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Collettivo BEIMA

I cinesi non muoiono mai: la storia di una comunità riscritta da un collettivo artistico

Scritto da Annika Pettini il 15 luglio 2026

Ho incontrato J e ho parlato con X, loro sono una parte di BEIMA, e insieme mi hanno raccontato una storia, quella di tuttə loro. Di come le energie sono convogliate in un collettivo artistico fluido, che si compone e attraversa i luoghi e i territori in base a bisogni differenti. Quali? Ovviamente glielo abbiamo chiesto.
Chi sono? Un’entità collettiva modulabile, un gruppo eterogeneo di creativi con percorsi legati al teatro, alla live art e al suono, elementi che forniscono una vasta gamma di materiali creativi integrati. BEIMA trova la sua prima forma nel 2023 con un progetto chiamato CHINESE NEVER DIE (il perché è una storia formidabile) – una residenza di ricerca territoriale sviluppata nell’ambito del festival IMMERSIONI 2023 di Mare Culturale Urbano e Piccolo Teatro di Milano. BEIMA nasce quindi da un’esperienza condivisa tra persone e giovani creativi. Esplora una pratica artistica collettiva, senza gerarchie, dove l’autorialità si distribuisce e l’anonimato rafforza l’identità del gruppo.
X arriva a Milano e si immerge nella comunità di Chinatown. Perché? Perché BEIMA da un lato porta il suo nucleo proprio nella diaspora cinese, ma dall’altra si espande in un progetto che restituisce, assorbe, annulla e valorizza, le radici dei suoi componenti.

In fondo non esiste una netta separazione tra i sogni e la vita quotidiana. Essere umani è già qualcosa di strano, sfuggente e talvolta assurdo.

Iniziamo da qui: togliamo i bollini e accogliamo i processi.

Esatto. Siamo un collettivo e ciascuno di noi ha una storia e delle origini, i nostri background culturali influenzano naturalmente il modo in cui vediamo il mondo. Creiamo le nostre opere e costruiamo i nostri riferimenti, ma il collettivo stesso è plasmato da una gamma di influenze molto più ampia: i contesti locali, le sottoculture, la cultura queer, le persone che ci circondano e le realtà sociali e politiche del presente. Speriamo che il nostro lavoro venga percepito innanzitutto come arte, piuttosto che attraverso un singolo aspetto delle identità dei suoi autori.

Ora possiamo addentrarci nei meandri magnifici della vostra storia. Ho una fascinazione sfrenata per i nomi. Sono la prima forma di identità di qualcosa. Cosa significa BEIMA?

Il nome BEIMA deriva dalla tradizione ancestrale di uno di noi, proveniente da un villaggio indigeno immerso nelle foreste nebbiose e ricche di funghi della Cina sud-occidentale. Storicamente, beima (/ˈbeɪmɑ/, talvolta traslitterato come Bimo) indica gli sciamani, gli officianti rituali e i custodi della conoscenza presso alcuni gruppi etnici di questa regione montuosa. Per noi BEIMA è un manifesto creativo. Consideriamo le responsabilità spirituali del BEIMA come una metafora della nostra responsabilità nei confronti dell’espressione artistica.

Chi è BEIMA? Quando, dove e perché siete nati?

X: Parte di questa curiosità deriva dalla mia storia personale. Sono nato e cresciuto nella Bay Area di San Francisco. Mio padre è taiwanese: emigrò prima in Argentina e poi in California. Mia madre proviene dalla Cina continentale e, quando ero bambino, la mia famiglia ha vissuto per un periodo anche a Città del Messico. Crescendo, mi sono mosso tra diverse comunità diasporiche cinesi e taiwanesi e ho parenti sparsi in tutti questi luoghi. Ho iniziato a interrogarmi su ciò che rimane costante tra queste comunità, su ciò che invece è unico nelle specifiche contaminazioni culturali di ogni luogo e sul bisogno che le persone hanno di costruire un senso di appartenenza lontano dalle proprie origini.

Sono arrivato a Milano senza conoscere nessuno e ho deciso di immergermi nella Chinatown locale come una sorta di esperimento sociale. Durante i due mesi trascorsi lì ho incontrato moltissime persone e ricevuto reazioni molto diverse. Alcuni erano estremamente aperti e desiderosi di parlare. Altri erano sospettosi delle mie intenzioni o semplicemente disinteressati. Ma col tempo ha iniziato a emergere un altro livello del quartiere. Esisteva sempre una rete basata sul principio del “conosco qualcuno”. 

Allo stesso tempo, ho osservato una certa distanza della comunità cinese nei confronti del resto della società e sono rimasto colpito nello scoprire lo stereotipo italiano secondo cui “i cinesi non muoiono mai”. In realtà, la morte occupa un posto centrale nelle prospettive culturali orientali. Per esempio, nonostante tutti considerassero la cosa infausta o addirittura maledetta, il primo grande acquisto di mia nonna dopo il suo arrivo in California furono dei lotti cimiteriali per tutta la famiglia. Credeva che, per quanto ognuno di noi si disperdesse nel mondo, la morte fosse l’unico luogo certo in cui ci saremmo ritrovati tutti insieme. Ho sempre trovato questa idea tanto bella quanto inquietante.

Quando mi avete parlato di questo stereotipo sono caduta dal pero, come si suol dire. Non ne avevo mai sentito parlare. Eppure per voi è diventato il cardine di una riflessione più grande e anche bellissima.

Per quanto ne sappiamo, questo stereotipo era particolarmente diffuso fino ai primi anni Duemila. Oggi può essere considerato superato, ma era molto diffuso. Ancora più importante, per noi questa frase è diventata un modo per interrogare percezioni più ampie della diaspora cinese: vista come chiusa in sé stessa, misteriosa, in qualche modo insondabile, oppure ridotta al solo ruolo di forza lavoro, priva di storie visibili o di complessità. A queste percezioni si accompagna talvolta anche una forma di esotizzazione romantica. Il progetto utilizza questa espressione non tanto come affermazione letterale, quanto come punto di accesso a queste questioni più ampie.

Abbiamo sviluppato una riflessione più ampia sulla morte, sulla memoria e sul modo in cui molte tradizioni cinesi considerano la morte sia come una continuazione e un viaggio sacro, sia come qualcosa che modella la cultura attraverso tabù, rituali, usanze, valori e pratiche.

Ci siamo interessati all’estetica della cultura diasporica e a come la migrazione influenzi il nostro rapporto con il tempo. A volte sembra che le comunità migranti conservino una versione del luogo che hanno lasciato. La patria rimane legata a un preciso momento della memoria, mentre il luogo reale continua a trasformarsi. Le generazioni successive ereditano frammenti di queste storie attraverso racconti, miti familiari, fotografie, abitudini, cibo e talvolta lingue che non parlano o comprendono più pienamente. In molti modi, la comprensione diasporica di un luogo è costruita più sulla memoria e sull’immaginazione che sul luogo stesso.

Tutte queste riflessioni hanno alimentato CHINESE NEVER DIE. Attraverso conversazioni, workshop e momenti di incontro, il progetto è culminato in una performance concettuale al Piccolo Teatro di Milano, interpretata interamente da membri della comunità privi di qualsiasi esperienza scenica precedente, incontrati durante questo processo di immersione. Successivamente il progetto si è sviluppato in un’attivazione site-specific presso spazioSERRA nel 2025.

Oggi CHINESE NEVER DIE è una piattaforma di ricerca in continua evoluzione, legata a specifici contesti geografici, che esplora la costruzione delle comunità e le implicazioni storiche delle “Chinatown”, con l’ambizione di proseguire il proprio percorso in diverse Chinatown internazionali.

BEIMA è nato in modo naturale da questa esperienza.

Siete cittadini del mondo, diffusi e connessi a molti luoghi. Potete darci alcune coordinate spaziali e temporali?

Dal punto di vista logistico non operiamo da una sede specifica: il nostro gruppo è distribuito tra Europa, Cina e Stati Uniti. Milano rappresenta il nostro luogo di nascita e il principale spazio di sviluppo. Guardando al futuro, vogliamo continuare a espandere il nostro lavoro collettivo, favorendo collaborazioni e scambi internazionali.
La nostra etica vive negli spazi che si ripetono ovunque: Chinatown, cucine, piccoli negozi, luoghi tramandati attraverso il passaparola, bar, karaoke, ristoranti, parchi e così via. Anche dal punto di vista temporale è qualcosa di simile: il tempo che ereditiamo è il momento presente dell’esperienza, in cui tutto ciò viene nuovamente attivato.

A Milano avete lavorato prima con spazioSERRA e poi con BiM, instaurando in entrambi i casi un dialogo molto forte con il luogo. Che ruolo ha l’ambiente in cui lavorate?

Poiché i membri del nostro gruppo operano da tempo nell’ambito delle arti spaziali e scenografiche, la capacità di leggere e dialogare con uno spazio è diventata per noi una seconda natura. Crediamo che un’opera debba innanzitutto attivare lo spazio, la comunità e il territorio che la ospitano. È proprio per questo che continuiamo a realizzare lavori site-specific.
Uno spazio funziona come un contenitore o un reattore: quando vi inseriamo un’opera, è il luogo stesso a iniziare a parlare. Rivela la propria storia, le proprie contraddizioni, i propri desideri e tutto ciò che è rimasto nascosto sotto la superficie. Lo spazio per noi è sperimentazione e, al tempo stesso, lo viviamo come una responsabilità.

Avete un linguaggio visivo forte, a metà tra il surreale, l’onirico e l’immaginifico.

Ricordiamo che la nostra risonanza condivisa con la parola “crudeltà” è stata la scintilla che ci ha uniti nella creazione.
Dove con “crudeltà” intendiamo un termine puramente estetico e somatico, completamente privo di agende politiche o ideologiche. Non rappresenta un’illustrazione delle questioni migratorie, né un commento sulla solidarietà sociale. Al contrario, la “crudeltà” costituisce il nostro punto di partenza condiviso per la percezione e l’espressione artistica. Per noi rappresenta un’arte che privilegia l’impatto diretto e viscerale: quel tipo di esperienza sensoriale capace di provocare pelle d’oca e reazioni fisiologiche immediate. Esprimiamo questa idea non attraverso una narrazione tematica della sofferenza, ma tramite mezzi fortemente fisici: paesaggi visivi potenti, rumore e texture sonore, una deliberata assenza di dialogo e azioni vive e grezze nello spazio performativo.
In fondo non esiste una netta separazione tra i sogni e la vita quotidiana. Essere umani è già qualcosa di strano, sfuggente e talvolta assurdo. Se si osserva attentamente, tutto è già lì.

Questa riflessione mi affascina molto. Soprattutto il vostro modo di intendere la parola “crudeltà”, perché ha qualcosa di sincero e poetico al tempo stesso. Nel vostro guardarvi intorno, che cosa vedete? Ci dite alcune delle vostre fonti di ispirazione?

Tra le nostre fonti di ispirazione condivise vi sono gli scritti di Antonin Artaud e il cinema di Tsai Ming-liang e Apichatpong Weerasethakul. Ognuno di loro utilizza l’irrazionale, l’onirico e il surreale per evocare uno stato dell’essere silenzioso e tremante, una condizione che risuona profondamente con la nostra ricerca artistica.

Qual è il vostro pensiero sul tempo che stiamo vivendo?

Abbiamo la sensazione che il presente sia diventato fin troppo “reale”: è allo stesso tempo terrificante e incredibilmente noioso. Esiste una sorta di intorpidimento che deriva da questa condizione.
La meraviglia ha bisogno di spazio; ha bisogno di non sapere.
Per questo talvolta preferiamo cercare cose o luoghi al di fuori del “presente”, semplicemente per respirare.

I vostri luoghi preferiti a Milano per passare il tempo: mangiare, studiare, fare ricerca, divertirvi...

J: Milano, Milano, Milano… La mia zona preferita è Comasina, piena di persone provenienti da ogni parte del mondo (ed è anche il quartiere in cui vivo), così come la mia scrivania di lavoro. Qui amo bere, mangiare e fantasticare a occhi aperti. Proprio come sto facendo adesso. Per me Milano è piena di incredibili ristoranti cinesi che consiglio a tutti di provare.

X: Non vivo a Milano, ma ormai ci ho trascorso molto tempo. Ovviamente sento un forte legame con Via Paolo Sarpi. Adoro mangiare hot pot e frequentare i tanti ottimi ristoranti cinesi sparsi per la città. E il Duomo è bellissimo. Sono un americano piuttosto prevedibile! Ahah.

Ultima domanda: cosa avete in tasca?

Letteralmente: niente, se non un po’ di lanugine.
Ma, metaforicamente, cosa c’è nel futuro di BEIMA? Innumerevoli open call, una miriade di progetti in cantiere e alcune idee specifiche che non vediamo l’ora di realizzare.
Per esempio, stiamo lavorando a diverse performance dedicate a temi come i maiali, la malattia di Alzheimer e le esperienze transgender.