Ovviamente restammo sempre in contatto e io ed Eugenio collaborammo parzialmente sul suo primo album Antisystem.

Plasmek
Quando finì l’avventura del mio studio con Eugenio, Sandro Nasonte di Remix mi propose di curare qualche uscita per due nuove etichette che aveva fatto, Sysmo e Mystic. Per Sysmo feci due 12″ e per Mystic uno con Eugenio Vatta. Poi gli chiesi di produrre una mia etichetta che era appunto la Plasmek. Avevamo la sede a Via di Bassanello, un distaccamento di Remix dove venivano affittati impianti per serate. Lì avevamo ufficio e studio. Il primo disco lo feci con Simone Renghi e Giampiero Fagiolo ovvero i T.E.W. e poi feci uscire dei 12″ di Gabriele Rizzo e miei. In più con Marco Passarani, che nel frattempo aveva iniziato a collaborare nello stesso studio con la sua Nature Records, facemmo una serie di 12″ chiamati The Dark Side of the Sword su cui uscirono artisti come I-f, Mat 101, Max Durante, Anthony Rother, K1 (Keith Tucker) e RA-X. Era il mio sogno electro, un genere che mi ha accompagnato fin dagli inizi e che ho sempre supportato.

Final Frontier
Questo è stato il progetto più sentito della mia vita. Era basato su un’idea semplice: creare un punto di produzione e distribuzione per musica che non veniva prodotta o distribuita nel nostro paese. Nel 1993 già avevo iniziato a curare una parte degli import per Sandro e il suo negozio, tirando su una vera e propria distribuzione. Con l’avvento di Marco Passarani trovai l’alleato perfetto per far evolvere il tutto. La distribuzione crebbe molto e importavamo in Italia in esclusiva etichette allora sconosciute come Klang, Kompakt, Acid Orange, Viewlexx, Bunker e tante altre. Curavamo inoltre i cataloghi di etichette come Underground Resistance (il nostro riferimento assoluto) o Rephlex che trovavano poco spazio nel mercato italiano. Avevamo dei negozi devoti che vedevano in noi una salvezza al monopolio dance commerciale delle distribuzioni del Nord Italia. Inoltre sfruttavamo i nostri canali esteri per distribuire le nostre etichette come ad esempio la Nature Records di Marco Passarani dove uscirono artisti come M.S.B., T.E.W., Amptek, D’Arcangelo, Jollymusic, Francisco, Raiders of the Lost Arp, Phoenecia, Dexter, Snuff Crew, Underground Resistance e tanti altri. Poi producemmo progetti di Lory D (SET), Max Durante (Prodamkey), ADC (X-Forces), D’Arcangelo (Engine) e tanti altri dischi e cd.

Oltre che dj e produttore, sei anche una penna musicale, questo mi porta a chiederti due cose: a) uno sguardo al passato, a quelle che sono state le zine italiane che secondo te sono state più significative e più importanti per la diffusione del movimento techno in italia; b) quali sono i libri che consiglieresti per conoscere la storia della techno.
Nel 1992 feci uscire la prima fanzine techno italiana che si chiamava Tunnel con interviste a The Mover, Underground Resistance, Jeff Mills, Lory D, Leo Anibaldi, Marco Micheli e altri articoli dedicati al mondo della techno e delle nuove tecnologie di Luca De Gennaro, Frankie Bit e altri. Purtroppo ne ho fatto solo due numeri, ma fu una meteora significativa nel panorama italiano. Nella metà anni novanta ci fu poi Orbeat, che era un free mag fatto a Napoli dedito alla techno; e in parte Superfly che era un mag di hip hop, funk, jazz dove la techno e l’elettronica venne trattata in maniera musicale e senza preconcetti. Di questo ringrazierò sempre David Nerattini e Silvia Volpato per la visione ampia e illuminata. A livello di libri, consiglio sicuramente Techno Rebels di Dan Sicko che è il migliore in assoluto sulla techno di Detroit.

Leo Anibaldi intervistato da Andrea Benedetti.
Leo Anibaldi intervistato da Andrea Benedetti.

Dagli anni 90 a oggi com’è cambiata la techno? Quali sono state le mutazioni musicali e quali quelle di scena?
Se per techno intendiamo la musica che tutti ora intendono come tale e non la techno originaria di Detroit, direi che l’influenza delle serate è stata notevole. Negli anni 90 i rave facevano in modo che la produzione fosse più aggressiva, da big room. In quel caso sicuramente si perdevano delle possibilità produttive, andando ad eliminare certe tipologie di suoni o strutture più sperimentali. Successivamente si è passati dai rave ai club e lentamente c’è stato un “imborghesimento” della techno che ha raggiunto il suo apice con la svolta minimale post Concept di Hawtin.

Si è arrivati oggi a un ibrido molto complesso da decifrare che lascia poco spazio alla sperimentazione anche se ha riacquistato molta dell’aggressività di un tempo. Si tratta sostanzialmente di una struttura house con hi-hat in levare che punta molto sulla circolarità e sul gioco fra vuoto e pieno, ma che offre poco in termini armonici. E non intendo melodici. Parlo di contrapposizione fra struttura ritmica e parti suonate, con riff e elementi ben distinguibili che sono sempre più venuti a mancare. Credo sia un problema di difficoltà di composizione nelle nuove leve che prediligono la parte ritmica per mancanza di idee su quella melodica. Non vorrei passare per passatista o nostalgico. Dico solo che la techno ha sempre rappresentato una zona franca di razze e stili. Un laboratorio aperto di sperimentazione applicata al groove e se uno dei due elementi viene a mancare, per me non si tratta di techno pura. Ciò non significa che non mi possa piacere, ma credo si possa fare di più. Oggi infatti assistiamo sempre di più ad una divisione fra scene bianche e nere (passatemi la semplificazione), come è sempre stato prima degli anni 90. C’è la scena techno inglese molto industrial e quella afro-americana sempre più soul/jazz. Niente di male, ma preferivo prima quando non sapevi distinguere se un disco lo avesse fatto un nero o un bianco. In realtà non te ne fregava nulla. Era solo techno ed era universale.

Quindi c’è stato uno spartiacque ben definibile tra la techno delle origini e quella attuale?
A livelli macro, direi Richie Hawtin, perché ha banalizzato tutta la parte minimale del sound di artisti come Dan Bell e Robert Hood aprendo la strada alla confusione odierna.

La tua risposta di prima mi fa venire in mente un post che Levon Vincent ha scritto qualche mese fa su facebook e che ha fatto molto discutere: si lamentava dello stato attuale della techno, definendola una musica arrabbiata, simile al metal, una musica in cui si sono perse tutte le tracce del jazz, delle influenze afro e caraibiche. Che ne pensi? È questa la differenza tra la techno attuale e quella delle origini?
Il post di Vincent è la conferma di quello che ho detto prima. In realtà la techno anni 90 era arrabbiata, basta sentire Punisher di UR o Vortex di Final Exposure (Hawtin, Mundo Muzique e Joey Beltram) o magari Kiss the Sky di Frequency (Orlando Voorn). Non c’era nulla di jazz in Jeff Mills nel 1991, ma neanche in Carl Craig seppure le sue aspirazioni fossero meno dure di Mills. Funzionava ed era vincente perché meticciata, irriconoscibile nella sua universalità. Come giudicheresti la serie 69 di Craig? A parte il titolo del primo disco, di jazz non c’è nulla, se non nella libertà di mescolare generi e stili. Per cui ha ragione quando dice che queste influenze mancano nella scena magari inglese (che infatti ha radici più industrial), ma sbaglia se poi rivendica come migliori quelle in cui la parte “nera” si sente di più. La techno è annullamento di stili e ricerca dell’universalità.

In Italia – e a Roma in particolare – che cambiamenti hai notato?
Ci sono tante serate in più. La gente gira il mondo. Vede tanti club e festival. Sente tanta musica. Per cui il livello della proposta si è alzato, ma ancora non vedo molta cultura musicale, che non significa essere dei nerd, ma avere più consapevolezza di ciò che vai a sentire come invece accade all’estero. Ma d’altronde siamo partiti più tardi ed è normale che sia così. Comunque non credo ci possiamo lamentare perché la proposta è ampia, magari averla avuta venti anni fa. In quegli anni non c’era nulla al confronto.

Tra i nuovi produttori e i nuovi dj c’è qualcuno che ti ha colpito particolarmente, sia al livello internazionale che italiano/romano?
A livello techno in Italia per me il migliore dei giovani è Massimiliano Vianello alias Hazylujah. Ha fatto due ep su Delsin pazzeschi. Di straniero seguo sempre Gerald Donald in tutte le sue vesti (Arpanet, Dopplereffekt, etc.) e The Exaltics, gruppo tedesco di Jena che fanno electro visionaria di alto livello. Poi seguo sempre i romani e non per campanilismo: Lory D, Leo Anibaldi, D’Arcangelo, Marco Passarani e il suo progetto Tiger & Woods con Valerio Del Prete, Francisco, Raiders of the Lost Arp, i ragazzi di MinimalRome, quelli di Electronique e altri che magari dimentico ora.

L’estate scorsa ti ho intravisto al Dancity per il live degli UR e mi sei sembrato parecchio soddisfatto dell’esibizione. Prendo spunto per chiederti se giri per festival e quali sono al momento quelli più interessanti per te.
Il live è stato fantastico e rivedere Mike è sempre un piacere. Ci conosciamo dal 1992 e per me è come un fratello maggiore. Fonte di ispirazione e persona dall’animo straordinario. Dancity mi piace molto ed è il festival italiano più equilibrato fra proposte di nome e di ricerca. Sono stati molto bravi e spero continuino sempre così.

Al momento a cosa stai lavorando?
Non produco più per ora. Il mio ultimo album è uscito per la Solar One Recordings di The Exaltics e raccoglie tutte le mie ultime tracce. Poi ho fatto uscire qualche traccia su MinimalRome e basta.

Dove suoni attualmente a Roma?
Ho una serata da Städlin assieme a Emiliano Cataldo ogni secondo venerdì del mese che si chiama Radio e una con Roberto Corsi, Emiliano Cataldo, Slump e Trickbabe al Monk una volta al mese che si chiama Go Bang. Quella al Monk è una serata veramente particolare nata da una chiacchierata estiva a cena. Ci siamo trovati a parlare di musica da punti di vista diversi che però convergevano su una visione del ballo molto liberatorio ed eclettico. Da qui l’idea di chiamare la serata come uno dei pezzi più significativi di Arthur Russell, il genio dance newyorchese morto prematuramente nel 1992. Era un musicista che approcciava la musica da ballo in maniera aperta e fisica allo stesso tempo ed è il nostro punto di incontro. Poi ognuno sviluppa le sue diramazioni che vanno dal boogie al funk, dall’afro alla new wave, dall’electro alla proto house e proto techno. Sulla carta una cosa pericolosissima che invece funziona alla grande, anche perché spesso facciamo dei back to back imprevedibili. L’idea è quella dei club di New York anni 80, tipo il Roxy o il Funhouse dove ti capitava di sentire electro, funk e new wave senza soluzione di continuità. Una visione più estrema e finalmente diversa del sound degli anni 80.

Radio è invece un progetto più focalizzato sulla parte elettronica del dancefloor che va dall’electrofunk alla techno. Suoniamo con Emiliano dalle 20:00 alle 02:00 di notte passando da Duke Bootee ad Adesse Versions. L’idea del nome nasce per assonanza. Volevamo ridare vita a quell’idea di flyer in cui c’erano scritti i nomi degli artisti che avresti sentito nella serata, ma con l’aggiunta di sensazioni e influenze anche non musicali. Buttati giù dei nomi abbiamo trovato il comune denominatore nel Radio, inteso come elemento chimico che poi abbiamo scoperto avere il numero atomico 88, uno degli anni fondamentali per le musiche che amiamo. Poi Radio-Activity è anche un pezzo dei Kraftwerk per cui tutto è tornato.

Un bar e un ristorante di Roma dove ti piace andare?
Städlin mi piace molto. Lo trovo un posto completo. Se però devo mangiare una pizza non si scappa: Gallo Rosso.

Qual è il tuo scorcio preferito di Roma?
Roma di notte in macchina con Time Space Transmat dei Model 500 in sottofondo.