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Bar Lucio: il meridiano di Corvetto

Il bar più celebre e il barista più amato del quartiere da almeno trent'anni

Scritto da Giorgia Martini il 10 settembre 2023
Aggiornato il 20 settembre 2023

La nostra conversazione con Lucio, il gestore del bar omonimo a metà di via Boncompagni, inizia con il clack delle lattine che si aprono in sottofondo. Dal 1983, quando il Bar Lucio è stato aperto, sul bancone di lattine ne sono passate centinaia di migliaia. Tutti in quartiere lo conoscono. Praticamente chiunque sia passato davanti al nostro tavolino in quell’ora di chiacchiere e racconti sulla Corvetto e sulla Milano degli ultimi quarant’anni, ha lanciato un “ciao Lucio”, debitamente contraccambiato, con tanto di nome. Lucio sa benissimo chi sono e chi sono stati i suoi clienti nel corso del tempo. Dai doganieri della metà degli anni ’80 agli ingegneri della Snam di oggi, passando per tutti gli studenti della scuola che sta accanto al bar, la Regina Mundi, alla comunità peruviana, con la quale Lucio ha un rapporto molto particolare.

«Tutti i weekend preparavo Caldo de mote e Ceviche, piatti tipici peruviani. È praticamente grazie a loro se ho superato gli anni più duri.»

 

Come sei finito da Mistretta, provincia di Messina, a Corvetto a fare il ristoratore?

Il ristoratore l’ho sempre fatto, quando avevo 7-8 anni facevo già caffè. Si usava così, io venivo da una famiglia povera e dopo scuola, andavo a bottega per imparare un mestiere e per guadagnarmi il pasto quotidiano e magari pure un paio di scarpe all’anno. A Milano sono arrivato nel ’67, avevo 14 anni, ma prima di stabilirmi ho viaggiato un po’. Sono tornato nei primi anni ’70, stavo in Polizia, erano anni strani, dietro le porte che si aprivano si nascondeva la paura degli attentati. Ho lasciato il corpo verso la metà degli anni ’70 e ho cominciato a lavorare dietro i banconi più importanti di Milano, al Doria, al Bar Basso, poi in Corso Sempione. In Corso San Gottardo lavoravo per uno di Pavese, lì spesso mi chiamavano “terunin”, in modo bonario, ma un giorno Enzo, il gestore, mi disse: “Se dovessero dirtelo con tono offensivo, ricordati che puoi sempre dare loro dello statale, niente ferisce di più un milanese”. A 23 anni ho deciso che era il momento di aprire un mio locale, ne ho cambiati un paio, prima di arrivare in via Boncompagni.

Com’era questa via all’epoca? Chi sono stati i tuoi clienti?

Qui non c’era nulla, era tutto terra, fabbriche e qualche negozio, venivano a pranzo le ragazze che lavoravano da Roberta, che aveva un negozio di intimo di fronte al bar, e poi c’erano gli autisti della Termoraggi, Camillo, un tecnico delle giostre di paese, una marea di Zingari che stavano a San Donato e in via Bonfadini, ma anche gli spedizionieri, è grazie a loro se so qualche parola di inglese e francese. Alle 10 di mattina questo era davvero un porto di mare. Poi nel tempo le cose sono cambiate, il quartiere si è trasformato, le fabbriche hanno chiuso, i negozi si sono spostati ed è diventata una zona residenziale, sono arrivate comunità nordafricane, sudamericane, poi dell’est. E anche il bar, come me, come tutto, ha avuto alti e bassi, stelle e stalle.

Quali sono state le tue stelle e le tue stalle?

Le stelle senz’altro che ho sempre lavorato, ho tre figli, Marco, Massimo e Manuela, tutti con la M, scelta di mia moglie, Mina. Sono una persona serena. Le stalle invece direi il mio rapporto con l’alcol, che per molti anni è stato complesso, malato. C’era sempre un momento in cui gli altri smettevano di bere, mentre io, per tanto tempo, ogni volta continuavo. Non è stato facile, mi capitava di addormentarmi anche qui al bar, con la testa appoggiata al muro, le persone passavano e mi urlavano “Lucio!” e io rinvenivo. Poi ad un certo punto, non so bene spiegare perché, mi sono fermato. Ho chiesto aiuto, mi sono spogliato di quell’orgoglio tossico che mi faceva dire “smetto quando voglio”, e oggi sono felice che il mio orgoglio siano solo le polpette al sugo.

Dal Bar Lucio sono passati tanti tipi umani, parlaci di qualcuno in particolare, per esempio chi è il ragazzo nella foto dell’articolo appeso dietro di te?

È Tizio, Tiziano Pavano, era un fumettista favoloso. Ha lavorato anche in America, poi a un certo punto purtroppo ha perso la vista, allora ha deciso di mettere su un gruppo musicale, un trio, a Baggio lo conoscono tutti. Tre anni fa, Lorenzo, un fumettista e professore, che conosco molto bene perché insieme qui abbiamo fatto tante cose, laboratori, mostre, libri, ha chiesto a Tizio di partecipare con lui alla Triennale, di inventarsi qualcosa. Tizio si è presentato con un paio di forbici, ha cominciato a ritagliare fogli di giornale e ha realizzato quadri bellissimi. Una forza della natura.

Corvetto è uno dei quartieri più multietnici di Milano, che rapporto ha il Bar Lucio con le comunità della zona?

Il legame più forte è senz’altro con i peruviani. È iniziato tutto tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, al bar passavano sempre meno persone. Io vedevo che ogni fine settimana dal portone qui a lato uscivano famiglie di sudamericani con pentole piene di cibo e un giorno ho chiesto loro cosa stessero facendo, mi hanno risposto che andavano al parco per pranzare. Io ho proposto loro di farlo qui ed è stata la rivoluzione. Il bar ha ricominciato a vivere, vendevo due-trecento cartoni di birra a settimana. Tutti i weekend preparavo Caldo de mote e Ceviche, piatti tipici peruviani. È praticamente grazie a loro se ho superato gli anni più duri. Nel tempo abbiamo creato una delle più grandi associazioni culturali e sportive, avevamo squadre di calcio e di pallavolo, partecipavamo a tornei, facevamo feste. Poi per me è diventato faticoso continuare, ma loro proseguono. Ultimamente invece passano molte madri russe, perché il sabato mattina alla Regina Mundi organizzano corsi di lingua russa per i bambini e capita spesso che si fermino tutti qui, mi stanno insegnando qualche parola e anche se invecchio e la memoria perde colpi, direi che me la cavo.

Una volta ci hai detto che questa via è il Regno di Lucio, in che senso? Com’è stare in via Boncompagni?

Questa via è strana, lo dicono tutti quelli che ci passano, come fosse un mondo a sé. Ci sono le case di mattoni, la scuola elementare, i negozianti che rendono viva la strada. È un posto sereno e tutti ci impegniamo perché sia così, ci sforziamo di creare comunità. Per farvi capire, Valentina e Stefano della Palestra Circense, che abitano qui dietro, sono venuti da me a chiedere la benedizione per potersi sposare. Naturalmente non è sempre facile, come ogni quartiere, anche questo ha le sue gerarchie, o meglio, c’è chi è sempre pronto a guardare gli altri dall’alto in basso. Ma a me piace fare quello che posso per alimentare il legame fra le persone e i luoghi di queste strade, per questo ho sempre voluto che la storia del Bar Lucio la scrivessero Carlotta, Salvatore, Giorgia, e chi come voi passa di qui. Anche questo è un modo per creare comunità. Poi parto avvantaggiato, come mi diceva sempre mia madre: “Fiju tu sei un omo fortunato picchì i picciriddi ti vojono bene, i vecchietti ti adorano, le donne ti amano e gli uomini ti rispettano”. 

Perché tutti quei libri dentro al locale?

Hanno una doppia funzione, servono per essere letti, a me piace molto leggere, thriller psicologici soprattutto, indagini e noir, ma anche come monito, perché tengono lontani tutti quelli che non li amano, persone che probabilmente a mia volta non amerei!