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Come sta il Clubbing? Risponde GNMR

A pochi giorni dall'ultima uscita della sua etichetta Dubblack, con Gianmaria Coccoluto abbiamo fatto una ricognizione generale su un mondo che, nelle sue mutazioni, impone una domanda molto più ampia: come stiamo noi?

Scritto da Nicola Gerundino il 9 febbraio 2026

Luogo di residenza

Roma

Di solito, quando finisci in un museo o in un libro, vuol dire che o sei all’apice del successo e devi massimizzare il ritorno d’immagine, o sei – metaforicamente e non – passato a miglior vita. In questa terza decade dei Duemila, a diventare oggetto di dibattiti, testi e retrospettive è stato il clubbing, indagato per le sue architetture, per la socialità che generato, la musica, gli outfit. Nel mezzo, i due anni di pandemia che, più che una linea tra un prima e un dopo, sono stati un acceleratore di mutamenti già in atto. Che cosa è e come sta il clubbing oggi lo abbiamo chiesto a GNMR, aka Gianmaria Coccoluto. Una label, Dubblack, che ha appena rilasciato “eoobe – eoobe”, debutto del duo con base ad Amsterdam composto da Elina Tapio & Marco Segato; un format, ghost, dove convergono musica, clubbing e arte; dj set e produzioni proprie; l’eredità di papà Claudio da portare avanti: quale voce ascoltare per fare una ricognizione generale su questo mondo, se non quella di chi continua a viverlo in tutte le sue dimensioni, con anche alle spalle una storia musicale tra le più ricche in Europa?

 

Inizierei questa intervista con la domanda che apre ogni conversazione. Quando ti viene chiesto come stai di solito si risponde: "bene!". Se però ti chiedo come sta il clubbing, la tua risposta qual è?

Quando mi chiedono come sto, rispondo quasi sempre “bene”. È una risposta automatica, educata, quasi un riflesso. Ma se mi chiedono come sta il clubbing, lì mi fermo sempre un attimo. Perché la prima cosa che mi viene da fare è ribaltare la domanda: come stiamo noi? E lo dico in modo volutamente provocatorio, nel senso buono del termine. Perché oggi siamo una generazione che vive su più strati di realtà contemporaneamente. Non esiste più solo il reale fisico, e questo cambia profondamente le nostre necessità, i nostri stimoli sociali, i modi in cui cerchiamo piacere, gioia, connessione. Il clubbing, storicamente, è sempre stato uno spazio dove questi bisogni si manifestano in modo diretto: il corpo, il suono, il sudore, lo stare insieme, il ballo, il contatto fisico. La vera domanda, quindi, è: come ci troviamo oggi noi esseri umani dentro a tutto questo? Dentro un mondo fatto di stimoli continui, filtrati, mediati, digitali, e allo stesso tempo dentro un dancefloor dove tutto è reale, immediato, non mediato. Io posso rispondere solo per me. E io mi sento bene. Mi sento vivo. Ed è per questo che vedo il clubbing vivo. Perché fortunatamente continuo a incontrare persone che, come me, riescono ancora a godere profondamente di questi momenti. E per me questa è la base di tutto. Prima delle condizioni tecniche, prima dei sound system, prima delle mode. Il clubbing nasce quando un gruppo di persone crea una moltitudine per condividere l’ascolto della musica nello stesso momento, per lasciarsi attraversare da un’energia collettiva che non è riproducibile altrove. Poi è chiaro: se guardiamo il clubbing da un punto di vista puramente imprenditoriale, industriale, economico, probabilmente sta vivendo una crisi rispetto al passato. Ma è una crisi che non riguarda solo il clubbing: è la crisi della nostra società. Un divario economico sempre più ampio, un accentramento del potere, grandi strutture – spesso festival o brand internazionali – che esportano modelli, regole, estetiche, a volte senza dialogare davvero con le culture locali, anzi sostituendosi a esse. Detto questo, sarebbe profondamente sbagliato raccontare solo il lato negativo. Esistono tantissime realtà bellissime, festival curati, magazine di grande valore, artisti incredibili. Come in tutto, convivono bene e male. Il clubbing ha sicuramente perso quella dimensione di “novità assoluta” che aveva alla nascita, ma siamo ancora qui. E continueremo a esserci.

Hai notato qualche differenza tra il pre e il post Covid? Se sì, quale?

Il Covid non ha creato qualcosa di completamente nuovo, ma ha accelerato dinamiche già presenti. Paradossalmente, credo abbia anche aiutato la scena nel momento in cui aveva bisogno di un boost per ripartire. Ricordiamoci che l’epoca pre-Covid si era chiusa con tanti club in sofferenza e con un numero di party e collettivi decisamente inferiore rispetto a quello che vediamo oggi. Il post-Covid ha fatto nascere una nuova generazione di clubber, ma anche di promoter, dj, appassionati di musica. Persone che magari il club non lo avevano mai vissuto davvero prima, o lo avevano vissuto solo marginalmente. Questa cosa è stata una grande iniezione di freschezza, nel bene e nel male. Spesso sento dire: “ma questi da dove escono?”, “non hanno esperienza”. L’esperienza si fa sul campo, come ce la siamo fatta tutti. Anzi, queste generazioni hanno avuto, a mio avviso, anche una fortuna: non passare attraverso certi percorsi di nepotismo che in passato erano quasi obbligati. Sono ragazzi che si appassionano alla musica in modo puro, che cercano di unirsi, di condividere, di produrre, di creare etichette. Questo, per me, è solo un bene. Perché al centro del clubbing c’è la condivisione. E vedere nuovi music lover, nuovi appassionati, in un momento di grande difficoltà economica e burocratica per la scena, è linfa vitale. Dal punto di vista del pubblico, poi, c’è stata una riscoperta fortissima del bisogno di incontrarsi. Per la prima volta non ci siamo privati da soli di certe emozioni: ci sono state tolte. E quando sono tornate, hanno avuto un impatto enorme. Per qualcuno è stato solo un passaggio momentaneo, un trend. Per altri è diventato un legame stabile. Per i professionisti, invece, è stata anche un’occasione in parte mancata. Durante il Covid c’era una grande unione, una sensazione di collettività. Appena però è arrivato il boost, siamo tornati rapidamente a pensare al nostro orticello, perdendo l’opportunità di costruire qualcosa di più organizzato e rappresentativo per una categoria che è fragile e avrebbe bisogno di una voce comune.

 Il cambiamento che mi colpisce di più è quello "immobiliare": nessuno al giorno d'oggi si sogna di "costruire" un club o nemmeno di trasformare un vecchio immobile, ci si adatta con quello che già si ha e i metri quadri di dancefloor diminuiscono di anno in anno. 

In Italia questo è ancora più evidente: burocrazia, costi immobiliari folli, sistemi economici complessi rendono quasi impossibile investire anche su budget sostenibili. Io sono sempre stato della scuola “se lo vuoi, puoi”, e penso davvero che una soluzione si possa trovare. Ma la domanda è: a che prezzo? I club diventano sempre più piccoli. E attenzione: io amo i club piccoli. Amo i dancefloor intimi. Ma amo anche i club grandi, quelli in cui ti perdi, che sono un’avventura. Spazi con più stanze, più zone, dove non esiste solo la pista ma anche il momento di parlare, bere, ascoltare, stare. Quella libertà oggi è sempre più rara.

Se i club si rimpiccioliscono, i festival aumentano i metri quadri, ma spesso, invece di aiutare il clubbing, lo divorano. Anche per te è così o hai un'impressione diversa?

Festival e club, per me, sono un po’ come un centro commerciale e negozio di quartiere. I festival hanno una potenza enorme: sanno creare emozioni collettive fortissime. Io li amo. Ma la differenza la fa l’approccio. Quando un festival coinvolge davvero le realtà locali, l’underground, diventa propedeutico alla scena clubbing. Se invece pensa solo al cartellone, divora tutto. Servirebbero più festival capaci di fare scelte territoriali, curate, meritocratiche, e di sostenere chi lavora tutto l’anno nei club.

Un'ultima domanda di carattere generale te la faccio sui social. Che impronta hanno dato al clubbing: positiva perché permettono di raggiungere più persone o negativa perché lo hanno cambiato irrimediabilmente? La mia impressione è che ormai il clubbing è un qualche cosa che si vede.

I social hanno inciso moltissimo. Da un lato hanno ampliato il pubblico, dall’altro hanno cambiato negativamente il modo di comunicare. Spesso creano una necessità di comunicazione continua che è improduttiva. Si comunica troppo, senza contenuto, e alla fine quello che rischia di perdersi è la musica. Faccio un esempio personale: se un artista che amo mi rendesse partecipe di ogni fase del suo processo creativo, probabilmente l’opera finale perderebbe parte del suo impatto. Non per snobismo, ma per mancanza di mistero. Il clubbing non è qualcosa che deve essere visto, è qualcosa che deve essere vissuto. Il problema nasce quando i social servono solo a comprare consenso, gonfiare numeri, creare un’illusione. Lì non è più comunicazione: è barare. Ed è una dinamica impossibile da non notare.

 Nonostante questo, nel clubbing ci sei dentro fino al collo e su tutti i fronti: djing, produzioni, label, serate. Proviamo a parlare di tutti questi aspetti a partire dalla tua label Dubblack. Come, quando e perché nasce? 

Dubblack nasce come sorella di The Dub. The Dub era il territorio musicale di mio padre, Dubblack quello più legato al mio imprinting. Due binari paralleli. Dopo la sua scomparsa, Dubblack è diventata anche un modo per tenere vivo un legame infinito con lui. Il primo EP che pubblicheremo sarà proprio una nostra produzione comune, realizzata anni fa, che oggi trova il suo tempo giusto.

Quali sono i suoni che stai cercando di trasmettere attraverso questa label?

Cerco di estendere il mio gusto da ascoltatore e da dj. Amo la contemporaneità, ma anche il dialogo con la storia. Mi interessano influenze diverse: progressive techno, progressive rock, dark, new wave, elementi emotivi e delicati. Voglio pubblicare musica che mi entusiasmi davvero. E fino a oggi sono felice di quello che è uscito.

Al momento sei impegnato anche nel progetto ghost, ce ne vuoi parlare?

Ghost è un progetto curatoriale che unisce musica, clubbing, arte, grafica, video. È una scelta cosciente, presa in un momento di maturità.

ghost è un formato itinerante, che permette di vedere diversi tipi di pubblico e diversi club, specialmente di Roma. Ecco, che idea hai di questa città da un punto di vista clubbing?

Roma, in questo, resta una città unica. È una delle poche città davvero trasversali, dove il clubbing non è status ma attitudine. Ha una tradizione elettronica profondissima, che nasce dai rave, dai circoli, dalla sperimentazione. Quello che vorrei mantenere è questo spirito. Quello che cambierei è la mancanza di nuovi spazi, di luoghi di aggregazione per artisti, di factory culturali. E resta una ferita aperta la perdita del Goa. Un vero monumento culturale. In altri paesi sarebbe stato tutelato come il Fabric o il Berghain. In Italia no. Ed è un grande limite

Una città e un club che ti hanno particolarmente sorpreso in questi anni?

Sicuramente Tbilisi. Suonare al Bassiani è stata un’esperienza potentissima. Lì il legame tra dj, musica e pubblico è totale. I dj georgiani hanno una capacità incredibile di guidare il dancefloor. Anche Asia e Australia mi hanno dato stimoli enormi, e tornare lì è una gioia.

Come dj sei legatissimo al vinile: è un atto di fede per te continuare a sceglierli, ascoltarli e suonarli in un club?

Resto profondamente legato al vinile. Amo il packaging, la grafica, il rapporto fisico con il disco. Suonare in vinile è più rischioso, più impegnativo, ma anche più emozionante. È interpretazione pura. Il digitale ha possibilità immense e voglio esplorarle di più, ma per ora il vinile occupa gran parte del mio spazio mentale – e fisico – nella mia casa di Roma.

Chiudiamo da dove siamo partiti: apriresti un tuo club? Se sì, come lo chiameresti, che musica faresti suonare e a chi spetterebbe l'onore di mettere il primo disco?

Aprirei un mio club? Sì. È un sogno. Ma non posso ancora dire come sarebbe. Il concept fa parte del segreto! Posso solo dire chi metterebbe il primo disco: Giancarlino. E poi i miei amici. Le persone che hanno camminato con me dentro questo percorso che è la musica, e soprattutto la club culture.